Di padre in figlio. Il Cinema di Lamberto Bava.

Classe 1944, figlio d’arte per generazioni (il nonno Eugenio era direttore della fotografia, mentre suo padre Mario è stato uno dei massimi esponenti del rilancio del Cinema Gotico Italiano e della rigenerazione dell’Horror Slasher), Lamberto Bava muove i primi passi nel Cinema di genere nel 1977 affiancando il padre Mario, ormai malato da tempo, nella realizzazione del film Schock per cui cura personalmente le riprese di alcune sequenze. La pellicola sposa a pieno la dimensione puramente macabra e oscura, marchio di fabbrica della cine-produzione paterna, ma al contempo Lamberto riesce a imprimervi un tocco personale rigenerandone il coté visivo con un’originalissima messinscena. Daria Nicolodi, nel ruolo di Dora Levi regala al regista una performance inappuntabile facendo così le prove generali per i numerosi ruoli borderline che il marito Dario Argento le cucirà addosso col passare degli anni, mentre John Steiner le tiene testa nel ruolo dell’ambiguo marito Bruno, personaggio che chiude il cerchio di sangue alla base del soggetto elaborato da Bava con l’amico  Dardano Sacchetti. Una storia, quella del matrimonio di Dora e del conseguente precipitare degli eventi a esso conseguenti, allucinata all’origine che fa leva sulle paure ancestrali della perdita del controllo psichico esasperandone le conseguenze per arrivare al collasso clinico più inattendibile. Un solido film di genere che si inserisce in senso compiuto negli ultimi vagiti di un Gotico nostrano che aveva avuto la sua esplosione l’anno prima con la Casa Dalle Finestre Che Ridono di Pupi Avati e che andrà perdendosi con l’avvento del New Horror Anni ’80. Il corredo sonoro di Schock è affidato ai Libra, gruppo musicale Rock Progressive formato da Walter Martino (ex batterista dei Goblin), Alessandro Centofanti (tastiere) e Dino Cappa (basso e voce). La colonna sonora di Schock è l’ultimo lavoro della band prima del definitivo scioglimento. Passati tre anni, durante i quali il regista affianca ancora il padre Mario nella realizzazione per la TV de La Venere D’Ille, episodio della serie RAI I Giochi Del Diavolo (1978), Lamberto Bava mette mano a quello che sarà il suo primo grande successo. Stiamo parlando di Macabro (1980) al cui soggetto e alla cui sceneggiatura collaborano, oltre lo stesso regista, anche Pupi e Antonio Avati. Siamo di fronte a un momento cruciale nell’evoluzione professionale del regista dal momento che il progetto rappresenta il passaggio dalla semplice collaborazione alla regia, fino ad allora ricoperta per i suoi colleghi, alla totale direzione. Macabro viene, infatti, realizzato subito dopo l’ennesima assistenza alla regia per Dario Argento che mesi prima ultima il suo Inferno (1980) e per Ruggero Deodato che realizza il controverso Cannibal Holocaust (1980). Forte di un bagaglio professionale enorme assimilato sul campo, Lamberto concentra in Macabro tutta la sua visionarietà e ne accentua la dimensione fornendo alla pellicola un imprinting malatissimo. Partendo da un reale fatto di cronaca, il cineasta guida lo spettatore in una dimensione morbosa ed eccessiva il cui nucleo narrativo risiede in una terrificante storia di necrofilia. La storia è quella di una donna, la signora Jane Baker (una magnifica Bernice Stegers), la quale perde l’amante in un terrificante incidente d’auto mentre corre a casa per soccorrere suo figlio caduto nella vasca da bagno. La donna esce psicologicamente turbata dalla tragedia, ma non perde la speranza di continuare la relazione con il defunto amante nella casa in cui di solido s’incontravano di nascosto dal marito la quale appartiene a Robert Duval (Stanko Molnar), giovane cieco segretamente innamorato di lei. La narrazione procede per strade parallele tutte intrise di sangue il più delle volte versato per motivi incomprensibili. Tutto sembra rimandare alla lucida follia di Schock, ma questo malinteso viene subito smentito dal precipitare degli eventi che, concatenandosi tra loro, portano la storia a un epilogo agghiacciante e incredibile. Macabro rispecchia appieno il proprio titolo, una storia morbosa costellata di atti scellerati (la sorellina Veronica Zinny che affoga nella vasca da bagno il fratellino Sheran Panizzi, l’incidente in autostrada e l’amore incoffessato e spiato del cieco Duval) per poi arrivare all’epilogo spiazzante e inconfessabile. Un grande film, esordio eccellente di un figlio d’arte il quale ha il suo zoccolo duro in una follia che aleggia di continuo sulla narrazione, che cade di colpo nel sorprendente montaggio elaborato da Piera Gabutti che trova, a sua volta, eccezionale cornice nella buona fotografia realizzata da Franco Delli Colli, il quale predilige la rarefazione del buio per carpire dettagli, ma mai mostrandoli del tutto, relegando così lo spettatore al semplice ruolo di voyeur, compulsivo e ossessionato. Buona parte della critica saluta felicemente l’esordio di Bava e lo definisce come un gioiello di tensione visiva il quale, allontanandosi dalla esplicita rappresentazione del raccapriccio, dosa l’angoscia per poi farla deflagrare nel massimo sconcerto. Dopo Macabro, Lamberto Bava consolida la sua collaborazione e amicizia con Dario Argento per il quale nel 1982 cura l’aiuto regia di Tenebre. Durante la lavorazione della pellicola, Bava getta nero su bianco la sceneggiatura de La Casa Con La Scala Nel Buio che dirige l’anno successivo. Il progetto, originariamente pensato come una serie per la TV, si materializza, invece, come un lungometraggio realizzato sotto l’egida produttiva della Nuova DANIA Cinematografica. La pellicola si avvale del soggetto e della sceneggiatura scritti a quattro mani da Dardano Sacchetti ed Elisa Briganti con cui vengono narrati gli efferati omicidi che avvengono in una cantina di una casa. Il primo a farne le spese è un bambino spinto a forza da due sue coetanei al fine di mostrare un atto di coraggio, scena questa che fa da incipit al film che poi prosegue a distanza di anni con l’arrivo di Bruno (un giovane Andrea Occhipinti), un compositore di musica Horror che viene ad abitare nella casa dove era successo il tragico evento. Il film a cui sta collaborando vede come regista Sandra (Anny Papa) la quale gli fa visionare una scena della pellicola che altro non è che l’incipit con i tre