Delitti d’ordinanza – Uno bianca

Seconda prova televisiva di Michele Soavi, dopo il discreto Ultimo – La Sfida, la miniserie Uno Bianca viene realizzata per la Taodue di Pietro Valsecchi nel 2001 in due puntate per la durata complessiva di 190 minuti. La vicenda (sceneggiata a otto mani dal regista insieme a George Eastman, Gabriele Romagnoli e Stefano Rulli) si ispira ai drammatici e incredibili fatti della banda criminale della Uno Bianca che tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90 terrorizzò  l’entroterra emiliano e parte di quello marchigiano. Il regista milanese scandaglia in modo minuzioso una dimensione complessa e inquietante restituendo, in tutta la sua forza, quella drammaticità tipica del fatto realmente accaduto. Come diceva Carlo Lucarelli nella famosa puntata del suo Blu Notte dedicata al fatto, “Se questa fosse la trama di un film, sarebbe la trama di un noir dai risvolti incredibili e inquietanti” ed è vero, in quanto il caso della Uno bianca rappresenta l’esempio più alto di irricevibilità clinica, di patologia allo stato puro, di qualcosa che sfugge alla ragione in modo agghiacciante. Soavi apre la scena con un plot da manuale, dove mette in chiaro lo spessore sociopatico dei criminali con cui i poliziotti, protagonisti della fiction, si trovano a confrontarsi. La scena dell’assalto alle auto delle Forze dell’Ordine durante un appostamento, è forsennata e sanguinaria e mostra tutta le capacità di un regista (coordinato in sala di montaggio dall’ottimo lavoro eseguito da Anna Rosa Napoli) che ha saputo far tesoro degli insegnamenti del suo mentore Dario Argento di cui è stato aiuto regista per quasi 15 anni. Soavi lavora sul particolare (eccellente la soggettiva del caricamento del proiettile nella canna del fucile), sulle angolature di ripresa e maneggia la notte come alleata di gesta oltraggiose che nulla hanno più di umano. La storia riprende, poi, in ospedale dove uno dei poliziotti feriti lotta tra la vita e la morte. Qui ritroviamo i due protagonisti suoi amici, l’ispettore Valerio Maldesi (Kim Rossi Stuart) e il suo vice Rocco Atria (Dino Abbrescia) i quali prendono spunto dalla sete di vendetta per cominciare una forsennata corsa contro il tempo, per salvare eventuali altri vittime dalla furia omicida della banda criminale che intanto già si era macchiata di numerosissimi delitti. A questo punto la fiction ci restituisce in modo impeccabile una storia dai risvolti sempre più tragici, narrati con un ritmo che non lascia mai spazio a cadute, con espedienti visivi ben congeniati e con l’aiuto di un cast di attori veramente bravi. Oltre alle prove dei due protagonisti, vanno sottolineate anche le ottime performance di Pietro Bontempo, Luciano Curreli e Claudio Botosso che interpretano rispettivamente i tre criminali Michele Ferramonti, Silvio Ferramonti e Nino De Marchi, ispirati ai tre veri fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, fondatori della Banda della Uno bianca. Soavi maneggia la materia con sicurezza indiscutibile e si avvale di coprimari di “razza” tra cui ritroviamo Valeria Milillo nel ruolo di Luisa, moglie di Valerio e Bruno Armando in quelli del Giudice Soavi i quali rappresentano rispettivamente l’aiuto morale e burocratico fornito ai protagonisti, che nonostante le loro buone intuizioni e la loro fatica nel riuscire a sostenere i ritmi lavorativi sfiancanti, devono combattere contro l’incapacità di certi centri di potere rappresentati dall’odioso Procuratore Onofri (Massimo De Rossi) e contro la coadiuvata azione criminale degli altri membri della banda dei terroristi tra i quali spicca la mikuliana compagna di Silvio Ferramonti interpretata da Silvia De Santis. Proseguendo nella storia, il tono si inasprisce e la lotta assume toni da Far West con tanto di scontro finale in Autogrill prima e in un bar di periferia dopo. I momenti drammatici vengono scanditi lungo tutti i 190 minuti di durata del film dall’eccellente colonna sonora elaborata da Gianni Bella che per l’occasione realizza uno score di spessore che si fonde in modo impressionante non solo con le immagini, ma con lo stato d’animo degli stessi personaggi facendo arrivare il più delle volte la tensione a livelli che si tagliano col coltello. Sarà proprio tale corredo sonoro a portarci, verso la fine della prima parte della fiction, al cospetto della terribile verità impressa nello sguardo incredulo di Kim Rossi Stuart che, salendo le scale della Stazione di Polizia, apprende che i membri della Una Bianca sono tutti appartenenti alle Forze dell’Ordine, tutti come lui (magistrale il gioco di sguardi tra il protagonista e un poliziotto per le scale). Il tutto agli occhi dello spettatore risulta spettacolo, ma scavando nel reale si apprende che la tragedia è tale e le scene ricalcano fedelmente i tristi fatti di cronaca che insanguinarono città come Bologna, Rimini e Cesena. Prendendo coscienza di ciò non si può che rimanere di ghiaccio di fronte al fatto che “quelli della Uno bianca” erano tutori dell’ordine che nel loro “secondo lavoro” non risparmiavano proprio nessuno, da poliziotti a carabinieri, da commercianti a inermi cittadini, mantenendo sempre costante la violenza e la ferocia di azioni dai forti connotati militari. “Azioni di guerra in pieno centro” dissero molti, operate al fine di “far salire l’adrenalina per il colpo successivo”, come testimoniò uno dei fratelli Savi, ed era vero. La Uno bianca lasciò dietro di sé decine di morti e centinai di feriti, senza una valida motivazione. Ci fu chi ipotizzò, addirittura, che dietro la banda criminale poteva nascondersi GLADIO, di cui il padre dei Savi era fanatico sostenitore, convinzione che lo portò al suicidio subito dopo l’arresto dei figli.  Si cercò inutilmente di dare un senso al fenomeno criminale, ma senza risultati validi. La realtà della Uno bianca rimane uno dei fatti più sconvolgenti mai successi nel panorama criminale italiano, tutt’oggi visto dalle presone e dai familiari delle vittime, come un fantasma sempre pronto a tornare, dovunque, quando meno te lo aspetti. Sperando mai.
Alessandro Amantini

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