Freddy Craven, in arte Wes. Il Cinema di Wes Craven

Il 30 Agosto 2015 ci ha lasciato Wes Craven, uno dei massimi esponenti dell’Horror di livello mondiale. Maestro indiscusso del lessico della tensione, Craven rivoluzionò il genere scardinandone le fondamenta con un’originalità concettuale senza precedenti. Cineasta colto e intelligente, sempre avanti sui tempi e con una rigorosa percezione dei cambiamenti sociali ad esso coevi, ha saputo insieme ad altri grandi maestri come John Carpenter e Tobe Hooper, far parlare l’orrore imprimendovi una componente teorico – politica impressionante. Mentre Carpenter con il suo Halloween – La Notte delle Streghe (1978) rileggeva la dimensione Slasher con intuizioni visive magistrali (su tutte la videocamera come soggettiva del killer) e creava il confine tra il razionale e le paure personali di ognuno di noi e Tobe Hooper, invece, identificava con il suo Non Aprite Quella Porta (1974) la deflagrazione dell’etica e della moralità americana nella trasfigurazione mostruosa dell’istituzione familiare, Craven seppe sovvertire l’ordine delle cose ribaltando il concetto di paura e traslandolo al di fuori dell’inconscio. Agli inizi degli anni ’70, l’America si trovava a far i conti con la propria coscienza la quale cominciava a intravedersi tra il fumo del Napalm che man mano andava diradandosi con la fine della Guerra del Vietnam, lasciando spazio al rimorso. Proprio nel 1972 il giovane regista statunitense esordisce con il controverso L’Ultima Casa a Sinistra, ispirato a La Fontana Della Vergine (1960) di Ingmar Bergman. Horror indipendente e low-budget (gran parte del quale fornito da Sean Cunningham, papà del mitico Venerdì 13 [1980]), girato con la collaborazione di attori semisconosciuti tranne Sandra Cassel nel ruolo di Mari Collingwood, la pellicola viene subito attaccata dall’opinione pubblica per l’eccessiva violenza mostrata. Le commissioni di censura prima appongono il nulla osta di divieto ai minori di anni 18 e poi arrivano a chiederne il sequestro. La trama, elementare, ripercorre le gesta di una banda di balordi psicopatici che seviziano e stuprano e uccidono due ragazze. Finito il massacro i delinquenti per un colpo di destino, finiscono per chiedere ospitalità in una casa nelle vicinanze che altro non è che l’abitazione dei genitori di una delle due ragazze uccise. A questo punto, la stessa famiglia, mossa dalla rabbia per l’accaduto alla figlia, renderà giustizia ai tre aggressori relegandoli a vittime del loro stesso operato, applicando per filo e per segno la Legge del Taglione. L’attacco alla casa diventa una guerra violentissima e forsennata dove l’occhio della telecamera non lesina in efferatezze. Craven aveva definitivamente gettato le basi per una lettura in stile exploitation di una società che si risvegliava dai falsi sogni, per prendere visione e coscienza di quanto era grande l’effimero. Il Vietnam aveva persuaso i giovani e con l’omicidio Kennedy aveva sancito la morte di tutte le loro convinzioni. L’Ultima Casa a Sinistra (di cui Craven produrrà il remake del 2009) evidenzia proprio tali conseguenze identificandole nel ribaltamento dei ruoli tra vittima e carnefice che diviene tanto più borderline quanto più affonda il suo meccanismo nell’istituzione familiare (come succede nel film) fino ad allora rappresentata in modo siliconato ed edulcorato da un imprinting di stampo Middle ClassMa il discorso sul disfacimento sociale diventava sempre più forte e in continua evoluzione. Esso affondava le proprie radici non solo sulle tristemente note pratiche antisemite di fine anni ’60, ma anche su di un continuo e patologico elogio all’autodifesa in nome di una reiterata paranoia tipica dell’America complottista. Da questi presupposti prende vita il soggetto de Le Colline Hanno Gli Occhi (1977). Il discorso si amplifica raggiungendo la dimensione di una critica ai massimi sistemi, su tutti quello militare. Craven prende di petto la politica posizionando il mirino sulla scellerata rincorsa all’armamento nucleare rappresentato come l’ovulo per una gestazione