bambini. Di lì in poi la pellicola trascina lo spettatore negli inferi di una psiche malata in grado di innescare una ferocissima spirale di violenza. Ancora una volta siamo dalle parti di un Cinema che fa leva sulla perdita della cognizione psichica e ancora una storia scellerata e morbosa con un colpevole tanto traumatizzato quanto spietato. Evitando di svelare il finale, questo progetto risulta meno audace di Macabro e per certi versi sembra quasi voler sacrificare la tensione del predecessore accelerando sull’accumulo di colpi di scena che portano le motivazioni del villain quasi al paradosso. Tuttavia La Casa Con La Scala Nel Buio rimane un’operazione dignitosa con una tensione qua e là ben orchestrata, anche grazie all’ottima colonna sonora realizzata dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis (Oliver Onions) e al montaggio curato dallo stesso regista che ben coadiuva la narrazione che affonda nelle buie sperimentazioni della fotografia realizzata per l’occasione da Gianlorenzo Battaglia. La pellicola, inoltre, segna l’inizio del sodalizio artistico tra Lamberto Bava e Michele Soavi che nel film interpreta Tony, il proprietario della villa. Questo a sigillare quasi un patto collaborativo che col passare degli anni dà alla luce una sorta di temporanea Horror Factory Made In Italy facente capo a Dario Argento. Nel 1984 il regista romano realizza due progetti minori, ma comunque non meno interessanti. Il primo è Blastfighter, una lotta forsennata per la sopravvivenza tra l’ex galeotto Tiger Shark (Michael Sopkiw) e una banda di bracconieri delinquenti capitanati da suo fratello Tom (il sempre altissimo George Eastman, al secolo Luigi Montefiori). Lo scontro diventa più duro quando tra i morti cominciano a contarsi anche i parenti dell’uomo e ciò conduce la pellicola verso un feroce finale tra i due antagonisti. Ancora un solido artigianato che però non raggiunge il premio ai botteghini, ma che col passare del tempo ha assunto lo status di culto nella migliore tradizione dei B-movie. Uno dei punti di forza è lo score realizzato da Guido De Angelis, qui senza la collaborazione del fratello rimpiazzato per l’occasione dall’eccellenza di Barry Gibb dei Bee Gees. Ultimate le riprese di Blastfighter, Bava materializza in poco tempo il soggetto realizzato a sei mani da Luigi Cozzi, Luciano e Sergio Martino. Stiamo parlando di Shark – Rosso Nell’Oceano, film che muove la sua narrazione su script del fedele Dardano Sacchetti in collaborazione con Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino e che pesca a piene mani dal repertorio Monster-Movie tanto in voga in quegli anni. La storia per certi versi richiama quella de Lo Squalo di Spielberg di cui cerca di ricreare i tipici stereotipi dell’attacco marino ai danni dei malcapitati di turno, mentre nell’entroterra narrativo ritroviamo sperimentazioni genetiche operate sulla fauna marina con cui si viene a generare un sanguinario mostro ibrido di specie diverse. La pellicola viene pensata per il mercato estero e a riprova di ciò si può tranquillamente notare come qualche produttore e sceneggiatore vengono accreditati con pseudonomi stranieri. Il cast, invece, è volutamente “misto” e vi ritroviamo, tra gli altri, John Garko (al secolo Gianni Garko nei panni dello sceriffo Gordon), Iris Peynado (Sandra Hayes) e William Berger nel ruolo del professor Donald West. Nonostante le difficoltà in fase di scrittura dovute a contrasti, ripensamenti e rimaneggiamenti tra soggettisti e sceneggiatori con lo zampino della produzione affidata al veterano Mino Loy, Shark – Rosso Nell’Oceano diventa un caso internazionale venendo distribuito in moltissimi paesi in cui subisce diverse censure, alcune dovute alla semplice catalogazione di film Horror e quindi con presenza di violenza. La sua proiezione sbanca ai botteghini raggiungendo un incasso di ben 400 milioni di lire e fornendo, così, a Bava un “potere d’acquisto” cinematografico eccezionale. Il film ha molti punti di forza. La produzione di Loy ne è uno dal momento che il produttore è tra i migliori dell’epoca (suoi molti successi Horror e Cannibal), mentre alla stesura della sceneggiatura assistiamo, nonostante le incompatibilità professionali, all’unione delle migliori penne dell’underground horror dell’epoca. Se i trucchi e gli effetti speciali curati da Giuseppe Ferranti e Germano Natali risultano estremamente elementari e di natura grezza, il tutto viene riscattato dallo splendido lavoro sulla fotografia elaborato dal bravo Giancarlo Ferrando, mentre la tensione visiva subisce un imprinting anche grazie alla prima e splendida collaborazione in score col maestro Fabio Frizzi accreditato come Anthony Barrymore. Shark – Rosso Nell’Oceano è un punto di non ritorno al genere semi Sci -Fi per Bava, ma rappresenta una vittoria straordinaria di un artigianato cinematografico come non se ne erano visti fino ad allora. Un film che, polverizzando ogni aspettativa, dà modo al regista romano di guadagnare un cospicuo budget per la materializzazione delle proprie cine-vedute. Di fatto queste si allargano in modo imponente tra il 1985 e il 1986, quando il cineasta riunisce tutti i membri dell’Italian Black Factory argentiana per realizzare quello che col tempo sarà riconosciuto come il suo capolavoro Horror assoluto: il dittico Dèmoni. La trama del primo capitolo è di una elementarità disarmante: gli avventori di un cinema di Berlino (il Metropol) si ritrovano a combattere contro un’epidemia demoniaca innescata dalla stessa pellicola che scorre sul telo della sala di proiezione. La storia che viene proiettata sul grande schermo prende forma nel reale trasformando il cinema in un vero e proprio mattatoio. Alla sceneggiatura ritroviamo ancora una volta Dardano Sacchetti (che cura anche il soggetto) che si ritrova affiancato da Dario Argento (qui in veste di produttore), Franco Ferrini e lo stesso Bava. Dèmoni rappresenta una tappa fondamentale del Cinema italiano che, fino ad allora, non aveva mai osato alzare la testa in un genere poco frequentato a causa della forzata ostentazione di intellettualismi d’autore che troppe volte in passato avevano schiacciato le velleità artistiche indipendenti nostrane. Il film, inoltre, è una forte risposta alla variegata produzione americana che anni prima aveva spopolato con pellicole