Da Bologna con furore – L’ispettore Coliandro

Quest’anno abbiamo assistito al ritorno su RAI 2 della serie L’ispettore Coliandro. Parliamo di un evento sofferto e di un ritorno travagliato, dal momento che gli ultimi episodi furono trasmessi in TV nel 2010. Per motivi di produzione, la quarta stagione fu interrotta, non tanto perché produceva ascolti bassi, ma perché ad un certo punto le reti televisive cominciarono a virare la loro programmazione verso una forma più commerciale, bandendo il prodotto originale (o di nicchia) in scelta del puro intrattenimento alimentare. Il personaggio di Coliandro nasce nel 1991 dalla penna dello scrittore Carlo Lucarelli che lo fa “esordire” come protagonista negli episodi I Delitti del Gruppo 13,  Antologia illustrata dei giallisti bolognesi e 10 racconti, tutti e tre inclusi nel tomo Nikita. Ma il successo per il personaggio diventa di livello nazionale nel 1993 col notevole Falange Armata che, assieme al successivo Il giorno del lupo, suscita interesse nel produttore Tommaso Dazzi il quale contatta immediatamente il giallista finanziando la realizzazione della prima serie che vede la luce nel 2006 per la regia dei Manetti Bros (al secolo Marco e Antonio Manetti). Nasce così una delle serie più innovative degli ultimi dieci anni, formidabile prodotto dalle scelte anti-commerciali e dall’impianto narrativo di livello superiore (la sceneggiatura è in mano allo stesso Lucarelli). Il ruolo di Coliandro viene affidato alla mimica facciale di Giampaolo Morelli che si butta anima e corpo in una interpretazione da manuale. L’ispettore, che opera nel commissariato della città di Bologna, è un concentrato di tutti quei pregiudizi tipici dell’antieroe, ma non nell’accezione negativa del termine. Piuttosto è un perdente che fa del suo status vivendi l’asso nella manica per arrivare sempre primo. Si può parlare di una poliedricità caratteriale che nelle sue numerose sfaccettature e nei suoi profondi sbagli, racchiude un uomo dal cuore enorme e dai modi bruschi ma giusti. Coliandro è razzista per hobby, i suoi pregiudizi si spengono in elucubrazioni mentali (formidabile la voce off del pensiero) superficiali (“Ma quanti cazzo sono i cinesi? E sopratutto come cazzo fanno a riconoscersi tra di loro, tutti uguali!”) e senza una coerenza logica se non quella della sua idiozia pura. La serie risulta da subito vincente, anche per merito del fatto che l’impianto narrativo si snoda in una cornice interpretativa corale, non lasciando mai che il protagonista si mangi lo schermo da solo. Una pluralità di personaggi, affidata alle interpretazioni impeccabili di veterani cinematografici come Paolo Sassanelli (L’ispettore Gamberini), Veronika Logan (sostituto procuratore Longhi), Alessandro Rossi (commissario De Zan), Giuseppe Soleri (agente Gargiulo) ed Enrico Silvestrin (vice-ispettore Trombetti) rende giustizia al progetto dando vita a singoli universi personali che, in situazioni di comicità pura, entrano in “collisione amichevole” con quello di Coliandro dando vita a siparietti che diventano man, mano leit motiv della serie (“Gambero, ma come ridi, che cazzo sfiati?”). Altro “marchio di fabbrica” della serie è la dicotomia iconografica ravvisabile nel continuo citazionismo da parte di Coliandro dei motti spicci di Dirty Harry Callaghan (al secolo Clint Eastwood) usato sia nel lavoro che in terra di conquista amorosa. In ogni puntata, infatti, il protagonista riesce a fare breccia nel cuore del  personaggio femminile di turno con un compiacimento (quel famoso “Minchia!”) che rasenta la patologia, ma che al contempo risulta talmente patetico da creare un effetto comico che lo rende simpaticissimo. La prima serie de L’ispettore Coliandro è un buon successo, conquistando orde di fan, ma contemporaneamente risulta troppo spinta nella presa in giro della figura del poliziotto che, mai come questa volta, viene ritratto con una comicità feroce tanto da divenire estremamente aderente a quella che è la realtà. Inizialmente il corpo della Polizia fu riluttante al progetto (lo stesso Aldo Grasso del Corriere della Sera disse: «la figura di un poliziotto cresciuto con i film dell’ispettore Callaghan lascia un po’ interdetti») ma, col tempo, Coliandro venne meglio compreso diventando più vero della realtà stessa. La seconda stagione viene trasmessa, sempre da RAI 2, nel 2009 e il trionfo è tale che nello stesso anno viene realizzata anche la terza. Ogni stagione propone quattro episodi da 110 minuti circa in cui al cast fisso vengono accostate numerose guest star in puro stile americano. Tra queste ritroviamo Lamberto Bava, Cecilia Dazzi, Marianna Rossi, Antonino Iuorio, solo per citarne qualcuna. Il punto di rottura che dà inizio alla guerra tra i fan e la rete Rai è la messa in onda nel 2010 della quarta stagione, ridotta a soli due episodi per motivi produttivi. Iniziano vere e proprie petizioni