capace solo di partorire mostri. La telecamera apre il proprio obiettivo sulle sconfinate asprezze desertiche di una “terra di mezzo” tra l’Ohio e Los Angeles, dove una famiglia composta da Bob Carter (Russ Grieve), la moglie Ethel (Virginia Vincent) e i loro tre figli Bobby, Brenda e Lynne (Dee Wallace-Stone), si ritrova a dover sopravvivere ad una famiglia di antropofagi deformati a causa delle radiazioni dei test nucleari eseguiti in quella zona da parte del Governo americano. A capeggiare il gruppo di mostri vi è Pluto (o Plutone) interpretato dal glabro attore Michael Berryman il quale darà vita ad una delle più note icone horror degli anni 70.  La pellicola differisce in molti ambiti  da L’Ultima Casa A Sinistra. Per prima cosa Craven, oltre che ad una professionalità ormai più navigata, si ritrova a disporre di un budget più alto e lo mette a frutto eleggendo a protagonista il panorama in tutta la sua durezza. Le colline fanno davvero paura ed assumono l’ideale ruolo di trincee da dove un nemico invisibile e sanguinario è pronto a sferrare un attacco improvviso. C’é molto in comune con gli ultimi sanguinosi fatti accaduti di recente a Parigi, dove si può senza dubbio vedere la componente del terrore pronto ad innescarsi improvviso. Anche qui le motivazioni affondano le radici nella politica della guerra, evidenziando sia nella famiglia vittima degli attacchi sia nei mostri, una causa/conseguenza della sua ideologia perversa. In sala di montaggio ritroviamo lo stesso Craven il quale riceve grazia dalla splendida fotografia elaborata da Eric Saarinen. Il gore è pesantissimo e anche per Le Colline Hanno Gli Occhi arriva subito il divieto ai minori di 18 anni. La violenza, in tal caso, viene dosata al fine di mettere in risalto la diversa concezione di famiglia nei due schieramenti avversari strizzando l’occhio al fatto che ognuno di loro è figlio dell’altro. Due facce della stessa medaglia, una nemesi bagnata nel sangue dei vinti ed elogiata da una società che galvanizza lo scempio in nome di una libertà solo percepita ma mai vissuta. Nel 1985 Wes, tornerà sul “luogo del delitto” cercando di ampliare il discorso lasciato in sospeso, realizzando Le Colline Hanno Gli Occhi 2. Il film risulterà un mero esercizio di stile, spogliato di tutta la carica sovversiva del prototipo, complice ormai anche il fuori tempo dell’operazione. Ciò nonostante il tocco di Craven si fa percepire tanto che nel 2006 Alexandre Aja, massimo esponente del New Horror d’Oltralpe, realizzerà il remake del primo capitolo riuscendo a ridare vigore e rilettura all’inarrivabile classico. Lasciato il timone, Aja verrà sostituito da Martin Weisz nel remake Le Colline Hanno Gli Occhi 2 (2007) risibile e raccapricciante esempio della nuova tendenza Torture Porn di inizio millennio. Tra il 1978 e il 1981 la produzione di Craven subisce una battuta di arresto partorendo due opere di bassa qualità: il film per la TV Summer Of Fear (1978) in cui ritroviamo Linda Blair (L’Esorcista del 1973) di nuovo alle prese col male del sortilegio e della magia  e Benedizione Mortale (1981) con una giovanissima Sharon Stone alle prese con una serie di efferati delitti in una comunità Amish. Realizzazioni non sempre felici con un occhio al budget e l’altro (svogliato) alla sceneggiatura, rimangono esempi di velleità artistiche le quali trovano, però, giustizia nel successivo Il Mostro della Palude (1982). Il regista statunitense riprende il personaggio Swamp Thing ideato nel 1971 dai fumettisti Len Wein e Berni Wrightson. La storia ruota attorno alle ricerche biologiche del dottor Alec Holland (un bravissimo Ray Wise) che insieme alla sua assistente Alice Cable (Adrienne Barbeau) tenta di creare una cellula che unisca la vita vegetale con quella umana. Su tale scoperta posa gli occhi anche il villan Dottor Anton Arcane (Louis Jourdan) il quale, facendo irruzione nel laboratorio, si scontra con il chimico provocando uno scoppio col quale entrambi vengono trasformati in esseri semi anfibi che ingaggiano una guerra ferocissima. Con la morte del delinquente, il dottor Holland abbandonerà Alice al suo destino preferendo rimanere nella palude. Craven regala sorrisi, ma anche riflessioni dando spessore a un personaggio fumettistico e trasformandolo in un personaggio ormai entrato nel mito. Il film vede lo stesso regista e i due fumettisti elaborare personalmente il soggetto e la sceneggiatura orchestrata dal soundtrack del maestro Harry Manfredini (suo il mitico main theme Killer Here Mummy di Venerdì 13). Il film riscuote successo trovando un indegno seguito in The Return of Swamp Thing (1989) diretto con la mano sinistra da Jim Wynorski.  