cult come L’Esorcista (1973) di William Friedkin e Halloween (1979) di John Carpenter per le quali venivano messi a disposizione budget imponenti al fine di realizzare opere dal puro impatto visivo devastante relegandole al ruolo di mito. Il film di Bava, forte di un budget altissimo (supportato dalla formidabile distribuzione operata dalla Titanus Production), riproduce il puro genere Gore in stile americano nel quale mai, fino ad allora, una casa di produzione italiana aveva fatto incursione con tanta violenza (la pellicola viene vietata ai minori di 18 anni). Possiamo semplicemente affermare che Dèmoni rappresenta il primo esempio dell’attuale genere Torture-Porn avvalendosi, tra l’altro, di una tecnica di ripresa di alto livello (lo zampino di Dario si fa sempre vedere) e di trovate di montaggio estremamente innovative (curate da Pietro Bozza e Franco Fraticelli). Il trucco è magistralmente curato dal compianto Rosario Prestopino, mentre gli effetti speciali sono affidati al maestro Sergio Stivaletti (qui alla sua prima collaborazione con Bava) che vi riversa anima e corpo realizzando creazioni mai viste fino ad allora in un film italiano (e questo riguardo tutti i generi e non solo quello Horror). Il cast è composto da una pletora di lodevoli caratteristi che, con il passare del tempo, diventano vere e proprie icone dello star-system italiano. I ruoli principali sono affidati a Natasha Hovey (lanciata da Carlo Verdone con Acqua e Sapone [1983] e Compagni di Scuola [1988]) nel ruolo di Cheryl, Urbano Barberini nei panni di George e Karl Zinny che interpreta Ken amico di George. Al loro fianco ritroviamo Fiore Argento, Nicoletta Elmi (la famosa Benedetta della serie I Ragazzi Della 3° C [1987-1989], ma già adolescente sadica per Profondo Rosso nel 1975), Eliana “Hope” Miglio, e Bobby Rhodes, sorta di pappone che alle sue dipendenze ha Rosemary (Geretta Geretta) futura demone che dà il via al contagio. Il successo di Dèmoni è esplosivo e i botteghini italiani vengono letteralmente presi d’assalto nella prima settimana di programmazione, portando la pellicola a dettar legge anche all’estero (persino in Giappone dove vengono realizzate delle stupefacenti copie in Laserdisc). Verso la fine delle riprese di Dèmoni la Titanus ingaggia l’intero staff tecnico per realizzare  Dèmoni 2 – L’incubo ritorna (1986). A fronte di un maggior budget, complice l’esplosione distributiva del primo capitolo, la nuova pellicola si avvale di trucchi ancora più avanzati e animatronics degni delle migliori realizzazioni estere. La trama ricalca il canovaccio del primo capitolo, solo che al posto del grande schermo, il contagio demoniaco predilige come mezzo di assalto la dimensione catodica. La TV diviene veicolazione del Male quasi a divenire con gli anni metafora sociale. Eppure, in questo secondo capitolo, qualcosa non funziona. Rispetto al primo film, si perde quel furore sanguinario (il divieto scende ai minori di 14 anni) e quella passione per la sperimentazione più spinta che avevano reso grande il prototipo. Lo stesso Stivaletti, in un’intervista dell’epoca, ponendo a confronto le creazioni eseguite nelle due pellicole, evidenzia come quelle realizzate per il secondo capitolo siano migliori proprio grazie ad una cura più ampia riservata ai dettagli e alle inquadrature, ma anche come esse vengano risucchiate da una minore profondità di trattazione. Nonostante Dèmoni 2 riscuota un buon successo di pubblico, infatti, rimane un’operazione parzialmente fredda, un mero esercizio di stile che rischia la scatologia filmica che il più delle volte colpisce i sequel. Anche il cast non aiuta con gran parte degli interpreti del primo capitolo riciclati in ruoli diversi. Tra le poche new-entry ritroviamo una giovanissima Nancy Brilli nel ruolo di Hannah, ragazza incinta intrappolata in casa, e Coralina Cataldi Tassoni (attrice feticcio nella successiva produzione di Argento) nel ruolo di Sally, prima vittima e demone che fa da detonatore al nuovo contagio in una eccezionale trasformazione a inizio pellicola. Per il dittico di Dèmoni, riscontriamo l’uso di colonne sonore cosiddette miste (molto in voga in quegli anni): il primo capitolo si avvale dell’eccellente lavoro eseguito da Claudio Simonetti che elabora partiture per sintetizzatore di rara originalità con richiami a un Pop Goth con derivazioni Progressive Rock (bellissima la Main Theme Demons che, con il suo ritmo minacciosamente sobrio, accompagna la scena di apertura nel metrò). A questo Bava affianca i migliori pezzi Metal e Rock (su consiglio dello stesso Argento, grande intenditore del genere) dell’epoca quali la speed metal Fast As A Shark degli Accept (usata nella scena della battaglia in moto all’interno del cinema) e la pluripremiata White Wedding eseguita da Billy Idol. Per Dèmoni 2 – L’incubo ritorna, Bava e Argento si servono di uno score molto ben curato, affidato stavolta al compositore Simon Boswell con The Smiths. Al fianco della partitura originale anche qui troviamo tracce epocali quali Rain eseguita da The Cult, Backbeat degli Art Of Noise e Dynamite degli Scorpions con la quale si accompagna la disperata fuga dal parcheggio dei condomini intrappolati. Tirando le somme, il dittico Dèmoni rappresenta non solo la vetta mai più riconquistata professionalmente da Lamberto Bava, ma anche un progetto che il Cinema italiano non oserà più ripetere, eccezion fatta per La Chiesa di Michele Soavi. Proprio La Chiesa diviene fulcro rotativo attorno al quale avviene una sorta di disallineamento dell’identità produttiva di Bava. Inizialmente il soggetto viene scritto dal regista romano assieme a Dario Argento e Dardano Sacchetti come terzo capitolo della saga Dèmoni, ma il ritardo nel rilascio dello script e i sopravvenuti impegni contrattuali di Bava con le reti Fininvest per la realizzazione del progetto Fantaghirò, portano il cineasta ad abbandonare le prospettive. La sceneggiatura viene rielaborata da Michele Soavi che ne taglia alcune parti rigenerandone la storia in una nuova veste. La Chiesa rappresenta un momentaneo punto di rottura col genere Horror da parte di Bava che già in precedenza aveva virato le proprie cine-ossessioni verso il Thriller puro. Tra il 1986 e il 1987 infatti assistiamo alla realizzazione di due storie scellerate a tinte forti quali Morirai A Mezzanotte (1986) e Le Foto Di Gioia (1987). Il primo lungometraggio riprende i cliché del classico noir ampliato nella sua dimensione violenta. La storia narra le gesta del serial-killer di Mezzanotte Franco Tribbo (Peter Pitsch) messo alle strette da tre ragazze Gioia, Carol e Monica che ne deducono il modus operandi arrivando a ingaggiare col pericoloso criminale una lotta all’ultimo sangue. Nel ruolo di Gioia ritroviamo Lea Martino mentre Carol e Monica sono interpretate rispettivamente dalla sempre brava Lara Wendel e dall’inquietante naturalezza di Eliana Hoope. Il tocco di Lamberto Bava si intensifica e diviene marchio di fabbrica in molti momenti della pellicola di cui cura proprio il montaggio (accreditandosi con lo pseudonimo di John Old Jr). Tra questi da mandare a memoria c’è la sequenza dell’omicidio nella doccia di Sara interpretata con naturalezza da Barbara Scoppa, amplificata da un corredo sonoro eccezionalmente orchestrato da Claudio Simonetti (alla seconda collaborazione con Bava dopo il primo Dèmoni) in cui si immerge il notevole lavoro sulla fotografia elaborato ancora una volta da Gianlorenzo Battaglia. Morirai A Mezzanotte riscuote un buon riscontro da parte dei fan e il film, come spesso succede, viene denigrato dalla critica italiana, mentre invece nel circuito estero viene editato riscuotendo enorme successo, ma anche venendo censurato per l’efferata violenza in alcune scene. A porre il sigillo di qualità ritroviamo la sceneggiatura del fedele Dardano Sacchetti il quale si prende una piccola pausa di riflessione per lo script del successivo Le Foto di Gioia (1987). Partendo da un soggetto scritto da Luciano Martino, la pellicola guadagna punti grazie a una lucida follia che trova galvanizzazione nella spiazzante messinscena (ottimo lo script a otto mani tra Martino, Bava, Gianfranco Clerici e Daniele Stroppa). Mai come in tal caso, Bava mette la sua maestria al servizio della visione, dell’impatto grandguignolesco che si fonde perfettamente con la distorsione malata della realtà vista dagli occhi di un serial-killer il quale uccide fotomodelle di una casa di produzione fotografica erotica. Tutti gli omicidi vengono poi fotografati e spediti anonimamente a Gioia (una Serena Grandi al massimo della forma), ex fotomodella erotica e ora proprietaria della casa fotografica Pussycat. Si parte da un intreccio molto elementare, ma la delusione paventata si dissolve in elogio quando a entrare in scena è la visione, l’inquadratura. Il montaggio egregiamente curato da Mauro Bonanni e la splendida fotografia di Gianlorenzo Battaglia si miscelano dando potenza a una deformazione visiva degna di nota. Il resto è affidato alla bella colonna sonora elaborata da Simon Boswell il quale accompagna la dimensione disturbata e disturbante del modus operandi dell’assassino quasi trasfigurata in manto onirico con cui si avvolge lo spettatore facendolo sprofondare in uno spiazzante disagio. La protagonista Gioia ingaggia con l’assassino una lotta serratissima fino a rimanere the last woman standing in un finale cupissimo e feroce contro di lui. Le Foto Di Gioia muove i passi su di un sentiero morboso tanto che si può tranquillamente parlare di Thriller erotico, ma conserva ben salda la componente orrorifica del genere con innesti di violenza alti ma comunque ben dosati. Tra le sequenze da ricordare almeno due: quella dell’omicidio di Sabrina (Sabrina Salerno) ormai trasfigurata dalla mente dell’assassino in una sorta di donna-insetto la quale a sua volta viene mutilata con un attacco di vespe liberate dal killer e il finale completamente immerso nella più profonda indeterminatezza. Tra i coprimari ritroviamo anche la sempre elegante Capucine nel ruolo della manager omosessuale Flora, Daria Nicolodi in quelli della collaboratrice Evelyn e Karl Zinny nel ruolo del giovane paraplegico Mark. Le Foto Di Gioia è l’inizio di una lunghissima assenza dal grande schermo per Lamberto Bava il quale si dedica in modo molto intenso alla realizzazione di progetti per il piccolo schermo. Lo stesso anno, infatti, il regista si ritrova al fianco dell’amico Dario Argento il quale produce Turno Di Notte, miniserie televisiva di 15 episodi (circa 19 minuti l’uno). Di questi Bava dirige È di moda la morte, Heavy Metal, Buona fine e miglior principio, Giubbetto rosso, Il bambino rapito e Babbo Natale. Il resto viene rimesso nelle mani dello sceneggiatore Luigi Cozzi. I piccoli saggi thriller fanno da complemento a Giallo, trasmissione diretta sulle reti RAI da Enzo Tortora in cui Dario Argento spiega anche molti aneddoti e trucchi delle sue performance professionali affiancato dall’amica Coralina Cataldi Tassoni. Passano due anni e Lamberto realizza per Reteitalia il ciclo Brivido Giallo composto da Una Notte Al Cimitero, La Casa Dell’Orco, Per Sempre e A Cena Col Vampiro. Questo ciclo diviene da subito oggetto di culto per molti fan e solo molto tempo più in là vedrà riconoscersi giustizia artistica con la realizzazione di uno splendido cofanetto a cura della Noshame Film. Il progetto ha una peculiarità formidabile, una sorta di fusion tra quella che è la dimensione orrorifica, mai però troppo spinta a causa del passaggio nei palinsesti TV, e una posologia di innesti umoristici in puro stile Trash. Gli effetti speciali, realizzati per l’occasione da Angelo Mattei, Ditta Ricci e Fabrizio Sforza sono molto modesti, ma riescono comunque a rendere la visione dignitosa e ammiccante a un pubblico più giovane che viene presto catturato dalle atmosfere ricreate dallo scenografo Antonello Geleng che guadagnano punti poggiandosi su due precisi vettori tecnici quali l’ottima fotografia di Gianlorenzo Battaglia e lo score del fedele Simon Boswell. Per l’intera operazione, Bava recluta un cast per così dire misto, una pletora di divi cinematografici e vip para-televisivi che, però, nell’intento farsesco non guastano risultando, invece, azzeccati. In Una Notte Al Cimitero ritroviamo, infatti, Gianmarco Tognazzi e Carl Zinny a capo di uno sparuto gruppo di liceali in cerca di emozioni forti in un cimitero sconsacrato. Passando a La Casa dell’Orco la protagonista è una giovanissima Sabrina Ferilli nel ruolo di Anna, donna tormentata da visioni orribili riconducibili alla minaccia da parte di un orco. In Per Sempre, forse il miglior risultato della