Il lungo respiro. Oxygène

Vero e proprio Ménage à trois, questo Oxygène nuovo progetto targato Netflix. La pellicola segna il ritorno alla regia di Alexandre Aja, pioniere assoluto del rilancio del nuovo Horror d’Oltralpe 2.0. Con questa nuova fatica, stavolta per il piccolo schermo, il cineasta francese conferma ancora una volta la sua enorme versatilità professionale aggiungendo un nuovo, interessante tassello al suo cine-percorso parallelo a quello che lo ha reso famoso. Oxygène è uno splendido Sci-Fi, tesissimo e claustrofobico, in cui la struttura narrativa si scioglie progressivamente sul gioco a tre tra la mdp, costantemente in seno agli attori e i due protagonisti quali un Malik Zidi in gran spolvero che asseconda la splendida performance di una bellissima Mélanie Laurent intrappolata in una sorta di bara cibernetica.
Aja lavora di fino sul dettaglio identificandolo con una visione (splendida la fotografia di Maxime Alexandre) che seziona quasi in modo chirurgico l’essenza materiale, e non, del particolare. Ogni piccolo pertugio, ogni luce, ogni apparecchiatura che compone la tecnologica “bara” della protagonista diviene un universo da scoprire che agli occhi della protagonista ne cela sempre di nuovi e diversi.
Questa dimensione in spazi ridotti viene galvanizzata nelle sue diverse sfumature anche grazie all’eccellente lavoro sul montaggio operato da Stéphane Roche che predilige inquadrature sghembe e piani sequenza tagliati di netto con rimandi improvvisi e capovolgimenti angolari. A identificare lo scorrere del tempo è la mancanza dell’ossigeno, quello del titolo, che inesorabilmente viene scandita per tutta la pellicola da un contatore vocale.
A tener compagnia alla protagonista, fornendole particolari importanti sul proprio status e cercando di farle rinvenire una memoria che sembra persa nei meandri di un subconscio disturbato, ritroviamo MILO, una sorta di ibrido tra il Joshua di WarGames (1983) di John Badham e HAL 9000 di 2001 – Odissea nello spazio (1968) di Kubrick. L’intelligenza artificiale (a cui dà voce nel doppiaggio originale l’attore Mathieu Amalric) riesce quasi ad essere una sorta di interlocutore per lo spettatore,
chiamato in causa da Aja a porsi le stesse domande della protagonista e di conseguenza ad aspettarsi eventuali chiarimenti che ogni volta subiscono dei rimandi progressivi e spiazzanti. Mélanie Laurent, che per la pellicola risulta essere terza scelta dopo la dipartita di Anne Hathaway e Noomi Rapace, fornisce una recitazione eccezionale e talmente intensa che, secondo chi scrive, non fa rimpiangere affatto le sue colleghe, anzi forse identifica una felice fatalità.
L’attrice francese si lascia maltrattare da Aja con inusuale naturalezza (ottimo il make-up e gli effetti speciali elaborati da Olivier Afonso e Pascale Bouquière) la quale si scioglie in una sorta di progressiva presa di coscienza e di dura reazione al fato che inesorabile avanza attimo dopo attimo come l’ossigeno che svanisce terribilmente.
La struttura della pellicola viene infarcita in modo altalenante da flashbacks che piombano sulla protagonista come predatori mentali provocandone attacchi di panico e stati confusionali i quali divengono anelli di congiunzione di un percorso logico e inatteso. A sottolineare tutti i colori dell’animo della protagonista ritroviamo, poi, uno score esemplare,
vera pelle filmica, elaborato per l’occorrenza dal bravissimo Robin Coudert il quale alterna fasi esplosive di tensione a momenti di assenza percettiva fino ad arrivare alla miscela tra New Age e synth spinto verso derive dream con cui fa esplodere il finale della pellicola (di livello la track Open) immerso in una rivelazione totale e strabiliante cullata da un caleidoscopio di effetti visivi bellissimi curati, tra gli altri, dal duo delle meraviglie Lucien BuscaYoann Copinet.
Come porsi di fronte a Oxygène? Secondo chi scrive con un enorme rispetto nei confronti di un cineasta che fa del low-budget una implacabile fonte di idee che, messe al servizio di una sceneggiatura coi fiocchi (script di Christie LeBlanc), divengono strabiliante esercizio artistico in grado di catturare lo spettatore portandolo contemporaneamente a sognare e temere mentre sullo schermo,
in quei pochi 101 minuti, scorre la presenza della fine, quella imminente, quella a cui tutti dobbiamo, prima o poi, arrenderci. Aja continua a far parlare il Cinema di genere e se da un lato strizza l’occhio al botteghino (ineccepibile blockbuster mangiasoldi il suo Crawl realizzato due anni prima), dall’altro opera una sorta di deviazione del concept horror
di cui ne cattura solo la tensione ponendola al servizio di nuovi orizzonti (tra tutti il meraviglioso e ancora inedito Horns del 2013) che spalancandosi, aprono la visione su di nuovi e continui cambi di registro. Potremmo dire tranquillamene che in questa seconda parte della produzione del cineasta francese, il genere Horror non ha più mordente e, forse, stiamo assistendo al venire allo scoperto di una piccola ma notevole autorialità finora finora celata. Se fosse così, allora ben venga, dal momento che la Settima Arte ha bisogno di continuo “ossigeno”, rimanendo in tema.
Alessandro Amantini

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