Gli anni ’80 sono ormai definitivamente alle porte, entrando con il loro edonismo nell’immaginario collettivo e sancendo l’inizio di una nuova visione globale della guerra. Prende forma il termine Guerra Fredda con cui il mondo intero assiste senza fiato agli scontri tele/tecno-cratici tra Russia e Stati Uniti. L’edonismo reaganiano, la famigerata Reganomics, contro la Perestrojka di Gorbacev. Missili continuamente in procinto di partire utilizzati come mezzo di propaganda del terrore. La tensione sociale si riversa in ogni ambito anche in quello musicale (si pensi al testo della pluripremiata The Final Countdown degli Europe per fare un esempio) mentre la società cresce sotto lo scudo dell’armamento nucleare. Ed è proprio in questo limbo funereo che Wes Craven concepisce lo script di quello che verrà consegnato ai posteri cinematografici come il capolavoro assoluto del New Horror anni 80, Nightmare – Dal profondo della Notte (in originale Nightmare on Elm Street) sancendo la nascita di una delle più importanti icone horror di tutti i tempi, Fred “Freddy” Krueger. La pellicola, risulta avere una lavorazione estremamente travagliata a causa delle defezioni produttive dovute alle case cinematografiche che si mostravano riluttanti ad un’idea che, come la maggior parte delle idee rivoluzionarie, veniva vista come poco consona alla vittoria al botteghino. Nightmare on Elm Street vede la luce grazie ad uno sforzo produttivo dello stesso Craven e del fedele amico Robert Shaye i quali riescono a strappare un contratto alla New Line Picture. Il film narra la storia di Fred Krueger, maniaco infanticida che riesce a scampare alla condanna carceraria a causa di un cavillo legale. I genitori delle vittime (tra cui ritroviamo il bravo John Saxon) riescono a far irruzione nella fonderia dove l’uomo lavora e dove ha ucciso i bambini, dando fuoco al killer che muore arso vivo. Ma Fred, sancito un patto col Demonio (spiegazione che arriverà solo in Nightmare 6 – La Fine diretto nel 1991 da Rachel Talalay, assistente di produzione dell’intera saga) riesce a scampare alle fiamme diventando una mitica figura onirica in grado di utilizzare i sogni dello sventurato di turno come mezzo con cui procurarne la morte. Tra le vittime ritroviamo una giovane Heather Langenkamp  (Nancy) e un esordiente Johnny Deep nel ruolo di Glen Lantz, ragazzo di Nancy. L’idea è esplosiva. Distante anni luce dal “Chi non paga presto muore” dell’Halloween di Carpenter, Nightmare on Elm Street ridimensiona il concetto di morte catapultandolo nell’astratto e plasmandolo come ultima meta di un processo narrativo che evolve in continui salti spazio-temporali fuori e dentro la realtà. “Chi non dorme presto vive”, si potrebbe quindi dire. Il sogno come metafora di claustrofobica trappola mortale, rappresenta in modo potentissimo la metafora della morte dell’innocenza americana, mentre la realtà che tanto è fonte di salvezza per i protagonisti è semplicemente il risveglio nel vero incubo. Craven ribalta completamente l’horror alterandone la dimensione iconoclasta e riconducendolo ad una teoria estrema. Le colpe dei genitori (le generazioni passate) ricadono sui figli (le nuove e le future) in un gioco al massacro in nome della giustizia più bieca. L’assassinio del killer da parte dei genitori imbestialiti per la morte dei loro figli, rappresenta la morte della vera tutela da parte di un ordinamento (quello americano) che sancisce l’uso delle armi e la giustizia sommaria