serie, la sceneggiatura di Dardano Sacchetti (penna per l’intero script del progetto) gira attorno a un triangolo di amore e morte innescato dalla storia d’amore clandestina tra Carlo (David Brandon) e Linda (Gioia Scola) ai danni del marito di lei Marco (Urbano Barberini, in gran spolvero). Finirà molto male. La tetralogia si chiude con A Cena Col Vampiro, con cui Bava dà sfoggio di uno humour nero che rasenta la pura perfezione Trash. Basterebbe solo il cast per comprendere il collasso parodistico volutamente perpetrato dal regista romano a danno dell’Horror. Tra i protagonisti, infatti, ritroviamo Riccardo Rossi (Gianni), Patrizia Pellegrino (Rita), Yvonne Sciò (Monica) e il vampiro Jurek, interpretato da un George Hilton gigionesco al limite della caricatura. Eppure anche in questo quarto frangente televisivo, Bava tira fuori una bella idea, quasi un capovolgimento del soggetto utilizzato per Dèmoni. Delirante quanto originale è il legame vitale tra Jurek e il nitrato d’argento, la pellicola delle sue cine-gesta. Il fuoco purificatore demolisce il mostro frame to frame non lasciando più nulla, quasi a identificare una metafora del Cinema che in mancanza di mezzi si autodivora. Salutata felicemente da molti fan, l’operazione ha una grande distribuzione all’estero e i quattro film vengono editati con i titoli più disparati arrivando a essere addirittura identificati come seguiti di Dèmoni o altro, solo perché il regista è lo stesso dell’intramontabile cult. La fama nel Cinema di genere che Lamberto Bava assimila all’estero è molto forte e questo gli fa guadagnare la fiducia di numerose produzioni al di fuori del circuito italiano. Ne è un vivido esempio Sabbath, serie coprodotta da Portogallo, Francia, Italia e Germania per cui il regista realizza un remake-omaggio al padre Mario con l’episodio La Maschera Del Demonio che lo vede affiancarsi a registi del calibro Imanol Uribe, già Premio Goya nel 1995) e Pedro Olea. La Maschera Del Demonio segna anche il ritorno di Sergio Stivaletti per la realizzazione degli effetti speciali dopo i fasti del dittico Dèmoni. A interpretare la protagonista Sabina ritroviamo una giovane Debora Caprioglio (per l’occasione Debora Kinski). L’inarrestabile ascesa televisiva, porta Bava a concepire un altro ciclo di TV-Movie sempre per Reteitalia dal titolo Alta Tensione. Il ciclo si avvale di quattro film quali Il Maestro Del Terrore, Il Gioko, L’Uomo Che Non Voleva Morire e Testimone Oculare. Il progetto vede Bava anche come produttore e il budget, cresciuto anche grazie alla forte vena creativa messa in atto nei precedenti anni, lo porta a ingaggiare cast più appropriati, storie che non confluiscono più in una sperimentale deriva grottesca ed effetti speciali più d’avanguardia. Riguardo il cast ritroviamo nomi noti dello star-system horror dell’epoca. Ne Il Maestro Del Terrore il protagonista regista Vincent Omen viene interpretato da Tomas Arana (fresco di sacrilegio da La Chiesa di Soavi) mentre ad Alessandra Acciai spetta la parte dell’insegnante Diana Berti coinvolta nella spirale di misteriosa violenza di cui è permeato Il Gioko. Alla grande attrice francese Martine Brochard viene, invece, affidato l’arduo “fardello” della vittima Madame Jaclaud, alle prese con dei balordi e una rapina finita male dal tragico epilogo per L’Uomo Che Non Voleva Morire, mentre il cerchio di sangue viene chiuso da Barbara Cupisti (Elisa) nel ruolo di un’ipovedente improvvisata testimone di un efferato omicidio in un centro commerciale, in Testimone Oculare. A differenza di Brivido Giallo, oltre che la dimensione trash si perde definitivamente, come detto, anche lo humour e le storie lasciano il passo al Thriller puro tanto che sorgono numerosi problemi con le reti televisive le quali giudicano la violenza insita in alcune sequenze troppo ardita per i palinsesti TV. Violenza che trova realismo esasperato nell’eccellente lavoro nel comparto degli effetti speciali realizzati dal maestro Sergio Stivaletti. Allo script ritroviamo il profilico amico Dardano Sacchetti e le colonne sonore nascono sempre dalla magica ispirazione di Boswell. Tutto questo, però, si ferma d’improvviso e Bava dall’Horror vira verso un’inedita dimensione Fantasy. Il 1991 segna di fatto l’inizio del fortunatissimo brand Fantaghirò con cui il maestro dell’Horror, qui anche in veste di produttore assieme a Silvio Berlusconi, dispone di un budget altissimo e di una base di partenza impegnativa. Il progetto trae ispirazione da Fantaghirò, persona bella fiaba di Italo Calvino, rielaborazione a sua volta di una fiaba toscana. Fantaghirò narra la storia d’amore e d’armi tra l’omonima protagonista interpretata da Alessandra Martines e Romualdo, re del Regno Nemico di Fantaghirò, interpretato da un giovane Kim Rossi Stuart reduce dai fasti del dittico de Il ragazzo dal Kimono d’Oro (1987/1988 per la regia di Fabrizio De Angelis). Intorno a loro si muove un caleidoscopio di personaggi fantastici, alcuni attori in carne e ossa come Angela Molina nel doppio ruolo del Cavaliere Bianco e della Strega Bianca e Mario Adorf nella parte del Re Padre di Fantaghirò altri animatronics, realizzazioni eccezionali di Sergio Stivaletti in grado di strizzare letteralmente l’occhio all’enfasi teutonica de La Storia Infinita (1984) con tanto di guida spirituale e istrionica per la protagonista lungo il sentiero della maturità. L’irrequietezza mascolina di Fantaghirò, i primi amori e le avventure mistiche si miscelano in modo eccellente con una messinscena curatissima (lo script ad opera di Francesca Melandri e Gianni Romoli) che trova una eccellente culla sonora nelle maestose esecuzioni di Amedeo Minghi il quale crea la perla musicale Mio Nemico, lirica New Age realizzata per l’occasione in due versioni: la instrumental e la vocals in cui viene affiancato dall’eterea performance di Rossana Casale. Il resto dello score è sigillo di qualità in grado di coinvolgere e commuovere lo spettatore, ma anche di indurlo a vivere in prima persona il furore dell’avventura e della magia che ammantano l’intera storia. Il successo del progetto è molto forte e trova fedele partner nella Germania in cui il brand trova terreno fertile arrivando a essere tradotto e doppiato nonché editato in Home-Video in versioni Deluxe. Squadra vincente non si cambia e l’anno dopo Lamberto