…ma liberaci dalla vita. L’oscuro sentiero di Laugier.

Negli anni 2000, assistiamo a un forte recupero di certo Cinema di genere, soprattutto nel comparto Horror. Gli anni ‘70, quelli della contestazione, della Guerra del Vietnam e dell’omicidio Kennedy sono ormai alle spalle e le opere di cantori del disagio sociale come Wes Craven (L’ultima casa a sinistra, 1972), Tobe Hooper (Non aprite quella porta, 1974) o il nostro connazionale Ruggero Deodato (Cannibal Holocaust del 1980) rimangono ricordi indelebili ma pur sempre ricordi. Con gli anni ’90 l’Horror subisce una pesante battuta d’arresto ed, eccetto qualche guizzo creativo (Intervista col vampiro del 1994 o The Strangers del 1998), sembra non riuscire più di riappropriarsi del proprio posto nella Settima Arte. Un giovane di talento come Eli Roth, decide allora di operare una sorta di reboot del genere, riprendendo la struttura basilare dell’exploitation e spingendone la componente violenta fino al paradosso. Nel 2005 nasce così con il primo Hostel (seconda regia dopo Cabin Fever del 2002), il genere Torture Porn ovvero un concentrato di sadismo, una posologia di innesti violentissimi in grado di disturbare le platee di mezzo mondo. Inizialmente (ed erroneamente) la nascita di questo nuovo comparto cinematografico viene attribuita al primo capitolo della serie Saw – L’enigmista uscito l’anno prima, ma esso è più catalogabile come un thriller dalle forti connotazioni orrorifiche. Il gore, lo splatter diventano, così, il verbo visivo e cinematografico per eccellenza utilizzato come scellerato ausilio a trame dagli esiti altalenanti. Dopo Roth, ai botteghini si assiste a un’impennata di incassi per film che spingono sempre più sul pedale della violenza, tra cui vivido esempio è il grande incasso portato a casa nel 2005 dal primo Wolf CreeK. Ma se dobbiamo essere obiettivi, il Cinema che ha saputo col tempo spingersi veramente oltre è quello d’oltralpe. Cineasti come i francesi Alexandre Aja, Xavier Gens, Alexandre Bustillo e Julien Maury  hanno saputo spostare l’asse verso mete inesplorate e allarmanti. Film come Alta Tensione (2003) o Frontiers (2007) imprimono senso compiuto all’eccesso plasmandolo su una trama sofisticata e dal violentissimo impatto estetico. La violenza la fa da padrona assoluta imprimendo alla dimensione gore devianze che il più delle volte sfociano anche in altrove cinematografici come per esempio quello sessuale. Ma lungo la strada verso “l’Inferno cinematografico”, chi ha saputo veramente segnare un punto di non ritorno morale ed etico è il regista Pascal Laugier che dopo uno sparuto esordio con il film Saint Ange del 2004, firma come seconda opera il disturbante Martyrs (2008). Come guardare a tale progetto? Sicuramente non potendo restarne indifferenti. La storia è quella di Anna una bambina che incontra una ragazza, Lucie (Mylène Jampanoï), rapita e torturata anni prima, la quale una volta riuscita a scappare rimane tormentata dal rimorso di non aver salvato una donna che era presente nel luogo di tortura con lei. Lo stesso rimorso viene vissuto da Lucie come una trasfigurazione del suo corpo in un essere mostruoso che quindici anni dopo la porta a sterminare i suoi aguzzini in una casa sperduta per poi suicidarsi sotto gli occhi della stessa Anna ormai cresciuta (Morjana Alaoui). La ragazza sconvolta, cerca di fuggire ma riesce a trovare un passaggio segreto nella casa in cui avviene lo sterminio, che la conduce in un sotterraneo dove si ritrova al cospetto di una ragazza in catene tenuta prigioniera e torturata da Mademoiselle (Catherine Bégin), implacabile sacerdotessa di una psico-setta che opera la tortura come mezzo per arrivare a scoprire se dopo la morte vi è una vita ultraterrena. Mademoiselle imprigiona Anna, torturandola senza pietà, e le spiega che il dolore porta le persone a dividersi in due categorie: le vittime (che muoiono in modo isterico e inutile) e i martiri ovvero coloro che nel dolore e nella sua sopportazione trovano la via dell’estasi (la così detta trasfigurazione) che li porta a vedere, qualche secondo prima della morte, l’Aldilà. Il finale non lo sveliamo, ma sicuramente è molto scioccante. Il film di Laugier parte con un incipit frastornante che si insinua come un serpente sotto la pelle per poi dare sfogo a un imponente Grand Guignol intriso di inaudito sadismo a volte talmente insostenibile da far voltare lo sguardo dalla visone. Martyrs è un film che colpisce durissimo, che dà voce alla carne e al sangue individuandone scelleratamente l’inutilità terrena in elogio alla loro essenzialità nella scoperta dell’etereo sconosciuto. La vita dopo la morte passa per l’Inferno e il regista dimostra di non volersi fermare di fronte a nulla. Tra mutilazioni, scuoiamenti, pestaggi e via degenerando, la pellicola rivolge violentemente il proprio sguardo allo spettatore chiamandolo a rivestire un ruolo voyeuristico rispetto alla violenza che scorre sullo schermo. Film tra i più disturbanti e funerei del decennio, Martyrs si impone anche per il suo rigore che non ammette spazio a eventuali respiri, ad autoironia o a momenti di stanca. Procede inesorabile, fa male e se ne compiace a tal punto che la macchina da presa sembra quasi entrare in simbiosi, sembra quasi una decodifica del dolore provato dalle vittime. Tutto questo trova punti di forza in una sceneggiatura (dello stesso regista) basilare ma visivamente impeccabile le cui tenebre vengono squarciate da una fotografia (realizzata a sei mani da Stéphane Martin, Nathalie Moliavko-Visotzky e Bruno Philip) che sembra accompagnare le parti più cruente come se fossero una sorta di redenzione terrena. L’impressionante Make-Up è curato dall’italiano Donato Grossi mentre la struttura musicale è sapientemente curata dai Seppuku Paradigm. Tirando le somme, possiamo tranquillamente affermare che Martyrs è una delle vette di un certo Cinema di genere che trova in platee di fans il suo elogio sia artistico che economico, ma rappresenta anche l’esasperazione di una cromatura filmica che sta subendo, come se fosse un boomerang, un pericoloso arresto a causa dell’assuefazione da parte del pubblico all’effetto violento. Se ciò moralmente può sembrare  discutibilissimo, sotto il punto di vista di sostanza cinematografica sta portando questo particolare comparto cinematografico ad alzare sempre più il tiro sul disgusto e sull’eccesso a scapito di una logica narrativa o magari di un messaggio da trasmettere. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un’allarmante rincorsa all’estremo che non sempre, però, si sposa col favore del pubblico o della critica, benché meno con quello della censura (Martyrs, come parte degli altri film citati, ha ricevuto il divieto ai minori di anni 18) sancendo anche il blocco di alcuni progetti che rimangono quindi inediti in molti paesi (si pensi all’eclatante esempio del famigerato A Serbian Film diretto nel 2010 da Srđan Spasojević, tuttora vietato nel nostro paese). Riguardo Martyrs, nonostante il limite sia valicato, possiamo dire che ancora siamo nell’ambito dell’accettabile artistico. Per coloro che apprezzano il genere si fa presente che del film esiste anche una versione uncut, edita anche in Italia, della durata di 100 minuti contro i 97 della versione cinematografica. Fate voi. Prendere o lasciare…. Solo per stomaci forti. Tutti gli altri si astengano.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto

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