L’occasione mancata di Albanesi. Ubaldo Terzani Horror Show.

Vogliamo parlare di Ubaldo Terzani Horror Show? D’accordo, parliamone. La pellicola (2010) è la seconda incursione nel lungometraggio da parte del giovane regista romano Gabriele Albanesi. Il suo esordio risale al 2006 quando realizza l’horror indipendente Il Bosco Fuori, un progetto a metà strada tra Non Aprite Quella Porta (1974) di Hooper e L’ultima Casa A Sinitra (1972) di Craven il quale attira le attenzioni niente di meno ché di Sam Raimi che lo prende sotto la propria ala distributiva editandolo per il mercato estero con il nome The Last House In The Wood. Il film risulta un successo in Giappone dove, editato col titolo Italian Chainsaw e provvisto di sottotitoli orientali, raggiunge un picco di vendite mai visto. Questo trionfo merchandising porta Albanesi a racimolare un budget alto e a mettere mano, quattro anni più tardi, a un nuovo soggetto. Nasce così Ubaldo Terzani Horror Show che per il mercato nazionale vede l’appoggio produttivo della Minerva Pictures e dei Manetti Bros (già produttori insieme a Sergio Stivaletti della pellicola d’esordio). La pellicola narra le gesta di un giovane giornalista, aspirante regista horror, Alessio Rinaldi (Giuseppe Soleri) il quale viene indirizzato dal proprio capo-redattore Tommaso Curreri (il Manetti-feticcio Antonino Iuorio) a Torino, per incontrare uno scrittore del Terrore di fama internazionale, un certo Ubaldo Terzani (Paolo Sassanelli) il quale potrebbe dargli l’apporto giusto per rinverdirne l’ispirazione e la creatività. Il giornalista lascia, quindi, la ragazza Sara (Laura Gigante) a Roma e si mette in viaggio. Da quel momento per lui avrà inizio una spirale di incubi notturni e di violentissime esperienze. Raccontata così, in breve, la vicenda assume una struttura e uno spessore che sembrano propendere più verso una dimensione da cortometraggio (la durata, infatti, non sfiora neanche gli 84 minuti). Ma cosa dire di questo misterioso “cine-oggetto” nostrano? Bisogna procedere per piccoli steps. Diciamo subito che la sceneggiatura, come il soggetto, non hanno granché di originale, anzi propongono situazioni stereotipate del genere che virano verso mete conosciute e usurate. Tutta la pellicola, secondo chi scrive, si poggia sulla mostruosa performance di Paolo Sassanelli il quale trasfigura letteralmente in una sorta di bipolarismo recitativo degno di nota. L’attore dosa bene, non gigioneggia e tende a delineare in modo ammirevole i tic, le espressioni facciali e i movimenti del corpo a tal punto da coinvolgere lo spettatore, scaraventandolo direttamente nella sua mente oscura e deviata. Come abbiamo già accennato nella precedente recensione della serie L’ispettore Coliandro, Sassanelli è uno di quegli attori troppo sottovalutati dal nostro Cinema. Egli riesce come pochi a dare un senso, a dare corpo a una miriade di sfaccettature con le quali costruisce i propri personaggi. Nel caso di Ubaldo Terzani, riesce a catturare l’attenzione e l’angoscia della visone anche con un solo sguardo. Azzeccato il personaggio che Albanesi gli cuce addosso, in grado di fondere la propria natura sociopatica con una prettamente seduttiva, drogata e con tendenze viranti verso mete bisessuali le quali vibrano sottopelle senza mai deflagrare (angosciante il “bacio didattico” impartito al giovane giornalista al fine di far comprendere l’ammaliante potere della personalità) proprio perché non derivanti da tendenze sessuali ma da devianze psichiche. Altro punto di forza di Ubaldo Terzani Horror Show è l’ausilio artistico del mago degli effetti speciali Sergio Stivaletti che con la sua Casa/Scuola Apocalypse realizza un make-up e degli effetti speciali di prim’ordine. Rispetto a Il Bosco Fuori, Albanesi riduce le dosi di splatter (si pensi che la prima pellicola risulta vietata ai minori di 18 anni) e le relega solo ad alcuni momenti in cui, però, il lavoro di Stivaletti (già pregustato nel primo film) ce li rende indimenticabili e disturbanti (agghiacciante la scena della mutilazione di Sara). Ma una pellicola non può e non deve reggersi solo sulla prova attoriale del protagonista come non può totalmente affidarsi alla dimensione visiva del comparto shock. Questo è il punto debole di questo secondo lavoro del regista romano. Albanesi ha a disposizione tutto quello che serve per realizzare un’opera degna di nota. Dispone di un cast di attori “veterani” e bravi, ha un budget cospicuo e li mette, purtroppo, a disposizione di una storia risibile dove il soggetto è scarno e la prevedibilità latente. A volte tali mancanze si ravvisano anche nelle troppe inutili parole, nei discorsi a volte ridicoli o addirittura paradossali (Terzani definisce Clive Barker come un autore privo di mordente e con ispirazione standard!). Ma allora come giudicare questa operazione? Possiamo definirla una grande occasione sprecata. Grande perché riesce nel tentativo di riproporci un Cinema splatter genuinamente artigianale, lontanissimo dalla Computer Graphic, con elementi gore veri, con lattice e con veri litri di sangue finto. Riesce nel far ricordare la gloriosa Serie B (omaggio riscontrabile sin dal titolo del film con nome preso in prestito da un aiuto regia di Lucio Fulci fino ad arrivare a pescare a piene mani nel concept meta-cinematografico di Un Gatto Nel Cervello del 1990 ), ma è proprio qui che contemporaneamente fallisce. La Serie B viene solo omaggiata, ma non raggiunta nel suo splendore. Autori come Fulci, Freda, Bido, Barilli o Lenzi avevano quel famoso piglio di originalità, quella lucida follia che piegava la visione alle proprie velleità. Velleità, queste, sì artigianali, ma pur sempre trasudanti visioni ai limiti, capaci di creare mondi dentro e fuori la visione (si pensi a opere come E tu vivrai nel terrore…L’Aldilà del 1981 oppure Il Profumo Della Signora In Nero realizzato nel 1974). Questo è quello che manca a Ubaldo Terzani Horror Show, il quale non rende giustizia neanche all’ottimo score curato da Valerio Lundini il quale tende ad amplificare l’enfasi là proprio dove il soggetto filmico dovrebbe assecondarla e invece non trova giusta complicità arrivando quasi ad essere inadeguata. La colonna sonora è in grado di far crescere la tensione per poi non avere modo di vederla esplodere come dovrebbe. Albanesi alla sua seconda opera dimostra di avere una buona padronanza del mezzo di ripresa, ma manca di una perfetta visione dell’insieme la quale necessita come prima componente di una storia in grado di stupire. L’ispirazione che si rigenera nella morte come un lascito artistico sanguinario e angosciante non regge dal momento che il Cinema di genere nostrano ha lavorato per decenni su metafore e similitudini, su luoghi non luoghi e su altrove visivo. Il film di Albanesi naufraga proprio lì dove, invece, poteva trovare un appiglio, un ultimo guizzo prima di sprofondare nel mare del déjà vu.
Alessandro Amantini

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