Bava mette mano al primo dei quattro sequel del suo successo fantasy. Tra il 1992 e il 1996 vengono realizzati altri quattro film TV della durata media di 200 minuti l’uno in cui si alternano le interpretazioni di moltissimi attori di livello tra cui Brigitte Nielsen nel ruolo della Strega Nera (Fantaghirò 2,3,4,5), Ursula Andress in quello di Xellesia (Fantaghirò 3,4), Nicholas Rogers (Tarabas, Fantaghirò 3,4), Horst Buchholz (Darken in Fantaghirò 4) e Remo Girone nel ruolo dell’Orco di Legno (Fantaghirò 5). Inutile dire che la serie diventa vero e proprio detonatore per un ottimo merchandising che scavalca i confini italiani divenendo oggetto di culto in molti paesi. Contemporaneamente alla realizzazione del secondo capitolo di Fantaghirò (1992), però, Lamberto Bava vira bruscamente e ritrova il suo lato oscuro nella realizzazione “parallela” del thriller Body Puzzle, editato per l’Home-Video italiano come Misteria. Il regista torna di nuovo nel buio filmico a tinte forti, anzi fortissime dal momento che la versione integrale della pellicola (circa 98′) si vede attribuire il divieto ai minori di 18 anni. Il delirio è di nuovo al centro di una serie di efferati delitti a scapito di individui di cui il killer trafuga parti del corpo. A fronteggiare lo spietato assassino c’è Tracy (Joanna Pacula) la quale dopo una ferocissima rincorsa alla sopravvivenza arriverà a scoprire che le parti dei corpi dei defunti sono destinate a comporre un terrificante puzzle col quale il maniaco tende a ricostruire il corpo dell’amico scomparso, marito di Tracy. Ma la storia si sa riserva sempre sorprese e il finale della pellicola è uno spiazzante colpo di scena in grado di mettere alla berlina tutte le convinzioni assimilate con la visione. A muovere le scene ritroviamo uno script coi fiocchi realizzato dal regista a quattro mani con Teodoro Agrimi (qui anche in veste di produttore), mentre il soggetto è nelle mani di Domenico Paolella, re del Musicarello all’italiana. Il cast, composto da attori di alto spessore quali Tomas Arana (Michael), Giovanni Lombardo Radice (Morangi), Erika Blanc (Dottoressa Corti) e Gianni Garko (commissario di Polizia) si muove in una storia che procede per tagli netti, per somministrazione di una posologia di interventi violentissimi in grado di disturbare lo spettatore. La fotografia, ben curata dal maestro Luigi Kuveiller, predilige ancora una volta la rarefazione, immergendo la visione in un’angosciante discesa agli inferi cullata dalla magistrale partitura in score realizzata per l’occasione da Carlo Maria Cordio. Body Puzzle in certo qual modo fa presagire una voglia da parte di Bava di tornare alle trattazioni morbose, a quel limbo oscuro che di padre in figlio era divenuto marchio di fabbrica e terreno fertile per le visioni macabre del Gotico per eccellenza, ma il contratto che lo lega alle Reti Fininvest lo incatena al mondo del Fantasy ancora per qualche anno. Nel 1995, infatti, durante la realizzazione del quinto e ultimo capitolo di Fantaghirò, viene girata la nuova favola in due parti Desideria e l’Anello del Drago, altro grande affresco per adolescenti con un cast di lusso tra cui ritroviamo Stefania Sandrelli nel ruolo della Fata del Lago, Franco Nero in quello del Re e Anna Falchi nel ruolo della protagonista Desideria. Intorno personaggi dello star-system para-televisivo di Oltralpe i quali si muovono in luoghi oltre l’etereo con musiche trasognanti realizzate sempre con buon mestiere da Amedeo Minghi, uno score aderentissimo alla trattazione il quale sarà sigillo di qualità anche per il seguente La Principessa E Il Povero (1997) che vedrà di nuovo Anna Falchi vestire i panni della principessa, questa volta Mirabella, ancora una volta risucchiata nel vortice delle tenzoni d’amore e d’armi in cui ritroviamo Lorenzo Crespi nei panni di Leonardo e il redivivo Nicholas Rogers in quelli di Ademaro. Guest star dell’operazione TV è il grande Max von Sydow nei panni di Epos. lo script affidato al veterano Gianni Romoli non delude e La principessa e Il Povero si conferma solido prodotto di genere Fantasy. Tra questi due progetti e precisamente nel 1996, Bava diserta brevemente dalla collaborazione con la protagonista Falchi per realizzare Sorellina E Il Principe Del Sogno, in cui vengono narrate le scellerate gesta del mago Azaret che rapisce la piccola Alisea (la sorellina del titolo) e i suoi fratelli, uccidendo la loro madre. Alisea, riuscita a liberarsi, intraprende una furente lotta contro l’oscuro mago coinvolgendo anche Kurdok, Re del regno da cui proviene, in un caleidoscopio di eventi fantastici. La produzione si innalza di budget rappresentando una notevole parentesi produttiva in cui vediamo per la prima volta coinvolta totalmente anche la Germania. Il cast si eleva di livello e, se la protagonista viene affidata alle interpretazioni di Veronica Logan (Alisea adulta) e Nicole Grimaudo (Alisea adolescente), nulla si può rimproverare alla sempre magica presenza di un ispirato Christopher Lee nei panni del luciferino Azaret la cui interpretazione viene ben controbilanciata dall’impassibilità teutonica del viso di Jürgen Prochnow nei panni del Re Kurdok.  Gli anni ’90 volgono al termine e progetti come il Fantasy TV in puro stile adolescenziale comincia a mostrare il fianco, problematica, questa, ravvisabile soprattutto in Caraibi (1999), una enorme produzione italo-tedesca dalla durata mastodontica (360 minuti), divisa in quattro parti in cui ritroviamo ancora una volta  AnnaFalchi al fianco di Nicholas Rogers nel mezzo della Guerra dei trent’anni. Il cast è composto da quasi tutti i volti già utilizzati nelle precedenti incursioni Fantasy, e Bava dispone di un budget più ampio con cui realizza una sinfonia visiva dignitosa che muove il montaggio di Mauro Bonanni e Gisela Haller immergendolo nelle splendide scenografie di Davide Bassan. Riguardo la colonna sonora, la melodia scivola dalle mani di Minghi per passare in quelle potenti di Paolo Buonvino che non si smentisce regalando alle scene d’azione, ma anche a quelle più squisitamente romanzate, uno spessore emotivo imponente. Caraibi saluta la fine di un decennio e rappresenta l’addio di Bava al mondo Fantasy che per circa un decennio lo aveva accompagnato. Fantaghirò era divenuto un brand, ma con Caraibi siamo di fronte al “testamento