come unica veicolazione per la propria sicurezza sociale. Nella pellicola di Craven c’è molta America, analizzata nei suoi sbagli passati e presenti come c’è molto della società cresciuta su i suoi valori che, mai come questa volta, sono fonte di colpe e di conseguenze drammatiche. Basterebbe solo la struttura di Nightmare on Elm Street a sancirne l’inarrivabile potenza filmica, ma il valore aggiunto è Robert Englund nel ruolo di Freddy. Grande professionista del teatro inglese, ottimo caratterista (visto nel 1983 nel ruolo dell’alieno buono Willy nella serie fantasy V Visitors) Englund si getta anima e corpo in Fred Krueger imprimendogli una caratterizzazione che rasenta la perfezione. Le mosse, i ghigni e l’umorismo macabro fanno di Fred il killer cinematografico per antonomasia, superiore addirittura ai sui predecessori Michael Myers di Halloween e Jason Vohorees di Venerdi 13. Tale superiorità deriva dal fatto che Krueger ha la completa padronanza del tempo e degli spazi, piegandoli ai propri intenti. Un mostro che trova la sua casa nelle menti degli orfani della Elm Street (ogni città ne ha una secondo il motto del mostro) e che ne riduce l’inconscio a mera espressione grandguignolesca. La morte è solo la fine di una giostra di espedienti visivi da antologia. L’immagine del killer poi non lascia scampo: cappello posticcio e rovinato, maglione a strisce verdi e rosse bruciato, volto macerato e l’inconfondibile guanto da lavoro modificato con coltelli al posto delle dita. E’ proprio quest’ultimo utensile a sancire la consacrazione definitiva del personaggio a icona. Grande lavoro sul make-up eseguito dal maestro David B. Miller affiancato da Kethy Logan. Il montaggio operato da Rick Shaine si muove sulle maestose scenografie elaborate da Greg Fonseca le quali vengono incastonate nelle mirabolanti acrobazie visive di Jim Doyle. Infine una menzione particolare va al magnifico score eseguito da Charles Berstein che con la sua main theme riesce letteralmente a conferire a ogni scena la dimensione angosciante più appropriata. Grande lavoro sonoro, aderentissimo alla visione e di raro impatto emotivo. Il film diventa un vero e proprio caso a livello mondiale sbancando i botteghini di ogni paese. La saga di Nightmare rappresenta un vero e proprio confine di innovazione, capace di produrre una serie televisiva, un fumetto e videogiochi per i computers di allora. Nel 1994 Wes Craven tornerà dietro la macchina da presa per l’ultimo atto ufficiale della saga, Nightmare – Nuovo incubo, sempre inferiore al capostipite, ma completamente innovativo rispetto ai cinque seguiti precedenti. Per la pellicola, il regista americano chiama all’appello l’intero cast del primo film (compreso lui stesso) e ad ogni attore fa interpretare la parte di se stesso in un gioco al massacro incastonato nel metacinema più estremo. La figura di Freddy Krueger si spoglia di tutta la carica umoristica che nel tempo aveva assimilato, tornando a sposare l’angoscia più cupa e dando nuova linfa alla non redenzione tipica del dramma. Grandi effetti speciali curati dalle case CIS Hollywood, Digital Filmwork e Flash Filmwork. La musica viene eseguita dal maestro J.Peter Robinson il quale riprende in parte lo score originale plasmandolo con nuovi arricchimenti melodici, diciamo più moderni. Il nuovo Freddy Krueger comincia ad impadronirsi della realtà proprio perché il cast e il regista non vogliono più girare sequel del primo film. I sequel erano una sorta di prigione per il vero mostro che così ne rimaneva imbrigliato. Tutti gli attori resteranno vittime del nuovo incubo compreso lo stesso Craven. Grande successo di pubblico, Nightmare – Nuovo incubo porterà il produttore/regista Sean Cunningham a mettere di nuovo le mani alle proprie tasche per creare nel 2003 un portentoso spin-off Freddy Vs. Jason dove ritroviamo le due icone horror Jason e Freddy in un duello all’ultimo taglio. Il film porterà un guadagno stratosferico, che però sancirà anche il deterioramento dei due franchising sotto il punto di vista dell’originalità strutturale. Ritornando