Lucarelli racconta l’Aldilà. La Porta Rossa

Dopo la serie de L’Ispettore Coliandro per la regia dei Manetti Bros e dopo gli straordinari e coraggiosi speciali Blu Notte-Misteri Italiani, non avevamo dubbi che il genio autoriale di Carlo Lucarelli potesse dar vita a una storia ben congeniata e avvincente. Quando uscì per la prima volta lo spot di lancio della serie La Porta Rossa, molti cominciarono a comportarsi da cine-tuttologi gridando “Alla ripetizione!” oppure “Ecco lo spaghetti Ghost – Fantasma!”. Noi ribadiamo che un prodotto debba essere affrontato lasciando cader, prima di tutto, i propri pregiudizi e debba essere giudicato solo dopo averlo visto nella sua interezza. Chi scrive si è accostato al progetto non senza plausibili dubbi, indotti soprattutto dall’imperante buonismo che impone il lieto fine nelle ormai edulcorate fiction del momento, ma consolato, nello stesso tempo, dal fatto che la serie TV era tratta da un soggetto di Carlo Lucarelli e dalla presenza di un cast di protagonisti e caratteristi davvero in gamba. E la delusione non c’è stata anzi, La Porta Rossa va considerata come la constatazione che le così dette “reti ammiraglie” cominciano a fare i conti con i propri sbagli, riversando tale presa di coscienza nella realizzazione di prodotti dal riscatto qualitativo esemplare che spingano la visione televisiva oltre lo stereotipo da cine-famiglia da Reality. La regia di Carmine Elia è asciutta, pulita e tecnicamente impeccabile e rigenera, finalmente, il prodotto televisivo nella dimensione del micro-cinema, quello studiato, appassionante e capace di comunicare visivamente. La sceneggiatura realizzata a otto mani da Lucarelli con i colleghi Giampiero Rigosi, Michele Cogo e Sofia Assirelli riprende lo stile essenziale del racconto complesso ma non confuso, composto di depistaggi, storie nelle storie e ricongiunzioni narrative che sfidano l’impossibile per “scremare” la logica. Ne viene fuori una storia coinvolgente la cui complessità non è solo narrativa, ma anche concettuale e morale, dal momento che non viene messa in discussione solo la componente dell’amicizia, ma viene messa in risalto anche la possibilità di quanto essa possa dar vita al “moralmente contraddittorio”. Ruotando intorno a questo fulcro concettuale, il progetto riesce a tenere testa alla forza impressa al racconto in fase di sceneggiatura, anche grazie all’affiatamento degli attori coinvolti. Lino Guanciale, il metafisico protagonista Leonardo Cagliostro, ci restituisce tutta la disperazione dello spaesamento causato da tutte quelle risposte cercate durante la vita e restituite al mittente in modo improvviso e atroce solo quando questa finisce. Cagliostro rappresenta tutti noi, le nostre curiosità, la nostra voglia di sapere, di poter capire quando e quanto chi ti è vicino, finge oppure semplicemente ti vive accanto. Il dolore e la solitudine si fondono creando il leitmotiv de La Porta Rossa, che prende corpo nella dimensione fantastica amplificandosi nella messa in scena di quest’ultima, garantita dall’egregio montaggio elaborato da Lorenzo Fanfani che scuote la splendida fotografia realizzata da Alessandro Pesci e Roberto Cimatti. A far da contraltare all’ottima performance del protagonista, ritroviamo la bellissima Gabriella Pession nel ruolo della vedova e magistrato Anna. Una menzione particolare va all’attrice che al momento, secondo chi scrive, è una delle rare professioniste in grado di far vedere come “si piange al cinema”. La sua cine-elaborazione del lutto è impeccabile, come abbiamo avuto modo di confermare anche in altri luoghi cinematografici, e ci restituisce con vigore la solennità dell’impatto emotivo. Recitazione eccellente che non conosce cali registici durante tutti i 12 episodi di cui la serie si compone. I destini dei due protagonisti scorrono paralleli e il loro unico contatto è Vanessa Rosic, la giovane attrice Valentina Romani, che ha il dono di poter comunicare con i defunti. Sarà lei a guidare il pool di poliziotti alla soluzione del caso. Il personaggio di Vanessa risulta azzeccato e la Romani, da parte sua, riesce a dargli una straordinaria credibilità, sia riguardo la dimensione fisica sia quella più squisitamente adolescenziale che è parte integrante della sua sofferenza. Abbandonata e, in seguito ritrovata, da una madre (Cecilia Dazzi) solo all’apparenza insensibile, il personaggio di Vanessa percorre un cammino difficile (in fin dei conti deve nascondere i propri poteri) che non sempre giova alla sua salute e alla sua sicurezza che in ombre e luci si perdono