fantasy” del regista romano, degno finale di una meravigliosa ma sacrificante esperienza. Con l’inizio degli anni 2000, Bava non frena la sua vena creativa e realizza per Canale 5 la miniserie in quattro puntate L’Impero con cui muove per 200 minuti uomini e mezzi all’interno di una lotta tra l’investigatore dell’Antimafia di Roma Dario Ferri (Claudio Amendola) e la Mafia Russa su quello che è un enorme traffico di droga ed esseri umani. Ad affiancare Amendola ritroviamo un bon cast televisivo tra cui Claudia Koll nel ruolo di Laura e Franco Castellano in quello di Genko. Il prodotto non supera il limite della sufficienza e rimane mero esercizio di stile per un regista dalle grandi doti professionali. Sembra quasi un tentativo di cambiare rotta dopo la passata “sbornia” fantasy, ma il progetto non viene salutato felicemente né dal pubblico televisivo, né da certa critica para-televisiva. Questo porta a una battuta d’arresto nella produzione di Bava che da buon mestierante si riappropria dei suoi tempi e delle sue cine-visioni. Devono, infatti, passare cinque lunghi anni prima che Lamberto torni a rivestire i panni di uno dei maestri del Terrore del Cinema nostrano. Tra il 2005 e il 2012 assistiamo a una inversione di marcia, a un radicale cambiamento di cine-ambient. C’è tempo per il ritorno al grande schermo, ma anche per continuare la proficua esperienza televisiva, entrambi caratterizzati, però, da una costante importantissima: la dimensione Thriller-Horror per eccellenza. Nel 2005 il regista romano realizza un progetto ambizioso. Stiamo parlando di The Torturer, un film chiave nella sua produzione dal momento che la pellicola sposa parzialmente la dimensione Torture Porn mantenendo però quel profilo Thriller tanto caro al cineasta. La storia narra le gesta di Alex Scerba (interpretato da Simone Corrente), famoso regista di cinema estremo il quale è tormentato da un trauma infantile per colpa di cui soffre di violenti attacchi d’ira. La conoscenza di Ginette Casoni (Elena Bouryka), aspirante stella nascente dello Star-System, lo porterà a scontrarsi col proprio passato e con la spirale di violenza che vi scorre parallela. Riguardo questo progetto a Bava va riconosciuto il ritrovato furore sanguinario paventato in Body Puzzle e pienamente sposato in Dèmoni. Pur non avvalendosi dei meravigliosi trucchi di Sergio Stivaletti, gli effetti speciali affidati a Roberto Ricci, Franco Casagni e Leila Ben Barka risultano altamente realistici restituendo alla visione l’esasperata violenza tipica del miglior Gore. Le scene di tortura inflitte alle malcapitate aspiranti attrici di turno, risultano veramente impressionanti e Bava opera un imprinting di truce barbarie con tanto di utilizzo improprio di armi bianche, chiodi e fruste. The Torturer fonde abilmente sesso e violenza estrema con un compiacimento continuo che strizza l’occhio al botteghino blockbusters di rito per l’Horror 2.0. L’operazione sotto il punto di vista tecnico non ha nulla da invidiare alle migliori produzioni di B-movie stranieri, ma quello che manca è un degno nucleo narrativo. Lo script (ancora una volta nelle mani del fedele duo Dardano Sacchetti, Luciano Martino con la collaborazione di Michele Massimo Tarantini) è stiracchiato e affidato ad uno snodo finale imbarazzante quanto in odor di paradosso parodistico. La spiegazione finale, il movente degli omicidi e la recitazione non aiuta. Si salva una bravissima Carla Cassola che nei panni della degente Carla Scerba, madre di Alex, restituisce all’operazione quel tocco di inquietudine gotica (splendida la sequenza notturna nell’enorme giardino della villa di famiglia) che ben viene catturata in molte sequenze dall’ottimo lavoro sulla fotografia da parte di Ugo Menegatti. La dimensione Torture Porn rivive anche in quella che è la scelta musicale che trova nello score del bravo Paolo Vivaldi l’alternanza tra momenti di puro classic sound e altri pregni di incursioni di riff di chitarra elettrica atti a delineare l’azione violenta che viene messa in scena. Possiamo dire che The Torturer è un grande ritorno di Bava alla messinscena grandguignolesca che mancava dai tempi di Dèmoni, la quale però non ne preserva il furore cieco, ma restituisce solo un segnale di ripresa del tema tanto caro al regista romano. Il divieto ai minori di 18 anni viene sfiorato, ma non raggiunto anche grazie alla componente del Thriller che caratterizza il progetto e che riporta il tutto a un profilo più basso (il film è infatti vietato ai minori di 14 anni). La pellicola rimane comunque un dignitoso prodotto di genere e risulta, in certo senso, alimentare. Il budget a disposizione di Bava cresce dal momento che The Torturer vede riconoscersi un’ampia distribuzione estera (persino in Giappone dove il regista dopo il dittico Dèmoni è praticamente osannato), e tutto ciò porta l’anno successivo alla realizzazione di Ghost Son. Come porsi di fronte a questo progetto? Secondo noi di Arcadicultura con una grandissima stima nei confronti di Lamberto. Con questa pellicola si assiste a un cambiamento radicale in tutti i settori. In fase di soggetto e sceneggiatura, infatti, ritroviamo lo stesso regista e Silvia Ranfagni che danno vita a una storia d’amore ultraterreno inusuale e inquietante. Mark e Stacey sono una coppia di giovani che vive in una fattoria isolata in cui aleggiano presenze soprannaturali le quali influiscono sulla loro storia d’amore. Un giorno Mark muore, ma l’amore per la ragazza è talmente forte che lui riesce a entrare nei suoi sogni riuscendo ad avere un rapporto con lei nella dimensione onirica. Stacey ben presto realizza di essere rimasta incinta del defunto consorte e che il suo amore, ancora forte nei suoi confronti, viene percepito da quest’ultimo (ormai mero fantasma) come una motivazione per rendere eterna la loro storia. L’unico modo per raggiungere tale obiettivo è uccidere la consorte. In un finale che va crescendo in tensione i due si giurano odio eterno al fine di salvare entrambe le proprie esistenze, ma l’amore è eterno e solo gli amanti sopravvivono. Lamberto Bava sa lavorarsi addosso, è un mestierante e un buon artigiano. Confeziona una storia in cui più che il terrore è il dolore a farla da padrone, conducendo i protagonisti in un vortice pregno di solitudine e di amore impossibile. Una storia