Mezzanotte e… dintorni. Prossima fermata – L’inferno.

“Siamo tutti libri di sangue. Ovunque ci apriate siamo rossi”. Questo l’intro impresso sulla primissima pagina di INFERNALIA, primo, mitico “libro di sangue” dei sei pubblicati tra il 1984 e il 1986 dal genio della narrativa Horror Clive Barker. Quelli che, come chi scrive, hanno avuto modo di comprare e leggere le primissime edizioni sanno benissimo che il divieto di lettura per i minori ci stava tutto. I libri di sangue (in originale Books Of Blood) sono un’opera a sé stante nella produzione dello scrittore britannico.

Proprio in INFERNALIA, raccolta di sei racconti ai limiti dell’allucinazione, si trova Macelleria Mobile Di Mezzanotte (The Midnight Meat Train) da cui il regista giapponese Ryūhei Kitamura nel 2008 ha tratto il suo Prossima fermata L’Inferno. Un progetto ambiziosissimo e ardito dal momento che il cineasta si misura con uno dei massimi esponenti del New Horror, degno erede del “Re” King.
Si può parlare di operazione riuscita? In parte sì, dal momento che Kitamura ricostruisce in modo asciutto e senza inadeguatezze visive l’ambient metropolitano in cui si svolge l’orribile mattanza al centro della storia di Barker. La storia è quella dell’ambizioso fotografo Leon Kauffmann (Bradley Cooper), il quale cerca di fare un salto di qualità professionale vendendo la propria arte alla cinica e sensuale gallerista Susan Hoff (una Brooke Shields in gran spolvero, lontana dall’innocenza sfoggiata nel 1980 per Laguna Blu).
La donna lo spinge alla ricerca dello scatto perfetto, di una realtà cruda e terribile, quella della quotidiana e violenta condotta dello strato sociale. Limite a cui Leon si spinge volentieri pur di arrivare all’obbiettivo. Nell’occhio della sua macchina fotografica cade, però, l’oscura figura del signor Mahogany (il sempre inquietante Vinnie Jones),
macellaio presso una ditta di carni nelle vicinanze di casa di Leon di giorno e sadico serial killer di notte, il quale trasforma puntualmente la metropolitana di mezzanotte (sempre guidata da un misterioso conducente interpretato per l’occasione dal bravo Tony Curran), in una sorta di macelleria uccidendone i poveri passeggeri rimasti in quel momento.
La storia si ripete quotidianamente (poi si scoprir° che il rituale risale a centinaia di anni prima) e porta Leon ad essere attirato in modo morboso dall’oscura figura fino a giungerne al cospetto in un vicolo qualunque di una sera qualunque. Comportamento più volte posto in forte discussione da parte della ragazza Maya (Leslie Bibb) che vede nel percorso intrapreso dal suo ragazzo una pericolosa discesa nel baratro morale più buio.
La ragazza non viene ascoltata e il fotografo arriva così a scoprire una terrificante e inaspettata verità riguardo l’operato del mostruoso individuo. Kitamura concentra tutta la tensione attorno a un nucleo narrativo (su script di Jeff Buhler) composto da rincorse, scatti rubati, sguardi ferini e infernali e, complice la notte, confonde le acque della visione con un buio straniante illuminato solo dalle gelide luci
al neon (molto bella la fotografia elaborata all’occorrenza da Jonathan Sela) della metropolitana che sembra quasi una sorta di enorme bara, di frigo congelatore. La sua ultima fermata porta a un confine in cui, come in un loop, si scambiano i ruoli di una messinscena da incubo e si consuma uno scambio di ruoli nella carnalità più assoluta. Nonostante ciò, il progetto si arena su una rappresentazione toppo “pulita”, su una ferocia che si materializza in un ambient troppo lontano dalla cupezza narrativa di Barker.
Il famigerato treno di mezzanotte, nel libro assurge quasi a materializzazione su rotaie di un inferno cenobita, di una disturbante dimensione sadica e cupa alla quale le luci del neon non giovano in quanto troppo di rimando alla percezione del reale. L’inferno metropolitano di INFERNALIA, è tutt’altro che reale, è più un calvario che affonda nel lerciume che più si appropria a una visione in puro stile Non Aprite quella Porta (1974).
Ciò non vuol dire che la violenza sia lasciata fuori campo, anzi il gore creato per l’occorrenza dal team capitanato dall’esperto Stephen Bettles, è di buon livello nonostante qualche piccola incursione nella famigerata computer graphic, ma è una violenza fredda, lontana dalla carnale e pulsante atmosfera malata tipica dei racconti di Barker.
Siamo di fronte a un obbiettivo riuscito a metà. Inoltre, nonostante la fermata finale del convoglio porti verso un ambient di puro splatter (di livello la punizione inferta a Leon e alla sua ragazza), siamo lontani da quella che è la valorizzazione dell’epilogo il quale avrebbe avuto bisogno di una dimensione metafisica più profonda, di una spiegazione meno frettolosa e di una più ampio respiro testamentario per dirla tutta.
I mezzi e i presupposti per realizzare una formidabile opera c’erano tutte (tra i produttori spicca anche Quentin Tarantino), ma il tutto viene realizzato con la stessa velocità dei convogli che si susseguono sulle rotaie lasciando poco spazio alla spiegazione finale che arriva dopo una pochezza di approfondimento dei personaggi, troppo sbrigativamente liquidati dalle righe di una sceneggiatura stringata.
Tra le componenti migliori, ritroviamo l’ottimo score realizzato a quattro mani da Robb Williamson e Johannes Kobilke che sanno rendere bene l’altalenante andamento della tensione, dosandone bene lo spessore quasi a pedinare ogni movimento dei protagonisti. Kitamura sa maneggiare la materia, fa il suo lavoro fino in fondo sposando a pieno il mainstreaming, ma siamo lontani dalle atmosfere malate e carnali di capolavori quali Hellraiser (1987) e Cabal (1990).
A Kitamura va dato adito solo del fatto che, a differenza di altri concept, ha scelto un obbiettivo ostico da trasporre visivamente e cioè il The Books Of Blood , forse l’opera più personale, complessa e inarrivabile di Barker, che difficilmente si presta a semplici messinscene o a effetti gratuiti. Si tratta di una materia seminale e oscura che avrebbe richiesto un approfondimento concettuale più ampio.
A parte ciò, la pellicola si rivela un onesto prodotto di genere il quale non a caso ha avuto poco “piglio” ai botteghini, riscuotendo invece un ottimo feedback in Home-Video, quasi a identificare quanto finora qui affermato. Quando si dice che il treno passa una sola volta e, restando in tema, mai come questa volta, doveva essere preso al volo…
Alessandro Amantini

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