L’anomalia etica – Rocco Schiavone

La RAI sembra proprio essersi concentrata sull’innovazione, e che innovazione! Se con I MEDICI, ha dimostrato di poter mettersi in pari con le Pay TV americane e le loro fortunate serie, con Rocco Schiavone fa il punto su quello che è lo status attuale della fiction nostrana. La Serie TV in sei puntate da due episodi l’una, diretta da Michele Soavi, risulta essere originale e al contempo rivoluzionaria. Tratta dai romanzi scritti in modo brillante dall’attore Antonio Manzini, l’operazione getta nuova luce sulla figura del poliziotto il quale viene spogliato di tutti gli stereotipi del politicamente corretto, per restituirci una personalità al di sotto di ogni sospetto. Il personaggio di Rocco Schiavone, vicequestore di Roma, trasferito per colpa dei sui metodi poco ortodossi, in quel di Aosta, viene interpretato con estrema aderenza da un Marco Giallini in gran forma. L’indolenza tipica delle borgate romane si scontra con l’asprezza e la durezza delle Alpi con cui si delinea l’essenziale contrasto tra due mondi nello stesso stato. Schiavone è solitario non per scelta, ma per lutto. Quello dell’amata moglie Marina interpretata, con struggente malinconia, da Isabella Ragonese, morta in circostanze legate al lavoro del marito. Essa è l’angelo proiettato nella realtà dalla mente del protagonista ormai assuefatta al dolore, che in un gioco di sguardi e movimenti (magnifici gli espedienti visivi elaborati da Soavi) riesce a conferire alla scena un alone metafisico impregnato di dolore, reso ancora più forte dal fatto che lo stesso Giallini qualche anno prima ha perso la moglie nella vita reale. Marina rappresenta il dolore e contemporaneamente la coscienza di Rocco. 
Già, perché per un personaggio come lui è necessario averne una, dal momento che la sua indole lo spinge a raggiungere la giustizia varcando porte che però non dovrebbero essere aperte in quanto pertugi verso un’amoralità professionale discutibile. Il vicequestore, infatti, durante la serie riesce a risolvere i casi affidatigli, non senza distruggere, però, i “dogmicivili e morali che il suo stesso lavoro gli impone. Tutto questo è la conseguenza di un passato da piccolo delinquente che Schiavone tenta di gettarsi alle spalle, ma che non disdegna di sposare quando gli si presenta l’occasione. Occasione che viene rappresentata da un parterre di personaggi che delineano la personalità del protagonista tramite il loro ausilio narrativo. Tra i primi vi è Sebastiano (al secolo Francesco Acquaroli) amico e collega poco raccomandabile al fianco di Schiavone in quel di Roma, il quale lo viene a trovare nella nuova destinazione al fine di poter mettere le mani su un carico di droga. Il vicequestore accetta e tira dentro il colpo anche il suo collega d’Aosta, Italo Pierron (Ernesto D’Argenio) che solo all’apparenza sembra un giovane ingenuo e dai valori morali impeccabili, ma che invece risulta essere un ragazzo con problemi economici (per cui la retribuzione del lavoro è scarsa) e caratteriali. Le azioni negative del terzetto sono solo l’inizio di una visione della giustizia tutt’altro che nobile. L’obiettivo raggiunto è sempre positivo, ma i mezzi non sono sempre quelli giusti come a far intendere che per raggiungere il Bene a volte bisogna sporcarsi le mani col Male. Altro personaggio chiave è l’ispettore Caterina Rispoli (Claudia Vismara), iniziale obiettivo amoroso di Schiavone che poi si accorge di dover lasciare il passo al collega Pierron, ma non senza la classica “rosicata” romana più volte ribadita. Schiavone, infatti, sopperisce alla mancanza dell’amore coniugale con avventure e scappatelle con diverse donne conosciute nel nuovo paese come la commerciante Nora (Francesca Cavallin) o la gallerista d’arte Anna (Marina Cappellini), calpestandone l’amore che esse provano in nome di un egoismo dettato dal dolore che inficia sulla personalità già dura dell’uomo. Un uomo preda delle sue convinzioni manichee e maniacali come la cocciutaggine nel non cambiare i propri abiti e le proprie scarpe da clima “centro-sud” al cospetto del ghiaccio nordico, oppure l’attribuzione a determinati eventi quotidiani di un livello (che va da 1 a 10) in una sua immaginaria scala di gradi composta dalle così dette “rotture di coglioni”. Tra queste ultime, però, ce ne sono anche di benevole con cui Soavi ci restituisce siparietti molto gustosi ed esilaranti. Schiavone nel lavoro, infatti, è contornato da figure come gli appuntati D’Intino (Christian Ginepro), abruzzese dalla parlata incomprensibile e dal cervello limitato, e Deruta (Massimiliano Caprara) imbolsito e tonto che Schiavone identifica prima come figure animali e poi come punizioni mandate dal cielo per espiare i suoi peccati sulla Terra. Inoltre vi è il procuratore Baldi, interpretato da Filippo Dini che conferisce al personaggio un alone solo inizialmente allegro e sarcastico, ma che poi trasfigura in un uomo triste dal passato drammatico a causa del divorzio dalla moglie (emblematica la scena del dar da mangiare ai piccioni fuori dalla finestra come rito quotidiano da osservare con mesta devozione) e il genio medico del Dottor Alberto Fumagalli (Massimo Reale) in grado di operare autopsie venerate dal protagonista come miracoli. La mattina e la sera passano nella vita di Schiavone, tra un bicchiere di whisky e una canna. Proprio quest’ultima è diventata il ridicolo oggetto di critica che la serie ha scatenato tra i media, come anche tra i politici, tra cui l’onorevole Gasparri che ha identificato l’uso della cannabis da parte di un vicequestore come oltraggioso e amorale. Secondo chi scrive, tali critiche diventano semplice e sterile esercizio di stile (se così lo vogliamo chiamare) in quanto sia l’uso della canna, sia l’uso di parolacce o di maniere poco ortodosse proprie del personaggio di Schiavone, non sono altro che espedienti narrativi al fine di poter delineare la forza e la profondità del personaggio e del racconto. Rocco Schiavone è un antieroe, burbero ed egoista, ma dal cuore d’oro e alla fine l’obiettivo che si prefigge di raggiungere è moralmente più alto di tanti altri sedicenti dogmi morali sbandierati ai quattro venti in un paese (l’Italia) in cui è andata persa ogni strada. E se è vero che tutte le strade portano a Roma, allora tutte queste portano a Rocco Schiavone, figura delle più vicine a quella che è la realtà di oggi. Anche nelle migliori organizzazioni (Forze dell’Ordine, imprese e Politica) ci sono “pecore nere” e “mosche bianche”, ma non sempre si distinguono. Schiavone ha il sapore di un “adeguamento strutturale” da parte di una giustizia che non crede più nei propri mezzi e che allora ne fa suoi di nuovi, discutibili ma efficaci. Il protagonista si situa in una terra di mezzo, una sorta di notte dell’anima, dove le rette vie sono quelle che ci fanno brancolare nel buio, mentre quelle sbagliate, in quanto moralmente discutibili, ci illuminano l’ambiente facendoci vedere le cose da un’angolazione diversa, quella che il più delle volte nella realtà ci sfugge. D’altronde lo ribadiva anche Scherlock Holmes ne Il Segno dei Quattro  di Sir Arthur Conan Doyle, “Una volta eliminato l’impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità”. Doyle docet!
Alessandro Amantini

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