Soavi inquietudini. Il Cinema Horror di Michele Soavi.

Classe 1957, Michele Soavi è l’ultimo di una rara famiglia di artigiani del Cinema Horror italiano. Secondo numerosi critici cinematografici e anche secondo noi di Arcadicultura, il regista milanese al momento è l’unico degno erede del maestro Dario Argento per cui, sin dagli esordi, lavora come aiuto regista. Prima di passare dietro la macchina da presa, partecipa nel ruolo di attore in una miriade di pellicole di genere considerate tutt’oggi cult da milioni di fan in tutto il mondo. Tra le molte ricordiamo il puro trash di Alien 2 sulla Terra diretto nel 1979 da Ciro Ippolito (che si firma per l’occasione con lo pseudonimo Sam Cromwell) per poi passare al fulciano Paura nella Città Dei Morti Viventi (1980).
L’anno dopo sarà vittima di una brutale scena di evirazione nel controverso Caligola. La storia mai raccontata diretto con mano sicura da Joe D’Amato (al secolo Aristide Massaccesi). Di lì in poi, grazie alla collaborazione con Argento, occuperà piccoli ruoli in Tenebre (1982) e Phenomena (1985) fino a indossare la “maschera” del contagio in Dèmoni (1985) di Lamberto Bava.
Forte di una notevole e innata capacità di trasporre in visione l’immaginario più complesso e cerebrale dell’Horror, Soavi esordisce dietro la macchina da presa nel 1987 con Deliria, slasher dal rigore tecnico impeccabile prodotto dall’amico Joe D’Amato. La storia è quella di uno psicopatico mascherato da gufo, scappato da un ospedale in cui è detenuto, il quale approda in un teatro dove una variegata e squinternata pletora di addetti ai lavori sta mettendo in scena un musical dalle venature macabre. La maschera che l’assassino utilizza, viene rubata all’attore che la deve indossare durante la rappresentazione. Inutile dire che la mattanza è assicurata come nella migliore tradizione del bodycount.
Il nucleo narrativo è elementare (al soggetto e sceneggiatura ritroviamo, tra gli altri, Luigi Montefiori che in questa occasione si firma Lew Cooper invece del solito George Eastman), ma a Soavi interessa soprattutto sperimentare nuove prospettive, nuovi approcci visivi e Deliria ne diventa la punta di diamante tanto che arriva a guadagnarsi l’importante Primo Premio del Festival internazionale del film fantastico di Avoriaz. Inizialmente la pellicola subisce numerosi tagli dalla censura e, nonostante ciò, viene vietata ai minori di 18 anni cosa che succede anche all’estero.
Bisognerà aspettare numerosi anni e l’avvento del digitale affinché la versione integrale (91 minuti) possa vedersi riconoscere la dovuta giustizia. A interpretare il film ritroviamo Barbara Cupisti, attrice feticcio della produzione a venire di Soavi, che qui interpreta Alice, eccentrica danzatrice alle prese con un mondo che, a dispetto del suo nome, è tutto tranne che delle meraviglie. Mondo composto dal luciferino regista Peter (un sempre bravo David Brandon), dall’irriverente Brett (uno stravagante Giovanni Lombardo Radice che per l’occasione si fa accreditare con lo pseudonimo di John Morghen) e Laurel  (una Mary Sellers in trasferta).
Sarà proprio Alice a ingaggiare una ferocissima lotta all’ultimo sangue contro il misterioso killer. Tutti sono inconsapevoli vittime predestinate le quali si muovono tra le quinte costantemente presidiate dal “mostro” che grazie al suo mimetismo teatrale riesce a non far percepire la sua presenza. Soavi imbastisce un film ad alta tensione che trova sublimi momenti di surreale sadismo psicologico (da mandare a memoria la scena della presenza del killer durante la recitazione sul palco) e fisico (terribile l’omicidio col trapano elettrico che costa la censura alla pellicola).
Quest’ultimo trova galvanizzazione nell’ottimo lavoro sugli effetti speciali elaborati da Robert Gold, Dan Maklansky, Roland Park e Alan Sloane. Come da tradizione slasher anche per Deliria la tensione deflagra puntualmente nel così detto jumpscare (soprassalto) che mai come questa volta trova il suo zoccolo duro nell’ottimo score composto a otto mani da Guido Anelli, Simon Boswell, Stefano Mainetti e Luigi Piergiovanni.
