Firenze, canzone triste. I Medici

Un evento televisivo come non se ne vedevano da anni. Una mastodontica produzione anglo-italiana. Questo è il progetto I Medici – Masters Of Florence, miniserie in otto episodi ripartiti in quattro puntate da due per un totale di 440 minuti. Diretta dallo statunitense Sergio Mimica-Gezzan, assistente alla regia per Steven Spielberg in film cult come Schindler’s List, Salvate il Soldato Ryan e Jurassik Park, I Medici ha la possanza del grande schermo, la linearità del racconto storico e la passione sanguigna e avventurosa delle migliori serie oggi presenti sulle diverse piattaforme Pay gestite da colossi statunitensi come la HBO e la BBC. Lavorando sapientemente sulla realtà fiorentina dell’epoca, Gezzan pone al centro della storia il contesto familiare della casta dei Medici, rivestendolo di una forte componente introspettiva che viene regolarmente utilizzata come decodifica di un sistema di valori e come specchio di un’epoca storicamente troppo lontana, ma politicamente estremamente attuale. Servendosi nella prima parte (composta dagli episodi Peccato Originale e La Cupola e la Dimora) di un’altalena narrativa a colpi di flashback, il regista ripercorre i primi vent’anni di vita e d’amore della casta fiorentina cominciando a delineare quelli che sono i destini dei suoi componenti quali Cosimo de’ Medici, interpretato dallo scozzese Richard Madden, spogliatosi del ruolo bellico della serie Il Trono Di Spade, e di suo fratello Lorenzo (Stuart Martin). Destini scritti, scolpiti profeticamente dalla tirannia di un padre-padrone come Giovanni interpretato con feroce autoritarismo da un Dustin Hoffman in piena forma e affiancato dalla sempre eccellente interpretazione di  Frances Barber nel ruolo della sua sprezzante moglie Piccarda Bueri. L’aristocrazia viene descritta in tutta la sua drammatica struttura di potere con buona pace dei sentimenti, banditi in nome del compromesso e del Dio Denaro che sembra scorrere nelle vene dei protagonisti come il sangue che lega (o elimina) le amicizie. Come quella, sin dai tempi adolescenziali, tra Cosimo e Rinaldo degli Albizzi (Lex Shrapnel) distrutta improvvisamente dalla sete di potere di Giovanni il quale distrugge politicamente il padre del ragazzo Maso degli Albizzi, interpretato con estrema efficacia dal nostro Gerolamo Alchieri. Sarà tale episodio a far da detonatore all’esplosione di odio e guerra tra le due famiglie all’interno della Signoria di Firenze il cui potere viene regolamentato dal Mastro Bernardo Guadagni interpretato dal mitico Brian Cox. A questo punto la storia si inasprisce nei toni con un ricorso alle credenze popolari e all’introduzione del Cristianesimo come collante tra le scelte e i ribaltamenti di vedute socio-politiche proprie della realtà dell’epoca. La lotta continua tra Cosimo e Rinaldo all’interno dei centri nevralgici del potere  dove si identifica con il malcontento popolare, ammaestrato come un cane con un esca saporita. La realtà storica non soccombe mai a quella  romanzata e la sceneggiatura inanella situazioni (e ritratti di persone) degne di nota sia dal punto di vista della sostanza che in quello dell’estetica (egregiamente sospesa nella fotografia elaborata da Vittorio Omodei Zorini). Il potere, quello sempre nascosto alle masse, viene sviscerato nella sua inconsistenza etica e viene delineato con forte critica sociale, la stessa riversata anche nel rapporto tra potere e formalismo, esempio della quale è la costruzione ambiziosa della famosa Cupola della Cattedrale Fiorentina, fortemente voluta da Cosimo, per cui viene chiamato a corte lo “scapestrato”, ma geniale, Filippo Brunelleschi interpretato da un Alessandro Preziosi gigionesco e a suo agio con le sfumature ironiche di un dramma tutto interiore. La cattedrale cresce tra proteste e calda accoglienza, mentre la sua possanza diventa dimora