I misteri di Cagliostro. La Porta Rossa 2

Arrivata alla sua seconda stagione (2019), la serie La Porta Rossa non arretra di un passo riguardo il comparto qualitativo, anzi rende ancor più il senso compiuto di riuscita. In fase di sceneggiatura (12 episodi da 50 minuti l’uno) ritroviamo Carlo Lucarelli che assieme ai fedeli Giampiero Rigosi, Sofia Assirelli, Michele Cogo e Davide Orsini ci restituiscono ancora una volta una Trieste plumbea, immersa in una pioggia battente e incessante, quasi a essere una sorta di speculare della Torino esoterica tanto decantata in altrove cinematografici. Grazie a un minuzioso lavoro sul montaggio (splendidamente orchestrato da Lorenzo Fanfani e Marco Garavaglia), galvanizzato dall’efficace fotografia di Alessandro Pesci e Roberto Cimatti, lo spettatore viene di nuovo scaraventato nella “Terra di Mezzo” di Leonardo Cagliostro (un bravissimo Lino Guanciale), ispettore di Polizia ancorato al mondo terreno da una sorta di missione diretta a salvare le vite di sua moglie, il magistrato Anna Mayer (un’ottima Gabriella Pession) e della loro figlia minacciate dall’Ordine della Fenice, una fantomatica associazione criminale che non disdegna di annoverare nella propria scala gerarchica altisonanti nomi di politici, poliziotti, giornalisti e prelati. Al fianco di Cagliostro ritroviamo Vanessa Rosic (interpretata in modo ottimale da Valentina Romani) che con i suoi poteri riesce a far da tramite tra i viventi e la tragica esistenza del protagonista. Tutto intorno si intrecciano, ancora una volta, le vite della madre di Vanessa, Eleonora Pavesi (una provata Cecilia Dazzi), dei colleghi del commissariato e soprattutto di Jonas Sala (Andrea Bosca) che, risvegliatosi dal coma dopo circa trent’anni, comincia pian piano ad avere reminiscenze dell’affiancamento da esso perpetrato nei confronti di Cagliostro al di là della porta rossa (ambito ampiamente approfondito nella prima stagione). E mentre il processo al poliziotto corrotto Stefano Rambelli (Antonio Gerardi) procede, lo spettatore viene continuamente disilluso nelle certezze accumulate man mano che la storia si lascia vedere. La narrazione di questa seconda stagione de La Porta Rossa si differenzia enormemente da quella utilizzata nella prima. La storia si costruisce attorno ad un nucleo narrativo che non risulta più fluido, ma assume la struttura di un mosaico i cui tasselli arrivano impazziti da ogni direzione, preservando, però, una lucida coerenza logica. Si procede tra colpi di scena e continui ribaltamenti di certezze con i protagonisti tutti chiamati in causa sul banco degli imputati e tutti sospettati di non essere mai quello che sembrano. Molti di loro non faranno più ritorno come la reporter Lucia (Raffaella Rea) oppure il magistrato Antonio Piras (Ettore Bassi) innamorato di Anna, mentre altri riusciranno a ritrovare vecchie vie perdute allontanando rancori ormai celati da troppo tempo (la storia tra l’agente Paoletto, al secolo Gaetano Bruno e la collega Mariani interpretata da Elena Radonicich). Come tutte le “seconde occasioni” televisive, il cast si arricchisce di nuovi personaggi tra cui spiccano le figure del vicequestore Marco Jamonte (Fortunato Cerlino) e di Federico (Carmine Recano) un barista sedicente medium, ex amico della madre di Vanessa e dal passato oscuro. Di carne al fuoco ce n’è parecchia, ma la mano sicura alla regia di Carmine Elia riesce ancora una volta a tenere a bada eventuali scivoloni di ridicolo o vuoti di ritmo e maneggia con disarmante semplicità una struttura narrativa complicatissima. Non tutti i registi riescono a gestire un cast così numeroso immerso in una cornice narrativa così ostica. La Porta Rossa appartiene a quel “movimento” di rigenerazione della fiction che da molto tempo le reti RAI hanno deciso di intraprendere. Prodotti che si snodano dal tradizionale concept, per riversare il proprio meccanismo in dimensioni narrative quasi sperimentali. La rilettura scanzonata dell’Arma con L’ispettore Coliandro (in onda dal 2006) dei Manetti Bros, la veste actiondrama impressa alla narrativa storica da I Medici (2017) di Gezzan oppure il sentirsi eticamente “contro” di Rocco Schiavone (2016) di Soavi, ne sono la massima espressione. Personaggi e storie che sfuggono agli stereotipi della sceneggiatura politically correct per approdare nel mare del rischio. Rischio inteso sia in ambito di accoglienza (si guarda sempre all’auditel come un “Dio sul trono” che esige riverenza) sia relativamente alla trattazione (futili, ma cospicue le critiche al poliziotto Schiavone dedito alla consumazione di hashish). La TV sta cambiando e con essa anche il modo di vedere e affrontare le cose. Ecco quindi che in risposta a trattazioni scottanti come la serie – trilogia SKY 1992 (2015), Rai3 trasmette il durissimo Non Uccidere (2015/2018). Stiamo semplicemente assistendo a un cambio di direzione, una boccata d’aria fresca che rinverdisce i fasti della TV antigeneralista come non se ne vedeva da tempo. Dietro questa rivoluzione c’è soprattutto l’apporto di registi giovani con una nuova decodifica della visione e del linguaggio sempre più spinto verso mete semi-cinematografiche adatte alla visione 2.0. Carlo Lucarelli e parte del suo team sono solo alcuni dei mentori della nuova scrittura e si vede. Non è difatti un caso che dietro La Porta Rossa si intraveda la sagoma dinoccolata de L’ispettore Coliandro e viceversa. Un’altra componente che emerge prepotentemente in questi nuovi progetti è quella musicale. Sul piano del corredo sonoro assistiamo alla voglia di sperimentare una contaminazione pura. Se per Coliandro i Manetti Bros scelgono un ritmo misto tra ballate anni ’70 dei De Scalzi, Trap da centro sociale e Heavy Metal duro e puro (si prenda ad esempio l’episodio 666 della quarta stagione), per I Medici assistiamo alla fusione della lirica con la dimensione Pop (eccellente la Renaissance di Buonvino con la immensa voce di Skin). Non fa eccezione La Porta Rossa in cui lo score risulta potente e ben si amalgama alle atmosfere in un certo modo drammatiche e decadenti della trattazione. In pole position ritroviamo la ballad It’s Not Impossible interpretata da Charlie Winston che fa molto anni ’80, mentre lungo tutta la serie ravvisiamo la bravura del maestro Stefano Lentini (autore anche della ballad di cui sopra) che ci regala momenti in cui la classicità si scontra con il synth dando vita a una cassa di risonanza coinvolgente nella quale rinveniamo anche l’electro rock degli italiani Medusa’s Spite che con le loro Resistance e Sorry chiudono il cerchio e ci anticipano un assaggio del loro prossimo album POLARIS (2019). Per rispetto ai lettori che ci seguono noi di Arcadicultura non sveliamo oltremodo la storia di questa seconda stagione de La Porta Rossa, ma possiamo tranquillamente dire che il progetto può continuare, che un terzo passo non nuocerebbe affatto. Che la porta venga riaperta ancora una volta, in modo però definitivo, altrimenti si rischia di incappare in una forzata lungaggine che è di solito l’anticamera di un male attanagliante ogni progetto e che va sotto il nome di cine-scatologia.
Alessandro Amantini

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