Quaranta, ma non li dimostra. Il ritorno dell’uomo nero.

Sono passati 40 anni dal primo memorabile Halloween (1978) diretto con impeccabile abilità tecnica dal maestro John Carpenter. Sono passati con loro anche nuovi modi di comunicare, nuove tendenze cinematografiche e con esse una nuova concezione dell’Horror. La contemporaneità violenta e scellerata dell’Horror 2.0 sembra non scalfire minimamente quello che è il Carpenter Concept riguardo al suo intramontabile franchising. Mentre alla regia ritroviamo il giovane David Gordon Green e in campo distributivo la fedele Universal Pictures, in fase produttiva Carpenter si affianca, oltre che all’amico Malek Akkad (figlio del produttore dell’intera saga, Muṣṭafā al-ʿAkkād), a due nuove collaborazioni quali la Miramax e la consolidata realtà Blumhouse di Jason Blum. Tale collaborazione risulta salutare dal momento che un’operazione come quella che stiamo esaminando ha i propri rischi ravvisabili soprattutto in due precisi ambiti: il primo è quello economico ovvero la risposta al botteghino da parte delle platee mondiali, mentre l’altro è quello della scatologia filmica ovvero il rischio di ripetitività, esangue, della struttura narrativa. Il colpo di genio del mentore della contaminazione filmica, sta nel fatto che il nuovo Halloween non è solo un vero e proprio seguito del primo capitolo, ma anche un’operazione che finora non si era mai vista applicare a un franchising imponente e soprattutto decennale come quello in questione. Di fatto questa nuova pellicola azzera completamente l’interminabile serie di sequel che negli anni si sono succeduti, fregandosene se alcuni di questi aggiungevano sviluppi della storia riprendendo anche il personaggio della sorella di Michael Myers, Laurie Strode (James Lee Curtis). Anzi, nel film viene ribadito a più riprese che il fatto che Laurie sia la sorella di Michael Myers è solo una frottola inventata dalla collettività per mitizzare i tragici eventi della prima fatidica notte di Ognissanti. Come a voler dire, che tutti noi siamo stati in un certo qual modo beffati da una sorta di pubblicità meta-filmica. Ancora una volta Carpenter fa centro (il soggetto è scritto da lui con la ex moglie Debra Hill come nel 1978), e ci regala una sorpresa pari a quella elaborata da Wes Craven con il meta-cinema di Nightmare – nuovo incubo (1994). Il sequel entra in simbiosi con il reboot sancendone un nuovo punto di partenza che si colloca in un “non tempo” cinematografico. Quello che è certo è che la cittadina di Haddonfield (Illinois) torna ad ospitare le folli gesta del suo feticcio seriale. Ma esaminiamo la pellicola in modo più approfondito. La storia parte dal manicomio Smith’s Grove Sanitarium dove Michael Myers (interpretato “in duetto” da Nick Castle e dallo stunt James Jude Courtney) è rinchiuso dopo essere stato catturato nel giardino della casa di Laurie. Il poliziotto, allora molto giovane, Frank Hawkins, interpretato per l’occasione da Will Patton, lo salva dalla giustizia imparziale del Dottor Loomis, riuscendo a farlo catturare dalla Polizia. Quarant’anni dopo due reporters (Jefferson Hall e Rhian Rees) specializzati in Cronoca Nera tentano, invano, di far proferire parola al maniaco avvicinandolo nel luogo di detenzione e provocandolo mostrandogli la maschera usata anni prima per gli omicidi. Alla vista del cimelio, tutt’intorno l’aria si satura di una Male, che non si vede ma si ravvisa nel nervosismo degli altri malati che cominciano ad agitarsi come del resto i cani delle guardie penitenziarie, all’interno di un enorme cortile (ottima la scenografia di Missy Berent Ricker) che sembra diventare un devastante vortice di inquietudini metafisiche (grazie anche al montaggio ottimamente orchestrato da Tim Alverson). L’atmosfera si carica per poi spegnersi nelle parole del dottor Ranbir Sartain (Haluk Bilginer), ex