cronologicamente indietro, dopo il primo capitolo dedicato a Freddy Krueger, Wes Craven gira nel 1985 un interessantissimo film per la TV dal titolo Sonno di Ghiaccio (in originale Chiller) in cui viene narrata la storia di un ragazzo, Miles Greighton, morto in un incidente il quale, per volontà dei genitori, viene sottoposto ad un processo di ibernazione criogenica da cui si risveglierà con attitudini omicide in quanto il suo corpo sarà usato come porta da un’entità che cercherà di entrare nel nostro mondo. Il protagonista è un Michael Beck in gran spolvero dopo l’eccellente prova nel ruolo di Swan, capobanda ne I Guerrieri della notte (1979) di Walter Hill. Sempre per la TV, Craven dirigerà cinque episodi per la prima stagione de Ai Confini Della Realtà Serie Anni 80, con i titoli di Un po’ di pace, Parole in libertà, Il mutante, Un Poker col Diavolo e L’Anima Pellegrina. La prima stagione del serial riscuote un buon successo di ascolti e vede a fianco del regista altri grandi maestri tra cui Peter Medak, John Milius e Joe Dante. Stessa struttura e stessa narrazione usata per Sonno di Ghiaccio viene riservata anche al successivo Dovevi Essere Morta (1986) in cui Craven narra la storia di Samantha (Kristy Swanson) una ragazza uccisa accidentalmente dal padre dedito all’alcolismo, la quale viene fatta resuscitare tramite un congegno elettronico da Paul (Matthew Laborteaux) ragazzo e genio informatico infatuatosi di lei. La ragazza tornerà in vita, ma con tendenze alla violenza estrema. Sia in Sonno di Ghiaccio che in Dovevi essere Morta, il regista fa presagire un cambiamento di rotta nella sua produzione. Craven s’interessa a storie ultraterrene con risvolti quasi documentaristici sulla linea di demarcazione tra scienza e metafisica. Il ruolo della morte diventa centrale sancendo l’interesse di un indagine sull’aldilà. Le due pellicole diventano terreno fertile in cui fare le prove generali per arrivare alla concezione di un ennesimo capolavoro, il quale non tarda ad arrivare. Nel 1988, infatti, Craven realizza il magistrale Il Serpente e l’Arcobaleno. Film personalissimo e fortemente radicato ad una forma di sperimentazione filmica molto spinta, la pellicola ci scaraventa nell’inferno dei riti Vudù. Il protagonista Dennis Alan (un bravissimo Bill Pulmann), antropologo di Harvard si trasferisce ad Haiti per studiare il fenomeno dei morti viventi tanto conosciuto da quelle parti. Si scontrerà con quelle che sono le credenze locali, diventando vittima dei riti da lui stesso studiati i quali gli vengono scagliati contro dalla tribù di Dargent Peytraud (Zakes Mokae) stregone/militare al servizio della magia nera. Ad aiutare il malcapitato sarà Marielle Duchamp (Cathy Tyson) psichiatra criminale. Vi sono molte indiscrezioni riguardo la lavorazione del film. Si dice che gli sceneggiatori Richard Maxwell e Adam Rodman rimasero molto provati dall’esperienza quasi da rimanerne terrorizzati. Il film, infatti, ci conduce in un antro buio dell’inconscio, dove Craven ci porta al cospetto della vera paura. Luoghi e atmosfere contribuiscono a chiudere porte e pertugi relegando la luce a mero miraggio e dando al buio tutti i suoi colori più tremendi. Il Serpente e l’Arcobaleno è uno dei film più teorici del maestro dell’horror statunitense nonché il più agghiacciante sotto il punto di vista della tensione. La violenza è minimizzata in virtù di una messa in scena i cui fantasmi non lasciano scampo. La claustrofobia e l’angoscia sono imperanti e gli stessi attori sembrano quasi spiazzati nell’interpretare il talento del regista. Motto del film “Non seppellitemi, non sono ancora morto!” il che è tutto dire…  Passa solo un anno dal Serpente e l’Arcobaleno e Craven dà vita ad un nuovo antieroe, Horace Pinker, cyberkiller protagonista di Sotto Shock. La storia narra dell’esecuzione capitale di un maniaco (Horace Pinker interpretato dall’ottimo Mitch Pileggi) la quale sembra andare a buon fine, se non fosse che il delinquente, tramite una sorta di patto demoniaco, riesce a sfuggire alla morte divenendo una sorta di entità