L’eterna innocenza di Fantaghirò

Quando si parla di Fantaghirò ai più non viene subito in mente la favola Fantaghirò persona bella di Italo Calvino, ma la saga televisiva a essa ispirata prodotta da Reteitalia dal 1991 al 1996 sulle reti Mediaset per la regia di Lamberto Bava. E per noi bambini e adolescenti di allora non era Natale se non c’era Fantaghirò. Il successo di questi cinque film TV a puntate fu così grande da creare proseliti in tutta Italia e i fan ancora oggi sperano in una nuova produzione visto il finale di sceneggiatura che lasciò un po’tutti spiazzati per la scelta narrativa effettuata. Ma prima di parlare delle vicende narrate, il merito di questo successo va imputato, oltre che alla regia sapiente di Lamberto Bava (grande regista di film horror come Demoni nonché collaboratore fidatissimo del maestro Dario Argento) e figlio dell’altrettanto grandissimo Mario Bava (uno dei capisaldi del genere horror italiano medesimo), alla concezione artigianale dell’opera. Siamo nei primissimi Anni Novanta, infatti, le tecnologie non sono ancora digitali e seppur con effetti speciali visivi da considerare innovativi per l’epoca, ciò che rende davvero affascinante Fantaghirò sono le creature realizzate da un altro maestro del settore, il grandissimo Sergio Stivaletti, anch’egli collaboratore argentiano e baviano da moltissimi anni (ve lo ricordate il diavolo de La Chiesa di Michele Soavi? Era proprio il suo!) che con il suo tocco sapiente riesce a portare il piccolo spettatore all’interno della fiaba, coinvolgendolo emotivamente e dando vita e anima a moltissimi personaggi presenti solo sbiaditamente nella nostra mente. E a completare l’originalità dell’opera non poteva mancare una colonna sonora che, per essere stata destinata a un prodotto televisivo per bambini, è una delle più belle mai realizzate. A curarla c’è il maestro Amedeo Minghi in stato di grazia, capace di concepire i singoli brani come fossero un’unica melodia (il disco di Fantaghirò sarà uno dei più venduti di quel’epoca), scandendo non solo gli stati d’animo dei personaggi, ma anche i nostri. E con un parterre così, non poteva che essere prodotto un piccolo capolavoro nel suo genere, ricalcando pienamente gli usi, le tradizioni e le vicende ispiratrici letterarie d’origine. La saga racconta le avventure della bellissima principessa Fantaghirò che, per difendere il suo regno da quello nemico guidato dal sovrano Romualdo, è costretta a celare la propria identità dietro le mentite spoglie del Conte di Valdoca, a causa della mancanza di un erede maschio al trono. E nel farlo sarà guidata dall’amata Strega Bianca, che resterà al suo fianco anche sotto le vesti del Cavaliere Bianco e di una piccola ochetta parlante, saggia e dispettosa, che saprà tirarla sempre fuori dai guai. Ma a farsi beffe di ogni intenzione arriva come sempre l’amore: quello di Romualdo per gli occhi di una sconosciuta incontrata casualmente nella foresta e quelli della sconosciuta stessa che non può però rivelarsi a causa del suo impegno d’onore col padre. Fantaghirò appunto. Come tutte le favole, anche questa ha il lieto fine e i due coroneranno finalmente il loro sogno d’amore. Un sogno d’amore che genererà altri quattro seguiti, uno più tormentato dell’altro, dove Fantaghirò dovrà proteggere il suo amato Romualdo dalle grinfie spietate del male. Facile, quindi, capire perché Fantaghirò fece presa immediatamente sui bambini e sugli adulti dell’epoca, perché utilizzava un linguaggio televisivo davvero sorprendente. E a dare lustro alla produzione fu anche un cast che in parte aveva tra le sue fila dei giovani emergenti e in parte mostri sacri del cinema italiano. L’emergente che da allora in poi non si fermerà più, diventando l’attore straordinario che è oggi, è un giovanissimo, acerbo e bellissimo Kim Rossi Stuart, che nei panni di Romualdo conquistò con i suoi occhi azzurri migliaia di fan (come già aveva fatto negli Anni Ottanta con il film cult Il ragazzo dal kimono d’oro, il Karate Kid – Per vincere domani nostrano) e il cuore della sua Fantaghirò interpretata dall’allora