La melodia è sincopata, trascinante e non risparmia lo spettatore (splendida la scena iniziale in cui Alice viene afferrata di colpo nel vicolo della strada), garantendo una straniante atmosfera che si fonde con la rarefazione della fotografia elaborata da Renato Tafuri che predilige la miscela tra le ombre e il buio del “dietro le quinte” con i colori vivi e kitsch dei costumi degli attori (ottima la prestazione di Valentina Di Palma).
Il successo ottenuto con Deliria, spinge Soavi verso orizzonti ancora più ambiziosi. Il regista milanese dimostra di aver appreso da Dario Argento non solo un forte bagaglio professionale ma anche di averne plasmato una dialettica filmica tutta sua, frutto delle cine-contaminazioni subite durante la sua collaborazione con il grande Terry Gilliam per il quale lavora in seconda unità di regia per Le Avventure Del Barone Di Munchausen (1988) e per I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005).
Queste esperienze fanno maturare nel cineasta una visione che scavalca i limiti dell’artigianato e che recupera una narrazione e una visione proiettate ulteriormente verso un Cinema di livello altissimo, quasi Hollywoodiano. L’occasione si presenta nel 1989, quando Lamberto Bava, vincolato dal contratto stipulato con le Reti Fininvest per la realizzazione dei capitoli del progetto Fantaghirò (1991-1996), è costretto a rinunciare alla realizzazione di un terzo capitolo della saga Dèmoni. Riguardo tale progetto la Cecchi Gori Group si mostra molto pressante volendo sfruttare ancora il successo ottenuto dai primi due capitoli diretti da Bava. In fase di script saltano tutti gli schemi e vi è una lunga sequela di rinunce e di rinvii alla fine dei quali viene chiamato Soavi che assieme a Dario Argento e Franco Ferrini riformulano il soggetto allora già scritto da Bava assieme a Dardano Sacchetti.
Nasce così La Chiesa che può essere definito come l’ultimo grande horror italiano, l’ultimo vagito di un decennio (gli Anni 80) che stava definitivamente scomparendo. Forte di una splendida fotografia curata dal fedele Renato Tafuri, la quale immerge il montaggio di Franco Fraticelli in un’atmosfera dallo spessore esoterico potentissimo, la pellicola di Soavi muove un cast da co-produzione internazionale.
Ritroviamo, infatti, tra i protagonisti Tomas Arana (villain in Guardia del corpo, diretto nel 1992 da Mick Jackson con protagonista Kevin Costner) nel ruolo del bibliotecario Evald, Fedor Chajiapin Jr (già attore per Argento nel 1980 in Inferno e famoso per aver interpretato il monaco assassino de Il nome della Rosa diretto da J.J. Annaud nel 1986),
Hugh Quarshie (coprotagonista di Highlander diretto nel 1986 da Russell Mulcahy) nel ruolo di padre Gus, Giovanni Lombardo Radice (nei panni del Reverendo), Asia Argento (Lotte) e la cine-simbiotica Barbara Cupisti (Lisa). Tutti diventano al contempo vittime e carnefici del proprio destino in una cattedrale maledetta costruita su di una fossa
comune in cui sono seppelliti, da tempi passati, centinaia di stregoni ed eretici (incipit della pellicola in pieno periodo medioevale). Il campionario di efferatezze è assicurato e gli effetti speciali, curati da Sergio Stivaletti, rendono giustizia al furore sanguinario della storia divenendo vere e proprie opere d’arte cinematografica. Molte le scene madri della pellicola, con forti richiami lovecraftiani, le quali si dipanano in una girandola di piani-sequenza, soggettive e grandangoli vertiginosi e virtuosistici.
Michele Soavi imprime al progetto il suo personalissimo tocco d’arte e gli espedienti visivi, come il lungo piano sequenza dentro e fuori i sotterranei della cattedrale, diventano un vero e proprio marchio di fabbrica del giovane talento. Punta di diamante della pellicola, inoltre, è il soundtrack che si avvale dello “scontro creativo” tra Claudio Simonetti (che per l’occasione riunisce i suoi Goblin) e Keith Emerson.