allievo di Loomis convinto di poter capire quali sentimenti spingano Myers ad uccidere. Di lì a poco, l’assassino mascherato dovrà essere trasferito in un’altra struttura di detenzione dalla quale non uscirà più. Durante il trasporto, l’autobus che porta i pazienti e lo stesso Sartain, viene letteralmente devastato dalla rivolta di Myers che implacabilmente sfugge alle guardie. Di qui in poi la pellicola ricalca la struttura del primo Halloween, ma Carpenter la riveste di quella cattiveria, di quel malsano elogio alla violenza che aveva reso memorabili alcune scene del suo Distretto 13 – Le brigate della morte (1976). Michael è diverso da quello di quarant’anni prima, aggredisce in modo più diretto ed efferato (impressionante il quadruplo omicidio nei bagni dell’autogrill) e non prova rimorso neanche per i giovani. Come la bambina uccisa nella scena iniziale di Distretto 13, qui a farne le spese è un ragazzino che in cerca del padre, che si trova di fronte all’autobus da cui sono scappati i pazienti del manicomio, finisce strangolato nella sua auto. Sin da inizio pellicola, Carpenter e Gordon Green mettono in chiaro le cose. Non siamo più in un paese per vecchi, ma in una fucina di giovanilistica libertà. Le feste, le zucche non sono più casto ornamento per la zuccherosa middle-class rappresentata nel 1978, ma fanno da cornice a un quadro in cui i giovani scherzano col sesso (“questa sera ti faccio venire nei pantaloni…” minaccia il suo ragazzo, Allyson Nelson, nipote di Laurie interpretata da Andi Matichak), si travestono in modo bizzarro esaltando miti negativi lontani dalla tradizione di fine Ottobre (i costumi di Bonnie e Clyde) mentre le famiglie sono relegate a mero quadro preistorico, prive di ogni controllo sulla nuova generazione ma in grado, però, di preservare l’istinto di conservazione e salvezza. Già, perché la lotta tra un’ormai invecchiata Laurie e il suo nemico di sempre, assume connotati generazionali e approfondisce il discorso della violenza sulle donne con una sorta di elogio all’autodifesa esasperata e cieca. L’instabile rapporto con la figlia  Karen (Judy Greer) da cui i servizi sociali la separano è il detonatore di un’esplosione morale atta a riprendersi ciò che gli spetta (“Myers uccide quattro persone e va internato e capito, io cresco mia figlia nell’autodifesa e sono una pazza paranoica, che strano…..” afferma Laurie alla figlia). La figura “guerrigliera” di Laurie rappresenta la storia di ogni donna che sotto la pressione dell’incubo dello stalkeraggio, assume un’autodifesa in risposta a un sistema legale che non ne prende in considerazione il problema, anzi lo deride a volte non credendovi (è il caso della paranoia, dell’ombra della strega). C’è molto sociale in questo Halloween e Carpenter, come sempre, piega la materia alla sua personale cine-visione. Myers non è solo un serial killer, ma è anche una sorta di ombra che dal buio dei suoi 40 anni torna a reclamare vendetta, un po’ come un passato sopito ma mai dimenticato, come il furore degenerativo di vecchi rancori (a tal fine risulta essenziale la rivisitazione semi-rètro dello score da parte dello stesso regista). Egli è l’icona della paura di un’intera nazione, la sintesi di tutte quelle paranoie celate sotto una siliconata visione della democrazia che sgomita a colpi d’arma da fuoco. La rincorsa all’armamento trova nel bunker di Laurie senso compiuto della catastrofe morale di un paese e al contempo del fallimento della sua struttura legale. E quando la resa dei conti torna a manifestarsi in un trascinante e furente finale, il fuoco invece che purificare tende a nascondere ciò che non si vuole vedere, come a pregare che sia l’ultima volta, forse la prima, forse la prossima. Cinema seminale.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto.

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