elettronica in grado di usare fili e apparecchiature per poter teletrasportarsi in ogni dove. Fautore dell’omicidio di Alison (Camille Cooper) ragazza del protagonista Jonathan Parker (Peter Berg), Pinker verrà messo alle strette proprio dal ragazzo in una guerra all’ultimo ampere. Wes Craven santifica il regno catodico e lo elegge mezzo di sottomissione sociale. Il mostro generato dalla scossa elettrica non è altro che la trasfigurazione del potere mediatico che incalza in una nazione sempre più diretta verso un consumismo telecratico ormai senza limiti. Dio è nella TV come vi è il Diavolo, e il Bene e il Male tendono a confluire in essa confondendosi nel caos proprio della disinformazione generalista americana. Possiamo dire che Horace Pinker è l’ultimo grande personaggio partorito dal regista, una rilettura della figura di Fred Krueger rivestita di nuove spoglie e aggiornata ai nuovi meccanismi del cinema. Gli anni ’80 volgono al termine e con essi scorrono via personaggi e storie. L’Horror concettuale (siamo ancora lontani dalla macelleria gratuita del Torture Porn dei 2000), quello teorico e politico volge al termine finisce per rimanere nel passato, ma non dimenticato. Craven, da buon osservatore, si rende conto che il mito è finito e che é arrivato il momento di rileggerlo mediante un’operazione molto delicata e minuziosa diretta a incidere sugli stereotipi del genere, rigenerandoli in pura compiacenza dei propri limiti. Nasce così la volontà di non prendersi sul serio al fine di centrare un nuovo bersaglio, di inventare un nuovo linguaggio del genere, un nuovo metodo di decodifica della tensione. Tutto ciò trova coronamento nella realizzazione nel 1991 del magistrale La Casa Nera, sorta di bignami dei “delitti e delle pene” dell’istituzione familiare. La storia narra di un bambino che entra in contatto con una comunità di piccoli emarginati che vivono nei solai e negli spessori delle pareti di un’enorme casa i cui padroni sono due pazzi scatenati, marito e moglie, i Robinson (interpretati dal marito Everett McGill e dalla moglie Wendy Robie) che praticano riti sacrificali di derivazione fetish nonché cannibalismo e sevizie. La Casa Nera è Craven all’ennesima potenza, dinamite pura la cui deflagrazione non lascia intatto nulla, calpestando morale e etica in nome di una paranoia patologica capace di mutare in una forzata rappresentazione claustrofobica. Non vi sono morti o scene gore spinte, ma si respira comunque un forte malessere con picchi di cupezza altissimi. La dimensione della casa nella casa trova nei rifugi dei piccoli seviziati una dimensione parallela fatta di legno e buio, in cui si combatte una ferocissima guerra contro gli aguzzini. La luce è un miraggio (grazie anche alla splendida fotografia elaborata da Sandi Sissel che infonde profondità alle scenografie di Bryan Jones) che fa capolino qua e là nel montaggio egregiamente elaborato da James Coblentz che realizza una “partitura” visiva che lascia storditi. Tensione altissima che però si fonde, non stemperandosi, con il grottesco e l’ironia nerissima di certe situazioni (si pensi al Daddy Fetish in puro latex armato di Rotweiler!) atte a dare alla pellicola quel tocco di follia tipico del Grandguignol. La Casa Nera è la prova generale per Craven riguardo il nuovo linguaggio Horror da adottare e che farà scuola per tutti gli anni ’90. A suo modo la pellicola conserva ancora tracce di concettualità e può identificarsi come un passaggio al vero e proprio esercizio di stile che troverà la propria catarsi in Vampiro a Brooklyn (1995) sorta di Horror Comedy con Eddie Marphy in versione redivivo. Il tocco Horror è ancora potente, ma viene sacrificato in omaggio ad una trama stiracchiata che fa della pellicola un film che si lascia vedere. Buoni sono gli espedienti visivi, ma nulla più. Film, a suo modo trascurabile, ma comunque importante in quanto rappresenta una fase di elaborazione del “Craven-Pensiero” che troverà senso compiuto in Scream (1996), cinema che si svincola definitivamente dalla struttura cupa e gore per rendere giustizia