La sperimentazione è tra le più felici, partorendo pezzi come The Church, The Possession e Floe (cover eseguita da Emerson dell’omonimo brano di Philip Glass) che diventano da subito un must per tutti gli addetti ai lavori. Musica psichedelica che si fonde con l’ambient dalle venature gotiche creando un vero e proprio stato di alterazione progressivo della messinscena.
Luci e ombre si muovono a passo di danza fino alla deflagrazione nell’effetto violento e soprannaturale (memorabile la scena di sesso tra il Diavolo caprino e la concubina Cupisti sulla pietra tombale nei sotterranei della chiesa con finale shock di una croce che sprofonda nel vuoto, omaggio frame to frame al concepimento diabolico di Rosemary’s Baby diretto nel 1968 da Roman Polański).
La Chiesa diventa da subito un cult, venendo esportato in tutto il mondo, dove viene editato anche come Demoni 3. L’impatto è fortissimo e Dario Argento e Vittorio Cecchi Gori ancora una volta rimangono estremamente appagati dal risultato. Da questo “stato di grazia” cinematografico nasce nel 1991, una nuova collaborazione tra loro e Soavi che porta alla creazione de La Setta. Questo progetto riprende molti concept del film precedente, come la possessione demoniaca, la componente esoterica e l’ascesa del Male sulla Terra, ma se ne distanzia riguardo la dimensione grandguignolesca. Horror tra i più cerebrali, privo di violenza estrema e carico, invece, di elucubrazioni visive, La Setta è il film più sentito e personale di Michele Soavi.
Una pellicola dal sapore retrò e fuori tempo massimo, ma dall’impatto tecnico-visivo altamente sperimentale. Soavi punta alla profondità del tema e non si limita quindi ad accarezzarne solo la dimensione estrema e superficiale, costruendo una sorta di testamento funereo, una Bibbia scellerata intrisa di nero. Un film cupissimo dove la cromatura predominante è il buio (alla fotografia ormai c’è sempre il grande Tafuri) in tutti i suoi “colori”.
Da mandare a memoria ancora una volta l’ottimo lavoro svolto da Sergio Stivaletti che con le sue creazioni rilegge il parto che da gioia si trasforma in vuoto morale e atto sacrilego (tremendo l’onirico lenzuolo bianco simbolo della venuta del Demonio, in forma di un grosso mostro ornitologico, indossato da Miriam).
Al suo fianco ritroviamo il maestro Rosario Prestopino che con il suo trucco eleva a massima potenza le personalità dei protagonisti trasfigurandole in ombre nel pieno di un incubo. Ombre che annoverano tra di esse un cast variegato di primissima qualità tra cui spicca l’impeccabile interpretazione di Herbert Lom (l’eterno secondo dell’Ispettore Clouseau ne Uno sparo nel buio diretto nel 1964 da Blake Edwards) nel ruolo del sacerdote satanico Moebius Kelly.
La protagonista Miriam è interpretata, invece, da Kelly Curtis (sorella minore e meno conosciuta della più nota Jemie Lee). Immancabile, infine, il fedele Tomas Arana che stavolta passa dall’indemoniato al Demonio interpretando Damon, il capo della Setta Dei Senza Volto per cui Argento inventa l’unica sequenza veramente cruda, che costa la censura al film, in cui viene messo in atto un rituale consistente nell’asportazione della pelle dei viso di uno dei seguaci dello scellerato gruppo esoterico, mediante un sistema di anelli a uncino.
Ciliegina sulla già prelibata torta è il magnifico score elaborato per l’occasione dal maestro Pino Donaggio che crea la stupenda track La mente di Miriam, carica di suggestioni oniriche. Una cassa melodica che predilige una classicità dell’inquietudine più oscura. Una sorta di elucubrazione musicale in grado di rendere al massimo la profonda componente testamentaria del mondo più oscuro delle tenebre. Una grande potenza musicale messa al servizio di una lucida follia visiva.
Con La Setta Soavi non raggiunge i risultati sperati e conseguiti, invece, con i precedenti film, ma secondo chi scrive, non si può dare colpa a nessuno. Il progetto è altissimo, ma nasce sotto una spinta di aspettative che vengono mosse da altri itinerari che, invece, sposano più la dimensione blockbuster.