delle ambizioni dei Medici. Cadono, quindi, tutti i valori etici e i Papi e i Cardinali sono servi del potere economico e dei compromessi che esso comporta. I nobili fiorentini non disdegnano lo stringere rapporti con prelati dediti all’amore orgiastico o alla droga, mentre furori sanguinari vengono riversati nelle battaglie da cattolici feroci come pochi. La storia si scrive col sangue e quella fiorentina non è da meno. Tanto che il vero amore è relegato a semplice ricordo, rancore o rimpianto lasciando il posto a quello convenzionale, studiato e necessario. A questo punto spicca fortemente il personaggio di Contessina de’ Bardi, interpretata dalla bellissima Annabel Scholey, sposa promessa a Cosimo dal padre come prezzo di unione delle due casate e pagamento di debiti da parte del padre della sposa nei confronti di Giovanni. Ancora una volta Gezzan sposta l’obiettivo della telecamera sui conflitti padre-figlio e ne fa esplodere tutte le contraddizioni divise tra potere e dogma familiare in cui la personalità di Giovanni de’ Medici trasfigura in quella di un uomo capace di uccidere il proprio figlio se disobbediente ai suoi intenti (“Io ti ho dato la vita e nulla potrà impedirmi, se ne è il caso, di riprendermi ciò che ti ho donato”). Lo scontro assume toni generazionali e si ammanta di un potente alone testamentario. Contessina de’ Bardi è un personaggio chiave per comprendere le dinamiche più intime del potere, quella che è la realtà casalinga delle decisioni, ma è anche la conferma della futilità maschile e maschilista di un’epoca. La moglie è per il regnante il burattinaio che tira le fila e quando essa agisce per amore la rete tessuta diventa salvezza e saggezza. Ben approfondito, il personaggio costituisce la prima delle numerose e significative figure femminili dell’intero racconto. Figure capaci di rendere il discorso sul potere un esercizio manicheo e maniacale delle usanze più estreme di un’epoca ormai lontana, ma tremendamente e culturalmente vicina all’indole di ogni popolo. Con i successivi episodi La Peste e Il giorno del Giudizio ritroviamo di nuovo Cosimo e il fratello Lorenzo alla ricerca della verità sulla morte del loro padre che diventa il leit motiv narrativo col quale il regista segna la linea di demarcazione tra dramma familiare ed epopea storica. Braccio destro (e armato) di Cosimo nella ricerca della verità è il mercenario Marco Bello a cui presta il volto il nostro bravissimo Guido Caprino. Figura chiave, quella di Bello è l’ennesimo approfondimento operato sul gioco delle parti. Il personaggio di Caprino rappresenta il valore della vera amicizia, quella salda e pura, pronta a essere difesa addirittura con un esilio quando questa viene messa in dubbio dallo stesso Cosimo. Bello è l’ombra sotto cui vengono nascosti tutti quei fatti che devono rimanere segreti. Un uomo che sembra non provare nessun rimorso in quanto, anche quando uccide, lo fa con la consapevolezza del giusto e l’onere del dovere. Egli, in un certo senso, è la nemesi di Cosimo, ma anche la genesi di una volontà da parte del nobile di non voler essere visto come ereditario di morale paternità. La figura di Giovanni de’ Medici, infatti, con lo scorrere dei fatti e l’ausilio di flashback, ci restituisce un uomo malvagio come pochi, che usa la maschera di genitore come punto forza di una manipolazione degli eventi. Lui è fautore dell’allontanamento della lavandaia Bianca (Miriam Leone) dal figlio Cosimo, vista come sacrilego accostamento alla casta. E’ sempre Giovanni a uccidere Maria (Giusy Buscemi), di cui Lorenzo si era infatuato e che aveva messa incinta (terrificante il modus operandi di Giovanni nell’eliminare la ragazza). Gezzan guida scaltramente lo spettatore su due binari paralleli, quello della narrazione storica e quello dell’introspezione psichica del fatto e del personaggio che ne è coinvolto. Cosimo