stella della danza Alessandra Martines, oggi attrice affermata di fiction, che dona classe, eleganza e bellezza al proprio personaggio con un’interpretazione ancora molto lontana dalla sua bravura attuale, ma perfetta per noi bambini. Per quel che riguarda, invece, i mostri sacri del cinema troviamo tre vecchie glorie come Angela Molina nei panni della Strega Bianca, Jean Pierre Cassel (padre di Vincent Cassel) nei panni del perfido Generale e Mario Adorf in quelli del Re, tre co-primari di lusso che rendono onore all’intera produzione. Andando avanti con i capitoli successivi, poi, il cast si arricchisce di star internazionali grazie all’enorme successo europeo (soprattutto slavo e tedesco) che Fantaghirò ebbe all’epoca. Ed ecco che nella seconda parte compare la malvagia, nevrotica, narcisista (ma amatissima) Strega Nera Brigitte Nielsen, perfetta nel suo costume dark, che cerca in tutti i modi di distruggere la sua nemica e il suo amore per il bel Romualdo. Nella terza parte, invece, entrano altri due assi di bellezza e di malvagità a sconvolgere la vita della giovane principessa: il perfido, ma affascinante stregone Tarabas (interpretato dal modello Nicholas Rogers) che vuole rubare l’amore di Fantaghirò trasformando Romualdo in una statua di pietra e che solo un suo bacio ricevuto da Fantaghirò potrà risvegliare, soffocando la bestia che è in lui e sua madre Xellesia, una Ursula Andress ancora sulla cresta dell’onda. Nel quarto capitolo, oltre ai già citati, si aggiunge il perfido Darken mentre nel quinto arriva  il Senza Nome di Remo Girone a complicare la storia. Ma oltre alla storia e a un cast ben rodato, ciò che ha fatto la fortuna di Fantaghirò è sicuramente l’esercito dei personaggi secondari che l’hanno accompagnata nelle sue avventure. Ve li ricordate, per esempio, Fulmine e Saetta, prima al servizio della Strega Nera, poi validi alleati della principessa? E la Pietra torna indietro, fifona e brontolona, che la nostra eroina utilizzava nei momenti di difficoltà? E la Grotta della Rosa d’Oro, dall’ugola molto sensibile? Tutti riferimenti che non possiamo dimenticare, perché parti integranti del racconto che va a mano mano spiegandosi nella sua originalità. Va detto, poi, che i primi quattro capitoli seguono un ordine narrativo ben definito, perché concentrano l’attenzione sulle vicende dei due protagonisti e sullo spirito di sacrificio di Fantaghirò nel salvare sempre e comunque il suo amato principe. Gli sceneggiatori, poi, sono abili nel trovare soluzioni narrative sempre più originali per sopperire alle difficoltà generate dalla volontà di Kim Rossi Stuart di essere sempre meno presente nel progetto. Originalità che purtroppo scompare nel quinto capitolo della saga dove Fantaghirò, catapultata in un mondo parallelo, alla fine (con un espediente di scrittura che non sveliamo, ma in grado di scatenare l’ira dei fan) non fa ritorno nel suo regno, stravolgendo tutto l’impianto basilare della storia. Si vocifera spesso sulla possibilità di avere ancora una volta un sequel, anzi addirittura due, per chiudere degnamente le vicende di Fantaghirò, ma nonostante la disponibilità del regista e della stessa Martines, non si da agio alla loro  produzione. Solo il consenso di Kim Rossi Stuart potrebbe davvero far sperare nella loro realizzazione, ma l’opzione al momento è lontanissima dal manifestarsi. Non possiamo fare altro, quindi, che abbandonarci ai nostri ricordi e ogni Natale rivedere ancora una volta tutti i capitoli, anche se in versione ridotta rispetto a quella originale. Ma per chi, come la sottoscritta, possiede il cofanetto con le versioni in DVD integrali autografate dal vivo da Lamberto Bava e Sergio Stivaletti e con i contenuti speciali, questo è un dettaglio di poco conto. Perché Fantaghirò resta nel cuore e per chi ha avuto la fortuna di vederlo all’epoca resta anche il rivederlo oggi con gli stessi occhi innamorati di allora. Perché non si può non amare Fantaghirò. Pena la perdita dell’innocenza celata dentro ognuno di noi.
Giorgia Amantini

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