In verità La Setta non è un prodotto commerciale, ma una spettacolarizzazione sopraffine dell’orrore, troppo edulcorata dalla componente gore e troppo cerebrale e teorica per un genere quale l’Horror. Soavi, che già aveva omaggiato con La Chiesa certo genere di film, qui strizza definitivamente l’occhio al Cinema polanskiano, tendendo più alla celebrazione del rito che alla sua messa in atto. Un connubio di teologia e macabro di grande impatto.
Il film non viene compreso e rimane relegato nell’oblio come piccolo cult, fortunatamente rivalutato col tempo. Ma questo è anche il momento per Soavi di fare il punto sul proprio percorso professionale cercando di tracciare un nuovo percorso concettuale. Devono, infatti, passare tre anni prima che il cineasta milanese torni dietro la macchina da presa realizzando così lo splendido Dellamorte Dellamore, adattamento cinematografico dell’omonimo capolavoro a fumetti di Tiziano Scalavi (1991). Soavi si misura con l’universo parallelo di Dylan Dog e ciò che ne nasce è un progetto che mantiene  tutte le promesse e le premesse su carta (la sceneggiatura è realizzata dallo stesso regista e Giovanni Romoli).
Non si pecca di blasfemia se si considera Dellamorte Dellamore come il capolavoro riconosciuto a livello internazionale di Soavi, il suo film più sentito e complesso in cui il regista riesce a trasporre tutte le sue cine-ossessioni regalandoci un quadro macabro venato da una forte dimensione malinconica e romantica. Francesco Dellamorte, la cui madre invece di cognome portava Dellamore, è il guardiano del cimitero della cittadina
di Buffalora (nel reale il paesino è nel bresciano) in cui una sorta di “infezione” (come lui stesso la definisce in quanto anche lui non in grado di spiegarne la genesi) riporta n vita i morti dopo almeno sette giorni dalla loro sepoltura. Il suo compito, quindi, non è solo fare il custode del cimitero, ma anche quello di rimettere le cose a posto quando i morti tornano, uccidendoli per una seconda e ultima volta con un colpo di pistola alla testa.
A supportare questo faticosissimo compito, ritroviamo il suo secondo, il tardo e balbuziente Gnaghi (François Hadji-Lazaro), sorta di uomo-troll che asseconda lo stravagante modo di fare del protagonista, scavando fosse e aiutandolo a trasportare corpi. Il cimitero per Dellamorte è il suo universo in una città che invece è una girandola di deficienza nonsense con personaggi al limite del ridente e solare comportamento patologico.
Lui, invece, è romanticamente oscuro, ama il cattivo tempo denigrandone il diradarsi delle nubi e ama la solitudine in cui rimane solo con le sue elucubrazioni che spesso convergono in una sofferta quanto totale mancanza d’amore. A interpretare il giovane Dellamorte ritroviamo l’inglese Rupert Everett il quale rimane nella storia del Cinema come l’attore che somaticamente incarna alla perfezione il personaggio inventato da Tiziano Sclavi.
La sua somiglianza è impressionante divenendo incarnazione della così detta nemesi Dylandogghiana. Everett mette mano a tutto il suo repertorio di attore teatrale quale è e ci fornisce una simbiosi recitativa rarissima e straniante che non ci fa quasi rimpiangere la carta dei fumetti d’origine. Un uomo dall’andamento dinoccolato con una nonchalance nel portare a termine il terribile compito che gli spetta.
Una missione svolta nel pieno della propria freddezza che però si sbriciola come un castello di sabbia quando l’amore bussa al suo cuore sotto le “mentite” spoglie di una splendida vedova interpretata dalla bella Anna Falchi. La donna è l’amore e siccome per Dellamorte tale sentimento è un corpo estraneo nel suo tessuto vitale, ella viene denominata semplicemente Lei.
Lei è una vedova, che seppellito da pochi minuti il consorte, s’innamora perdutamente e a prima vista del protagonista, Lei è una segretaria del nuovo sindaco di Buffalore, Civardi (Pietro Genuardi), Lei è una prostituta di nome Laura. Ma la morte è un’entità inesorabile e distrugge tutti i sogni, anche quelli che potrebbero rimanere tali, ma che ci vengono tolti con l’inganno (il colpo di pistola sparato alla ragazza nella convinzione del suo essere divenuta una rediviva da parte di Dellamorte).
