La vendetta dell’amore. L’inedito Aja.

In questi ultimi giorni si è appreso che Alexandre Aja con il suo nuovo progetto Crawl (Intrappolati), un survival horror, si è piazzato al terzo posto nella lista dei migliori incassi nelle prime settimane di programmazione. Cogliamo l’occasione, in questa sede, per ribadire il fatto di come il cineasta francese rappresenti uno degli autori il più delle volte sottovalutati nel loro estro creativo. Nel 2002 il suo secondo lungometraggio (il primo è Furia del 1999) Alta Tensione lo colloca nell’Olimpo dei mentori della nuova rilettura del genere Horror 2.0. Un comparto estremo che gli frutta molti riconoscimenti in numerosi festival e che gli dà l’occasione di prendere in consegna, per mano dello stesso Wes Craven, il progetto del remake de Le Colline hanno Gli Occhi (2006). Di lì in poi la carriera di Aja comincia un altalenante epilogo qualitativo, tra grottesche sperimentazioni (Phirana 3D del 2010 ne è un esempio eclatante) e imbarazzanti collaborazioni di script (il mediocre -2 Livello del terrore del 2007). Tutto ciò, però, trova giustificazione nella maledetta legge dei grandi numeri, quella del blockbuster e del merchandising, che pone continuamente in primo piano il botteghino oscurando la qualità di progetti molto più interessanti. Se, infatti, si scava a fondo nella produzione del regista francese ci si accorge che molte sue opere non sono state editate per il circuito italiano neanche in Home Video. Tra tutte queste ricordiamo lavori come il già citato esordio oppure The 9th Life of Louis Drax uscito nel 2016 e reperibile in versione italiana solo in alcuni rarissimi prototipi. Ma quello che ci ha colpito profondamente è Horns (2013), tratto dal romanzo La Vendetta Del Diavolo, scritto nel 2010 da Joe Hill figlio di Stephen King. La storia è quella di Ignatius “Ig” Perrish e della sua ragazza Merrin Williams che sin da piccoli si giurano amore eterno finché morte non li separi. Proprio quest’ultima viene a far visita alla ragazza tramite un incendio che, a causa di falsità e spergiuri, viene attribuito a Ig. Il precipitare degli eventi getta nella disperazione il giovane che in un momento di rabbia distrugge l’altare sepolcrale della ragazza costruito dalla popolazione del luogo. Da quel momento il ragazzo si risveglierà dal proprio letto con due piccole protuberanze che nel corso del film cresceranno oltre misura fino a divenire delle corna luciferine. Inizialmente bandite dal protagonista come maledizione, ben presto le due ingombranti anomalie diverranno una sorta di radar coscienziale con cui Ig riuscirà a scovare il vero assassino della sua amata. Raccontata in tal modo, la vicenda sembra essere molto elementare, ma secondo chi scrive, la pellicola è un piccolo capolavoro in cui Aja pone al centro della vicenda una storia intessuta di un metafisico romanticismo intrisa, però, di un fortissimo dolore. La vicenda, visivamente parlando (ottima la fotografia di Frederick Elmes), ci viene propinata nelle sue fasi narrative tramite un intelligente contaminazione di generi con un continuo cambio di registro (poderosa la sceneggiatura di Keith Bunin galvanizzata dal magnifico montaggio realizzato da Baxter). La follia si alterna alla drammaticità che convoglia la propria potenza in situazioni agli estremi del paradosso sessuale condito da picchi di cinismo e humour nerissimo proteso al grottesco più limpido. A dare spessore al protagonista ritroviamo un ormai maturo Daniel Radcliffe che, deposti i panni del piccolo Harry Potter, si getta anima e corpo in una performance delicatamente disincantata e al contempo diabolicamente vendicativa. Il suo continuo muoversi attraverso spazi temporali della mente e non luoghi cinematografici porta lo spettatore al continuo scontro con una logica narrativa vacillante e nichilista. Scene come il coming out dei due poliziotti nell’auto durante un appostamento e la “dolce” dichiarazione di odio da parte della madre verso il protagonista sono da mandare a memoria per quanto spiazzanti e annichilenti. Horns è un concentrato di tensione romantica in cui l’ago della bilancia è l’amore, quello vero, quello eterno che trova corpo nella bellezza struggente di Juno Temple che interpreta la defunta Merrin. L’attrice ribadisce a più riprese la padronanza della recitazione e ci restituisce una persona lacerata da un mal d’amore potente e drammatico la cui dimensione ci viene restituita in tutto il suo spessore dal gran lavoro eseguito sullo score da parte di Robin Coudert il quale ci fa letteralmente vivere tutto il dramma che l’amore strappato comporta sulle persone, come una lacerazione dell’animo umano. Un demone che divora dall’interno e che non lascia scampo alla salvezza se non procurando dolore a chi ci sta vicino. Controverso ed estremo, Aja sa dar voce all’amore e lo fa plasmandolo su una dimensione di sofferenza. Un calvario tutto terreno, ereditato da tutti i comprimari, a cominciare da Derrick Perrish, padre di Ig, a cui dà il volto James Remar, in grande spolvero dopo la stupenda prova nella serie Dexter. Ancora una volta un padre, ancora una volta un genitore eticamente putativo. Ig non si distanzia molto dal Dexter televisivo, ne condivide tutte le contraddizioni esistenziali evidenziando l’ostacolo del dubbio di sé stessi. Un’amara consapevolezza del proprio io come mezzo di sopravvivenza. Ma se con Dexter, la veicolazione era quella di una mente disturbata, nel caso di Horns, Ig rappresenta la rinascita dei sentimenti attraverso una lunga strada infernale. Una strada che lo porterà all’estremo finale dove, con un continuo ribaltamento narrativo, Aja ci conduce verso una soluzione inaspettata e spiazzante. Come guardare a Horns? In primis, come a un’opera a cui il mercato Home Video italiano non ha regalato la meritata giustizia. Come un oggetto curioso, sperimentale e interessantissimo. Come a una tappa fondamentale dell’evoluzione professionale di un cineasta senza la quale non si conoscerebbe a pieno la gamma di potenzialità qualitative che Aja possiede. Se ci fermiamo solo all’Horror puro e allo spiazzamento compulsivo a cui l’iperviolenza 2.0 ci ha abituato, non riusciremo mai a comprendere a fondo il significato della parola Cinema. La Settima Arte vive anche di guizzi, di intuizioni e con Horns, il cineasta francese ha dimostrato di esserne pienamente dotato. La pellicola ci narra dell’amore e lo fa con una nitidezza e un’originalità impressionanti e inusuali dove tutto sembra perdersi per strada per poi recuperare la propria essenzialità (e logica) nell’ambizioso finale dove assistiamo a un tripudio Fantasy galvanizzato dagli eccellenti effetti speciali realizzati per l’occasione dal duo delle meraviglie Bleau Fortier e Lance Smith. La dimensione metafisica, l’amore eterno e il romanticismo fanno di Horns una fiaba nera, adulta e contemporaneamente radicale e dolcissima. Quando Harry Potter lascia spazio a Hellboy per comprendere quanto oscena sia la strada che porta al bene e con esso all’amore.
Alessandro Amantini