è un’anima in perenne conflitto tra passione e rigore etico/aristocratico. Il suo forsennato spostamento tra una Signoria e l’altra al fine di proteggere il proprio potere e la propria famiglia, lo portano a maturare una nuova visione del suo status sociale e a non scendere a compromessi con le imposizioni di rito. Mentre la peste si abbatte in tutta Italia, lui s’invaghisce di una ragazza, la bella Maddalena (Sarah Felberbaum) schiava del Casato di Venezia dove era stato costretto all’esilio della guerra con gli Albizzi. Maddalena rappresenta una sorta di ribellione, di rivalsa nascosta contro le terrificanti rinunce imposte da suo padre durante l’adolescenza. Essa è lo speculare di Ricciardo (l’italiano Michael Schermi) a sua volta amore mai sopito di Contessina de’ Bardi la quale lo incontra a Firenze, dove era rimasta a difendere il casato del marito. Contessina, però, non tradirà Cosimo, mentre il consorte porterà con sé Maddalena al ritorno a Firenze, mosso dallo sdegno per la ferita nel proprio onore che la moglie gli aveva inferto scegliendo per lui l’esilio come alternativa alla morte proposta dalla Signoria di Firenze. Si entra così nel terzo “movimento narrativo” composto dai due episodi Tentazione e Predominio che vedono un Cosimo de’ Medici tornato nel proprio casato dove ingaggia una lotta etico/morale con la stessa consorte, infastidita e offesa dalla presenza di Maddalena a corte. La narrazione si snoda definitivamente nel discorso del gioco delle parti, identificando la figura della donna come unica e vera icona “risolutiva” dei problemi degli uomini. La figura di Contessina de Bardi assurge a factotum del regnante e viene affiancata da altre due figure femminili di spessore quali Lucrezia Tornabuoni (interpretata dall’italiana Valentina Bellè), moglie di Piero de’ Medici (Alessandro Sperduti) figlio di Cosimo, e Alessandra degli Albizzi (Valentina Cervi). La prima, la futura madre del grande Lorenzo il Magnifico, coadiuva Contessina nel destino di tracciare le vie del potere da far percorrere ai mariti. Sarà proprio Contessina de Bardi a scongiurare l’ennesima guerra con il Casato degli Albizzi, tramite un lungo percorso “formativo” di amicizia con la moglie di Rinaldo degli Albizzi. Entra a gamba tesa, a questo punto, l’inganno e la strategia di corte con tutto il suo subdolo corollario di falsi valori da elogiare in nome di un predominio che entra diretto nelle credenze popolari e tra i banchi di una Signoria sempre più votata all’idiozia di ruolo. Le accuse reciproche tra Cosimo e Renato degli Albizzi sfociano presto nel banco di prova su cui si consumano strategie di guerra e sociali. Durante l’esilio del regnante, gli Albizzi avevano preso possesso della città di Firenze grazie all’uso della forza e appoggiando stuoli di mercenari che ormai avevano creato una sorta di colonizzazione cittadina. Torna imperante, a questo punto, la lezione paterna e la famiglia Medici si accinge a riprendersi il maltolto scendendo prima a patti con i mercenari e poi riuscendo a far incarcerare Rinaldo per alto tradimento della Signoria di Firenze. Quando però torna il sereno una confessione rubata a Rinaldo in cella, riaccende il rancore di Cosimo nei confronti del rivale, ipotetico assassino del padre. Si riapre così una sorta di caccia all’uomo, i due ultimi episodi Il Purgatorio e L’Epifania, che durante tutta la storia era stata utilizzata come tema portante per la narrazione. Si ripercorre a colpi di falshback quella che era la morte di Giovanni De Medici, passo per passo facendo venire alla luce la tragica realtà e l’identità del suo vero assassino. Fuori intanto imperversano rancori e giochi di corte mossi da famiglie rivali come quella dei Pazzi comandata da Andrea de’ Pazzi (Daniel Caltagirone) nel cui vortice troverà drammatica fine Lorenzo de Medici. Le tenebre scendono sulla città e la notte