nel medesimo miraggio irrazionale. É proprio l’incontro/scontro di intenti tra la ragazza e Cagliostro che fa da detonatore alla deflagrazione di tutti quei micro-cosmi in cui la storia si dipana. Ritroviamo, infatti, la triste storia del poliziotto Diego Paoletto (il sempre bravo Gaetano Bruno) che si divide tra la “missione morale” verso la sua ex moglie (rea di averlo tradito) ormai inchiodata su una sedia a rotelle, e l’amore verso la collega, e infiltrata, Stella Mariani (Elena Radonicich). C’è poi lo sconvolgente disagio morale/mentale a sfondo teologico dell’ispettore Valerio Lorenzi (Fausto Maria Sciarappa) che tradisce il corpo di Polizia per tentazioni poco ortodosse, confessate costantemente al parroco della propria chiesa. In bilico tra oltraggio alla famiglia e corruzione, il personaggio di Lorenzi rappresenta il primo tassello dell’apertura d’indagine sull’omicidio del protagonista, ma anche la prima risposta a una sperimentazione visiva elaborata dal regista che, come nella migliore tradizione noir, ci mostra i ricordi di Cagliostro, ma non la verità troppo sepolta tra i suoi meandri reminescenziali. Tutto intorno si snoda un quadro desolante e disperato, come quello del vicequestore Stefano Rambelli, interpretato profondamente da Antonio Gerardi, che in nome di una custodia genitoriale apre le porte dell’Inferno etico per poi sprofondarci inesorabilmente. La fine di Cagliostro è il fine ultimo per tirare le somme di un manipolo di vite alla deriva che nella fine trovano proprio un nuovo inizio, come accade al magistrato Antonio Piras cui presta il volto Ettore Bassi. Personaggio apparentemente ambiguo, innamorato segretamente di Anna, scoprirà andando avanti nelle indagini la sua vera coscienza, rappresentando l’ancora di salvezza per Anna e la presa di coscienza da parte di Cagliostro sulla propria e(a)ssenza. Esaminata nella sua completezza La Porta Rossa recupera una tensione e una messinscena essenziali, dove gli espedienti visivi non risultano frastornanti e dove le elucubrazioni in Computer Graphic sono semplicemente (come dovrebbe essere) d’ausilio senza mai mangiarsi la scena (bella la sequenza di Cagliostro che percorre l’autostrada in mezzo alle auto ridotte a meri fasci di luce). Carmine Elia non punta a sensazionalismi edulcorati o melense scene d’accatto, prediligendo l’introspezione psicologica e chiudendo gli spazi sull’individuo. Le famiglie dei protagonisti vengono esaminate, contemplate e scardinate dalle fondamenta (il conflitto paterno di Anna e la complicità di sua sorella) per poi sigillarne l’essenzialità alla dinamica vitale (notevolissima la scena dell’addio in sala operatoria). Lavoro che si riversa nel giusto dosaggio spazio/temporale degli episodi, che non lasciano mai luogo a cadute di ritmo o d’interesse. La durezza climatica della città di Trieste risulta essere  un ambient perfetto (pregio già raggiunto da Michele Soavi con il suo Rocco Schiavone) per far confluire rancori e incomprensioni e per far da cornice aderentissima alla trattazione che viene resa ancora più coinvolgente dalla cura riservata allo score composto dal veterano Stefano Lentini coadiuvato dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Un tappeto sonoro su cui vengono fatti sfilare tutti i personaggi in modo azzeccato. Ogni frammento di angoscia, ogni sequenza onirica (bellissima la camminata del defunto detective tra le mura del cimitero) viene amplificata da una cassa di risonanza sentimentale di alto livello a cui si aggiunge la bella voce di Charlie Winston che interpreta It’S Not Impossible da lui stesso scritta insieme a Lentini. Elia lavora su simbolismi mai banali (si pensi ai nomi storici come Cagliostro o del misterioso Jonas interpretato da Andrea Bosca, per esempio). Ogni piccolo particolare è posto lì, non a caso, pronto a tornare utile come appunto in un taccuino. Niente viene lasciato al caso, come anche il pubblico che ha premiato il successo di questo progetto. Un pregio enorme va, infatti, riconosciuto all’inconsueto ringraziamento dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio, che la RAI 2 rivolge agli spettatori che hanno graziato della loro presenza l’emittente. Ribadiamo che solo in rarissimi casi ciò è stato fatto e speriamo che diventi monito e abitudine per le programmazioni a venire di tutte le reti televisive, dal momento che le persone non sono solo numeri. Perché in TV si può parlare di anime e spiriti, ma lo share di sicuro è materia viva e vegeta.
Alessandro Amantini

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