d’amore con derive gotiche, ma mai violenta né straziante al punto di scadere nel melò. Per l’occasione il cineasta recluta un cast a tripla A con in testa John Hannan nel ruolo del defunto Mark il quale ben bilancia la magnifica performance (e presenza) della lynchiana Laura Harring che nel ruolo di Stacey ci restituisce tutto il dolore a metà strada tra una perdita (quella del consorte) e un riscatto di sopravvivenza (quello contro il consorte per salvare il figlio Martin). Di contorno c’è la sempre eccellente sagoma del compianto Pete Postlethwaite che nei panni di Doc conferisce alla storia una sterzata tensiva di livello a cui si affianca la discreta prova di Coralina Cataldi Tassoni (di nuovo assieme a Bava dopo Dèmoni 2) nei panni di Beth. Ghost Son dà voce, come detto, a un dolore, a quel senso di solitudine proprio dell’elaborazione del lutto visto come fine e inizio di altrove inconcepibile o imperscrutabile. Un progetto riuscitissimo dove l’intrattenimento blockbuster sposa a pieno l’autorialità più personale del regista. Agli effetti speciali ritroviamo Sergio Stivaletti che muove mezzi di speciale affinità con le scenografie ancora una volta curate da Davide Bassan. I momenti più squisitamente drammatici son sottolineati ancora una volta dall’ottimo lavoro eseguito in colonna sonora da Paolo Vivaldi. La pellicola viene per l’occasione distribuita dalla Miramax e diviene oggetto di culto anche fuori dai confini italiani. Passano sei lunghi anni e Lamberto Bava torna al Thriller Made In TV con Sei passi Nel Giallo, serie per Canale 5 per cui dirige tre episodi quali Vite In Ostaggio, Presagi e Omicidio Su Misura. Per il cineasta romano è l’occasione per partecipare a un progetto che strizza l’occhio al genere tanto osannato negli anni ’70, elaborato da maestri come Castellari, Fulci o Margheriti, ma è anche l’occasione di collaborare per la prima volta col figlio Roy che esordisce dietro la macchina da presa con l’episodio Gemelle. Una sorta di nuovo passaggio di testimone che vede la cine-tradizione di famiglia avvalersi di un nuovo anello evolutivo. A dieci anni di distanza da Ghost Son, Bava realizza un nuovo incubo, Twins. Il film narra la storia di due gemelle, Eva e Greta, che sopravvivono allo sterminio della loro famiglia adottiva. Le bambine vengono affidate alle cure di una casa famiglia presso cui però cominciano a verificarsi morti misteriosi e accadimenti soprannaturali. Il tutto porta la stessa Chiesa, nella figura del vescovo Tarcisio Lombard, a incaricare due preti, Padre Michael e Padre Paul, di poter far luce sugli infausti eventi che in qualche modo sembrano ricondurre alle due piccole gemelle. L’orrore cresce fino a deflagrare in un finale spiazzante dove una rivelazione inaspettata trascinerà la visione in un terrificante baratro. Twins è l’ennesima prova da parte del cineasta di voler ampliare le proprie vedute, di non volersi fermare anzi di voler ribadire il concetto di Male come un discorso impossibile da chiudere. A tal fine la pellicola si avvale ancora una volta di un cast di livello in testa a cui ritroviamo un grandissimo Gerard Depardieu nei panni del  Vescovo Lombard. Seguono Lars Eidinger nel ruolo di Padre Paul e la splendida Isabella Orsini nel ruolo della direttrice del manicomio. Il soggetto è dello stesso regista e trova adattamento visivo nel buon script realizzato a otto mani da Alessandro Canzio, Fabio Di Clemente, Alessandro Giglio e Luca Giliberto. Al momento Twins risulta inedito, mai distribuito a causa di divergenze e contrasti interni allo staff tecnico e alla produzione. Nel 2018 si ha il sentore che le problematiche vengano risolte, ma il tutto viene subito smentito e al momento la pellicola risulta ancora freezata. Sperando in una rapida soluzione di tali controversie, non ci resta che tirare le somme di questo lungo excursus professionale su Lamberto Bava. Bava è un mestierante di indubbio talento, ma contraddistinto anche da un coraggio e da una puntigliosità fuori dal comune. D’altronde quando si eredita l’imponente parentela professionale di un grande artista come Mario Bava, il coraggio di mettersi continuamente in gioco senza paura di eventuali confronti mossi da certa critica dell’ultima ora, deve essere arma principale. Il regista romano ha dimostrato sin dalle sue prime esperienze dietro la macchina da presa di possedere una visione personale del genere Horror, una rappresentazione del Gotico aggiornata a una dimensione del tutto innovativa che, riprendendo parte dell’insegnamento paterno, ne rigenera il concept portandolo ad una messinscena ancora più spinta verso nuove sperimentazioni. Macabro con i suoi tempi dilatati, col suo visto non visto, ne è l’esempio più alto mentre il dittico Dèmoni ne è la trasfigurazione estrema. La morbosità della trattazione, propria del genere oscuro, si ritrova infatti sia nel Thriller che nell’Horror baviani con innesti reciproci di violenza e tensione. Si pensi, ad esempio, alla scena dell’uccisione dei due perversi amanti nella sala cinematografica per mano del demone Rosemary/ Geretta Geretta che li stringe con una fune in un ultimo fatale bacio al sangue. La morte decantata come soluzione al torto che i due avevano inflitto al marito di lei, innamorato perso ma totalmente cieco. Cieco come il furore sanguinario della punizione perpetrata ai due scellerati amanti. Questo è Lamberto Bava, un regista che ha saputo fondere causa e conseguenza in sequenze uniche, mai dilatate in tempi inutili e in grado di spiazzare lo spettatore con una visione pari a una lama. Diciamo che il regista eredita la morbosità propria della produzione del padre Mario e la fonde col furore sanguigno e sadico di Dario Argento. Ne nasce un ibrido che diviene ben presto marchio di fabbrica, visione personale che lo porterà al massimo apprezzamento anche nei circuiti internazionali. Un grande artigiano dei nostri anni che rende onore a tutta quella pletora di esponenti dell’Horror nostrano, in grado di aver dato al Cinema di genere una sterzata verso nuovi cine-lidi, lontani dalla sperimentazione della Computer Graphic, radicati in un artigianato che via via sta scomparendo sotto la coltre del blockbuster e dei grandi numeri.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto

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