ad una feroce autoironia. Precursore del Demenzial-horror di cui ricordiamo successivi epigoni quali So Cosa Hai Fatto (1997), Urban Legend (1998), Cherry Falls (2000) e All Cheerleaders Die (2013), solo per citarne alcuni, Scream viene realizzato con maestria e con giustizia al genere rigenerandolo in una girandola di colpi di scena e ribaltamenti di situazione che pongono lo spettatore in una sorta di divertimento indeterminato. Gli stereotipi del genere vengono portati al paradosso stilistico, concentrando l’attenzione non sul meccanismo, ma sulle situazioni che ne determinano l’innesco. Preso in giro successivamente da film quali Scary Movie (2000) e Horror Movie (2009), Scream non risente molto del confronto col parodico in quanto fa dell’autoironia il detonatore della propria tensione. Mentre un sorriso sta per nascere sulle labbra dello spettatore, Craven agisce subito dopo al fine di convertirlo in angoscia tramite un ribaltamento della situazione di turno (memorabile l’incipit nella cucina con Drew Barrymore oppure l’omicidio del giovane durante le elezioni della reginetta della scuola). Craven gioca con la paura e lo fa fino in fondo anche nella genesi di Ghostface, il maniaco protagonista del film, con il suo mantello nero e la sua faccia ispirata a L’Urlo di Munch, il quale inevitabilmente risulta buffo, ma poi diventa riflesso incondizionato di terrore nel momento in cui passa all’azione. Il Gotico e il Macabro non sono più di scena e l’horror sposa il giovanilistico (come fecero tempo prima Joel Schumacher con il suo Ragazzi Perduti del 1987 e Tom Holland con Ammazzavampiri nel 1985), ma Craven ne conserva tutta la tensione (si pensi alla scena finale immersa nel buio spiazzante di una notte profonda) quanto basta a ricordare che in fondo sempre di orrore si tratta. Scream rappresenta l’inizio del fortunato sodalizio tra il regista e lo sceneggiatore Kevin Williamson il quale darà vita ad altri tre capitoli. Se con il primo Scream i due amici cominciano a tracciare una linearità ironica nella struttura horror, con Scream 2 (1997) e Scream 3 (2000) Craven porta gli stereotipi del genere al paradosso quasi ad identificarli con un’autoironia d’avanguardia. L’idea del film (Scream 2) sul film (Stab) nel film (Scream 3) crea un perfetto meccanismo a incastro con sequenze ben congeniate e la dimensione horror relegata a mera cornice cinematografica. Nel 2011 Craven tornerà ad occuparsi delle gesta omicide di Ghostface, ma con esiti imbarazzanti. Di questo quarto capitolo non si sentiva affatto la mancanza. L’intera tetralogia vede un cast di giovani attori veramente a loro agio in un gioco al massacro dal sapore teenager anni 90. Tra i volti noti ricordiamo la protagonista Neve Campbell nel ruolo di Sidney Prescott, Rose McGowan in quello di Tatum Riley, Courteney Cox (Gale Wheaters) e David Arquette nei panni del vice- sceriffo Linus “Lenny” Riley. Lo score trascinante e sempre mozzafiato è affidato a Marco Beltrami il quale rende giustizia al montaggio di Patrick Lussier nei primi tre capitoli della saga.  Tra Scream e Scream 3, assistiamo ad una “pausa di riflessione” del regista statunitense che, messo da parte l’horror, realizza nel 1999 La Musica Del Cuore, dramma musicale interpretato da Meryl Streep (Roberta Guasparri), Aidan Quinn (Brian Turner) e Gloria Estefan (Isabel Vasquez) in cui si narra la storia di una lotta contro il tempo, e a suon di beneficenza, per riuscire a salvare una scuola per violinisti in quel di New York. Splendida la colonna sonora su cui spicca la track Music Of My Heart per la quale la compositrice Diane Warren ricevette una candidatura agli Academy Awards e ai Grammy Awards come migliore canzone. Pioggia di candidature per la Streep tra cui quella ai Golden Globes. Il film risulta interessante per la struttura narrativa e conferisce a Craven la capacità di poter esprimere le proprie velleità artistiche anche al di fuori dei binari del fantastico. Ma il suggerimento non viene colto dal regista il quale rientra subito “in carreggiata”, ma con esiti alquanto