diventa complice di una narrazione da manuale con la quale il regista Gezzan ci fa dubitare di ogni personaggio e anche della sua moralità fino all’epilogo che vede la liberazione e l’esilio per Rinaldo degli Albizzi e suo figlio Ormanno (Eugenio Franceschini) che, però, verranno eliminati in un agguato nei boschi fuori la Signoria fiorentina dagli stessi mercenari che Cosimo aveva mandato via pagandone le mosse. La morte scorre nelle vene e nell’animo di un regno, quello dei Medici, che sembra avviato all’ascesa totale. Degenerazione etica, questa, urlata in faccia a Contessina de Bardi dalla stessa moglie di Rinaldo. Si chiude così la prima stagione de I MEDICI, sull’apparente serenità del festeggiare a corte e nelle strade della città i rituali ecumenici, con Lucrezia che confida a Contessina l’imminente nascita del figlio. Analizzare questa prima stagione de I MEDICI, significa strizzare un occhio alla magniloquenza della messa in scena, alla grande fatica investita nel muovere mezzi e attori da parte di una produzione italo/inglese di enorme portata. Già questo potrebbe rendere il progetto vincente, dal momento che, finalmente, la RAI è riuscita a creare un prodotto fuori dai classici schemi della Fiction. I MEDICI è bello e Pop, con le sue scene maestose, l’esasperazione del momento e il rigore della narrazione. Già dai titoli di apertura si comprende come l’operazione strizzi l’occhio alla struttura americana delle migliori serie TV americane, con tanto di realizzazioni computer graphic per introdurre i nomi dei protagonisti e l’estetica ridondante della storia stilizzata. Tralasciando le solite noiose critiche mosse da giornalisti che hanno ravvisato nella serie le classiche incongruenze storiche e i famosi anacronismi, ci dobbiamo rendere conto che l’operazione nasce come intrattenimento e ha come punto di forza rispetto alle altre operazione Series  il fatto di non lasciare mai che la parte romanzata sovrasti quella storica. La storia è storia e anche con le sue imperfezioni esige un rigore narrativo, che nel caso de I Medici è stato rispettato, lasciando poi che lo spettacolo scorra sullo schermo a ritmo rutilante dell’avventura pura. Finalmente una ventata di aria nuova (e costosa) con tanto di elogio all’intrattenimento, dal momento che non è facile rendere ritmica una storia di per se maestosa e solenne come quella della Signoria de Medici. Traguardo raggiunto anche grazie alla minuziosa devozione ai particolari, a una struttura e una visione dell’insieme impeccabili, rese tali dalla stupenda scenografia realizzata da Francesco Frigeri che riveste la dimensione storica di un alone epico e mistico (numerose sono le scene che vedono i dogmi cristiani come sorta di rigore etico e morale da seguire). Menzione particolare va riconosciuta alla potentissima colonna sonora composta dal maestro Paolo Buonvino che per il tema portante della serie si avvale del featuring straordinario di Skin. Inutile dire che la splendida voce della vocalist degli Skunk Anansie rende sublime lo scorrere delle immagini dei titoli di testa, mettendo subito in chiaro quale sia la levatura del progetto. Altro punto di forza della serie è lo splendido doppiaggio eseguito dai nostri fidati “artisti del linguaggio”. Tra tutti spicca l’eccellente lavoro eseguito da Lino Guanciale che presta anima e voce a Cosimo de’ Medici. La stagione dovrebbe avere un seguito, incentrato molto probabilmente sulla figura di Lorenzo il Magnifico. Secondo chi scrive, sarebbe salutare non indugiare troppo e lasciare che una seconda serie chiuda definitivamente il progetto onde evitare cadute di stile e l’aberrante conseguenza che prende il nome di cine-scatologia, che svilisce e degrada le buone intenzioni di partenza di ogni progetto che viene reiterato inutilmente.
Alessandro Amantini

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