telematiche tanto che siti ufficiali operano scherzi di protesta inviando alla sede RAI vagonate di croccantini per gatti e vasetti di Yogurt (citando gli errori di ordinazione che Coliandro, nella serie, aveva commesso maneggiando incautamente il computer dello spaccio al posto dell’addetto Gargiulo). La lunghissima lotta coinvolge anche gli interpreti della serie e i registi in prima persona tanto che su internet nascono blog e discussioni a non finire. Alla fine, nel 2016, l’ispettore più imbranato della TV è tornato all’opera, alle prese con casi intricati sempre in quel di Bologna. La quinta stagione si differenzia dalle precedenti per molti versi. Coliandro conquista una sorta di rivincita narrativa, non essendo più solo un semplice imbranato, ma divenendo il cardine delle indagini. La coralità interpretativa che aveva caratterizzato le stagioni precedenti viene spenta (pur mantenendo i coprotagonisti sempre presenti) relegando a Morelli lo status di protagonista assoluto e dando modo a Lucarelli e Manetti Bros, di approfondire la vita dell’ispettore. E’ risaputo, infatti, che di lui non si sa nulla, neanche il nome (licenza autoriale di Lucarelli) e nella quinta stagione finalmente si prende conoscenza della morte del padre anch’esso poliziotto. Una vena di malinconia percorre i momenti d’intimità del protagonista facendone comprendere tutta la tenerezza di cui è composta la sua persona. Solo nel primo di questi nuovi episodi, inoltre, Coliandro conquista la bella di turno (il killer Black Mamba) mentre nei successivi episodi le conquiste non saranno più di casa, lasciando il passo a un approfondimento dei personaggi e dello stesso protagonista. Registi e sceneggiatore giocano, come con un bilancino, sull’equilibrio dei rapporti tra i diversi personaggi inserendo situazioni al limite del paradosso (si pensi agli episodi Doppia Identità e Killer Cop) che tendono a far emergere tutto quel corollario di  valori e affetti underground che nelle precedenti stagioni venivano offuscati dagli sberleffi e dalle soverchierie che a turno tenevano banco nell’ambiente dipartimentale. Analizzato nella sua totalità, il progetto Coliandro getta nuova luce sul buio produttivo e distributivo tipico del processo di commercializzazione televisiva. Se si pensa che gli stessi Stati Uniti hanno virato la loro attenzione (finanziaria e qualitativa) verso le serie TV realizzandole con la stessa cura riservata ai film, in Italia noi stiamo operando in modo contrario. La superficialità, la mediocrità del commerciale televisivo sta invadendo il grande schermo, complice lo scempio paratelevisivo che infarcisce i cine-panettoni e altre scellerate operazioni minimali. Coliandro è una tendenza alla controtendenza, un operazione che cerca di invertire questo flusso anti-qualitativo eleggendo il piccolo schermo a contenitore di una qualità superiore (proprio come nel caso delle serie americane). Qualità che si riversa non solo nella cura maniacale dei Manetti Bros per il dettaglio visivo o per la struttura di montaggio, ma anche nell’ottima collaborazione con Pivio e Aldo De Scalzi (al secolo New Trolls) riguardo lo score della serie. Le musiche sono formidabili e richiamano quel sapore, ormai quasi estinto, di puro intrattenimento anni ’70 con tanto di derive Jazz contaminate dal miglior Rock old stile in stile Funky. Felice intuizione, poi, è quella di scegliere hit da alternare alle composizioni dei De Scalzi, le quali vengono prese da una sorta di “calderone musicale” di Metal, Rock, Punk e Pop (collaborazioni con Neffa,  G-Max, Luca Carboni, Bambole di Pezza e Misero Spettacolo). E di intuizione si può parlare fino a un certo punto se si pensa che i due registi devono la loro evoluzione professionale proprio al loro passato di realizzatori di Videoclip musicali. Vivido esempio di questo bagaglio conoscitivo è il secondo episodio della quarta serie, 666 in cui vediamo esibirsi e recitare gruppi come i Black Dogs From Hell, e i Death SS di Steve Sylvester, il quale regala ai Manetti un cameo degno di nota in cui lui stesso auto-ironizza sulla demonizzazione della musica Black Metal. Già, perché L’Ispettore Coliandro è un progetto che fa dell’autoironia il suo zoccolo duro, il suo punto di forza quasi a creare una barriera che non permette a nessuna critica di prendere appunti. Un’operazione genuina e lucida al servizio di una qualità assoluta degna del miglior intrattenimento. Molti sono i casi simili come, per esempio, la bellissima serie Non Uccidere (2105) trasmessa su Rai 3 che non è stata minimamente comprese e spezzata in due tronconi a causa dei presunti bassi ascolti. La qualità non è di casa nel piccolo schermo italiano e queste operazioni devono essere difese in nome di un anti-mediocrità. E allora, forza Coliandro, tutti a Bologna a dire “Minchia!”.
Alessandro Amantini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...