altalenanti. Nel 2005, infatti, firma l’irrisolto Cursed – Il Maleficio con Christina Ricci (Ellie) impegnata con Joshua Jackson (Jake) e Jesse Eisenberg (Jimmy) in un triangolo morboso dai risvolti licantropici. Flop tremendo ai botteghini, Cursed col tempo è stato rivalutando, rimanendo comunque semplice esercizio di stile, per essere poi annoverato tra i “figli minori” del regista. Nello stesso anno è la volta di Red Eye, thriller claustrofobico che narra la storia di Lisa Reisert (Rachel McAdams), dirigente di un lussuoso albergo di Miami, tenuta sotto ricatto dal terrorista psicopatico Jason Rippner (un discreto Cillian Murphy) il quale vuole servirsi di lei per progettare l’omicidio di un alto politico che soggiorna nel residence. Il ricatto a cui Lisa è sottomessa sta nella minaccia di morte, da parte di un secondo sicario, rivolta a suo padre Joe Reisert (Brian Cox). La lotta tra la protagonista e il delinquente precipiterà in un efferato e altalenante corollario di rivalse personali fino a giungere al tragico epilogo. XXX ZX37839 D RED EYE MOV 12-ZX3.JPG ENTRed Eye non è stato salutato bene dai fan del regista, ma parte della critica si è spaccata sul valutarlo. Secondo chi scrive la pellicola non si ferma al semplice esercizio di stile, ma risulta essere abbastanza efficace grazie ad una messa in scena che distilla letteralmente la tensione che si riversa nella maschera di morte propria di Cillian Murphy, attore troppe volte poco sfruttato da Hollywood. Inoltre un paio di scene risultano davvero efficaci, come quella dell’inseguimento per le aree dell’aeroporto (con tanto di uso improprio di una penna) e la trascinante e lunga sequenza dello scontro nella casa paterna verso la fine del film. Con questa pellicola assistiamo al congedo definitivo di Wes Craven dalla grandezza che lo aveva eletto a uno dei massimi cantori dell’Horror. Il successivo e ultimo film del regista, infatti, è My Soul To Take – Il Cacciatore di Anime (2011), imbarazzante teen-horror dai risvolti soprannaturali che vede una messa in scena da baraccone coadiuvata da una recitazione da parte di giovani attori di levatura mediocre. Nonostante alcune “cadute”, comunque Wes Craven ha saputo rigenerare l’Horror in un momento (metà degli anni ’80) in cui il genere sembrava aver raggiunto un punto d’arresto divenendo esangue esercizio di uno stile che rasentava la scatologia più patologica. Tra precursori del Torture Porn (vedi Venerdì 13) e richiami soprannaturali (Poltergeist di Hopper cominciava a mostrare i primi cedimenti come franchise giunto alla terza avventura), Craven ha saputo lavorarsi e rilavorarsi sopra identificando l’obiettivo col mezzo da utilizzare per raggiungerlo, forte di una superiore concezione del linguaggio della tensione e capace di leggere, come pochi, gli echi lontani di un disfacimento sociale in atto. Fred Krueger è stato portatore di tutto ciò, quasi a divenire un alter ego di Craven il quale, a differenza dell’attore Robert Englund, non si è fatto sopraffare dal personaggio disancorandosene e tuffandosi in nuove dimensioni filmiche. Il fardello di Nightmare On Em Street per Craven era un orgoglio, ma anche un avo scomodo di cui liberarsi affinché ogni opera successiva non fosse presa di mira da un impossibile confronto. Questo Wes lo aveva capito e metabolizzato, comprendendo la non possibile riconferma dell’inarrivabile e optando per alternative con cui sarebbe potuto scendere a compromessi col suo pubblico. Per molti anni malato di un tumore al cervello, continuò lo stesso a lavorare cercando di realizzare nuovi progetti. Purtroppo non lo ha potuto fare e ci ha lasciati definitivamente, ma la sua filmografia resta comunque viva nella mente di molti appassionati del genere e chissà, forse, di tanto in tanto, farà anche lui capolino in qualche nostro incubo, magari solo per scambiare quattro chiacchiere con Freddy e ridere di noi, come tutto sommato e  in modo magistrale, ha sempre saputo fare.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto

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