L’amore che esplode dirompente tra i due porta la pellicola sotto l’occhio della censura la quale vede la scena del coito “nudo tombale” tra i due non solo come ardita, ma anche come blasfema dato il luogo in cui si svolge. La sequenza viene inizialmente epurata per poi essere reinserita nel riversamento digitale Home-Video. Come guardare a Dellamorte Dellamore?
Secondo chi scrive con una forte riverenza e soprattutto stima nei confronti di Michele Soavi il quale realizza un film visivamente debordante (splendide le scenografie di Massimo Antonello Geleng) incastonato in una dimensione concettualmente anarchica che predilige il colpo di coda più che il colpo di scena. Ogni sequenza viene logicamente spazzata via dalla successiva ogni qualvolta la narrazione sta per plasmarsi in qualcosa di logicamente sensato e accettabile.
Emblematica a tal proposito la sequenza “spartiacque” della pellicola in cui Dellamorte ha uno scontro di vedute con la Morte in persona che gli conferisce l’incarico di risolvere i problemi prima del loro sorgere, di non uccidere i morti una seconda volta, ma di far fuori i vivi prima che diventino un problema. Punto di non ritorno per Dellamorte e radicale cambio di registro per la pellicola
che fa traslocare lo spettatore da una visione scanzonata e divertita a una dimensione più cupa e inesorabilmente nichilista alla fine della quale si arriva lì dove tutto si conclude per lasciare che qualcos’altro cominci di nuovo. Tutta Buffalora viene inghiottita in un atto di annientamento che sin dalle prime sequenze si fa presagio (complice il montaggio di Franco Fraticelli che adotta uno stile di taglio secco per poter destabilizzare la progressione logica della narrazione), si percepisce nella surreale ilarità di cartapesta della cittadina.
Un sindaco, Scanarotti (uno psicotico Stefano Masciarelli) che si preoccupa del suo rinnovo di carica politica anche quando si ritrova zombi a vagare per i cimiteri, una banda di motociclisti il cui leader è conteso tra la figlia del sindaco (futura testa parlante, amore per Gnaghi) e un’emarginata adolescente che si fa sedurre a colpi di morsi, incidenti di pullman che vomitano potenziali redivivi e un misterioso addetto all’anagrafe (Anton Alexander) confidente dei momenti di solitudine di Dellamorte e killer in competizione con lui verso la parte finale della pellicola.
Il tutto condito con i migliori effetti speciali, ancora una volta curati dal genio di Sergio Stivaletti, i quali restituiscono un artigianato da far impallidire i moderni apporti di computer graphic. L’intera pellicola, inoltre, viene immersa nello score realizzato dal compianto Manuel De Sica, una eccellente guscio sonoro che ricalca alla perfezione gli stati d’animo del protagonista
ma sa anche incendiare i momenti più forsennati dell’action macabra che come in una scellerata altalena prende possesso della visione. Inutile dire che per Soavi, la pellicola è una fonte di grande soddisfazione e non a caso riceve una pioggia di riconoscimenti. Tra questi ricordiamo il prestigioso David di Donatello e il Ciak d’Oro assegnati nel 1994 ad Antonello Geleng per la migliore scenografia e i premi del pubblico e della giuria nel Festival internazionale del film fantastico di Gérardmer del 1995 riconosciuti alla pellicola.
L’avventura Horror di Soavi finisce qui, senza ma e senza sé. Il lontano 1994 sembra essere un discorso lasciato in sospeso come paventato in alcune interviste dal regista milanese che ha espresso il forte desiderio di tornare al Cinema Horror delle sue origini.
A Dellamorte Dellamore segue un cambio di rotta che vede la realizzazione di Arrivederci Amore Ciao (2006), un noir ferocissimo dove l’orrore è ancora forte nella componente drammatica della trattazione. Forse l’ultimo vagito del Male (definitiva la scena di chiusura della pellicola con il trionfo dell’oscurità più profonda) della produzione soaviana, prima che le produzioni televisive, cominciate già nel 2001 con Uno Bianca, prendano definitivamente piede facendone perdere momentaneamente le tracce.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto

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