Danzando nella Luna. Il Sabba.

Parafrasando un film di Marco Bellocchio possiamo dire proprio “la visione del Sabba!”. Il motivo? Risiede proprio in una visione, in una complessa opera dalla fortissima dimensione teorica. Quella diretta dal regista franco-argentino Pablo Agüero, più che una pellicola è un lacerante dubbio innescato nella visione che si fa provocazione sia nei riguardi dei convenuti protagonisti sia nei confronti dello spettatore chiamato a presentarsi al banco dei testimoni di un evento che non è nostro e non è dei nostri tempi. Il Sabba (Akelarre in originale), trasmesso in prima visione assoluta dallo streaming Netflix nel Marzo scorso, è una pellicola di quelle di cui si sentiva la mancanza da molto tempo. Un Cinema in grado, con pochi mezzi, di smuovere riflessioni profondissime sulla natura umana e sulla realtà come deduzione soggettiva.
La storia ripercorre la persecuzione ecclesiastica della Santa Inquisizione operata attorno al 1600 nei Paesi Baschi, in cui vengono operate innumerevoli esecuzioni che vedono giovani donne venir bruciate sul rogo con l’accusa di stregoneria. Il nucleo della storia è rappresentato da un manipolo di giovani fanciulle, amiche per la pelle, che nell’attesa del ritorno dei loro ragazzi,
pescatori usciti in mare per mesi, si divertono con balli al chiaro di luna e filastrocche d’amore. Tutte loro sono animate dalle semplici pulsioni adolescenziali che rinverdiscono la loro sessualità in attesa dell’amore, del bacio o dell’atto sessuale da consumare col proprio ragazzo. Destino (o sventura) vuole che nel loro piccolo villaggio arrivi la delegazione pontificia dell’Inquisizione
guidata dal feroce Rostegui (Alex Brendemühl) che assieme al fido consigliere (Daniel Fanego) neutralizza ogni libertà imprigionando le giovani donne e sottoponendole all’interrogatorio violento come tradizione prevede. Le ragazze, all’inizio spiazzate dalle accuse di stregoneria, cominciano a prendere coraggio forgiandolo nella coscienza che, nel bene o nel male, finiranno sul rogo. Prende il via, quindi, un’operazione “paura” con cui le giovani spingono
sul pedale della menzogna per far credere agli uomini di Chiesa di essere delle vere streghe, descrivendo con dovizia di particolari tutto il rituale del Sabba con tanto di invocazione del Maligno tramite pratiche orgiastiche. A questo comportamento, inizialmente i delegati pontifici reagiscono con durezza (già perpetrata con i semplici interrogatori) per poi cadere preda di una sottile tentazione sessuale sprigionata dalla bellezza delle ragazze le quali la usano come arma per guadagnare tempo.
Tempo che porterà al plenilunio durante il quale la bassa marea favorirà il ritorno dei pescatori (presenze, ma non certezze dal momento che la pellicola non li mostra mai in modo definitivo) che potrebbero salvarle. Lo stesso inquisitore Rostegui percepisce la sofferenza nelle propria repressione sessuale tanto da prendere a pretesto l’indagine da portare a termine, per poter allestire il rituale descritto da Ana, la giovane guida de gruppo delle ragazze.
Ana ha la bellezza della bravissima Amaia Aberasturi che ci regala un’interpretazione che scavalca vorticosamente la retorica della messinscena stregonesca per restituirci quasi una risposta a dubbi che sembrano affiorare anche nei nostri animi, nell’animo dello spettatore prima che dei protagonisti. Il “metodo” con cui guida il gruppo di amiche si fonde con l’inquietante immedesimazione delle ragazze nel ruolo satanico
che sembra quasi uno stato di alterazione progressiva della percezione del Male. Una trasformazione il più delle volte sottolineata dallo struggente score elaborato da Maite Arroitajauregi e Aranzazu Calleja il quale si fonde con le parole delle litanie basche pronunciate in coro dalle protagoniste (il film non può essere compreso in assenza di sottotitoli). Una potente miscela di generi che confluisce in una
modernizzazione del folklore più profondo in grado di conferire alla visione un’aura temporale lontanissima, quasi inconcepibile e oscura. A questo punto la pellicola subisce un brusco cambio di ritmo (eccezionale il montaggio di Teresa Font) che trasloca l’arcaica e lenta narrazione in un folle caleidoscopio visivo dove il rituale del Sabba diventa centro nevralgico per un epilogo concettuale spiazzante. 
Non sveliamo il finale, come non è nostro uso, ma possiamo tranquillamente dire che Il Sabba è un’opera sentita e personale che si presta a una lettura stratificata. Nonostante la messinscena non riservi particolari sessualmente espliciti, la pellicola è un quadro visivo pulsante e carnale, in cui la femminilità rivendica con ferocia (molti i riferimenti all’inferiorità dell’uomo come, per esempio,
il discorso della vecchia domestica riguardo la forma del suo copricapo) il proprio valore verso lo sguardo maschile delle cose. Una femminilità sensuale e coinvolgente, in grado di far cadere ogni croce al suo cospetto, anche quella più alta (la scena del rituale satanico vale veramente la visione, risultando visivamente potente anche grazie all’ottimo lavoro sulla fotografia realizzato da Javier Agir).
E mentre l’innocenza diventa punto interrogativo lasciando spazio al dubbio, lo spettatore si trova a non comprendere da quale parte stare, ma soprattutto quale sia la parte vera, quella giusta o quella semplicemente di comodo. Chi sono veramente queste giovani figure e perché non hanno paura della morte tanto da sfidarla con la menzogna? Questi pescatori esistono o sono solo il fato che vuol loro negare la vita?
Il progetto, secondo chi scrive, risulta un’operazione riuscitissima che rappresenta una risposta rigida a quello che è invece l’abborracciato discorso blockbuster ormai inflazionato da stereotipi e demenzialità varie. Un film erroneamente inserito dalla critica nel comparto Horror, ma che invece risulta amarissima riflessione sullo status della donna nella società che, nonostante il passare dei secoli, continua a non cambiare.
Inoltre la donna viene elevata a totem di sensuale potenza tanto che il Sabba metaforicamente rappresenta il catalizzatore della passione e della carnalità che sono gli unici pregi che il maschilismo attuale vede nella donna, sbagliando sistematicamente e rimanendone, invece, imprigionato come un insetto nella tela di un ragno. Il Sabba rivendica lo stato sociale della donna, ne sancisce la superiorità (fisica e mentale) e ridicolizza il maschilismo che in
una Chiesa, mai come in questo caso apertissima alla tentazione, trova il suo atto di annientamento definitivo. Un testo all’apice del teorico in cui il regista riversa riflessioni profonde che il più delle volte risultano scomode proprio quando vanno a rilevare falle nel sedicente sistema morale attuale. Al momento uno dei migliori streaming  contemporanei.
Alessandro Amantini

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