Il cuore nell’acqua. Blue My Mind.

Strano cine-oggetto questo Blue My Mind. Forse perché, volutamente, la sua struttura narrativa e il suo epilogo ci scaraventano direttamente nel sottotitolo italiano Il segreto Dei Miei Anni. Uscita nelle sale svizzere nel 2017, la pellicola diretta da Lisa Brühlmann, da noi non ha avuto il successo sperato tanto che è stata destinata a un passaggio velocissimo nelle sale e poi trasmessa direttamente in streaming a causa del ritardo di distribuzione che male si è incontrato col sopraggiungere dell’emergenza sanitaria. Ma quale è il segreto dei sedici anni di Mia (Luna Wedler) che tanto affascina e disturba la visione? Cosa significa questa discesa inarrestabile nella mutazione?
La regista somministra, con mano sapiente e con una narrazione che procede per tagli visivamente netti (asettico il montaggio eseguito da Noemi Katharina Preiswerk), la posologia di interventi di alterazione progressiva del corpo della protagonista i quali procedono di pari passo con il crescere delle domande e delle illusioni adolescenziali tipiche della maturità della persona (l’avvento del ciclo mestruale, le prime turbe ormoniche).
Non ci sono domande o spiegazioni iniziali. La regia non ne dà e non se le pone, ma esamina soltanto in modo estremamente chirurgico il dramma della crescita e, utilizzando come metafora la mutazione inarrestabile del corpo di Mia, ne stringe gli spazi vitali attorno a nuclei solo apparentemente di elementare importanza come quello familiare (incapace di dare risposte quanto di mostrare un vero interesse per la ragazza se non per situazioni di comodo)
e quello dell’integrazione nel gruppo, della scuola come luogo di scellerata affiliazione da cui scaturiscono inaspettate amicizie come veri e falsi dolori. In un breve lasso di tempo la protagonista non riesce ad avere sia dai genitori, sia da sé stessa le risposte sperate sulla sua origine, sulla sua presunta adozione (la madre tergiversa davanti alle ripetute domande riguardo la mancanza di tracce della sua gravidanza negli album fotografici di famiglia).
Mia e lo spettatore entrano quasi in simbiosi nel porsi gli stessi dubbi e nel soffrire il fatto di non riuscire a risolverli. L’amicizia tra lei e la sofferente Gianna (Zoë Pastelle Holthuizen) spiazza la visione e la prenda per mano conducendola in un antro in cui non vi sono certezze se non quella che la fine incombente è tale e che il lieto fine non esiste.
La vita è semplicemente un rigurgito di bile verso un destino che pratica attraverso l’uso dello scorrere del tempo una punizione tutta terrena. I veri mostri sono le persone, coloro che sono i normali, mentre quel blu, sempre nella mente e nel corpo di Mia, è il catalizzatore della vera libertà che coincide col prendere coscienza, arrendendosi, del proprio destino.
La “forma dell’acqua” diviene l’unica certezza, l’unica spiazzante alternativa primordiale (i pesci che Mia divora nell’acquario della madre o la sua fame atavica di fronte lo sguardo inorridito dei genitori a tavola) al fallito tentativo di vivere.
Lo struggente finale dove la sofferenza del distacco con i cari coincide con la vetta del nichilismo sventato (orribile la scena delle molestie sessuali alla festa a danno di Mia) e impartisce allo spettatore una durissima lezione. La vita è questa e tutti noi, in un modo o nell’altro, siamo chiamati a seguire quello
che è il nostro destino accaparrandoci al più presto possibile tutto quello che ci viene offerto, senza pensarci su troppo, coscienti che prima o poi il nostro numero sarà chiamato. Il mare, il blu profondo nella mente e nel corpo della protagonista è quello che in fondo tutti cerchiamo, quella svolta che ponga fine alle speranze per lasciare spazio alla materializzazione dei sogni.
Lo sguardo finale ed eterno della protagonista rivolta alla “sirena mancata” Gianna, prima di tornare a tuffarsi negli abissi (magnifiche le riprese subacque cullate dallo struggente score elaborato da Thomas Kuratli) chiude non solo la pellicola, ma pone il punto su cosa siamo disposti ad accettare e su cosa cerchiamo di non perdere.
La Brühlmann firma un film indipendente, durissimo e personale, che lascia spazio al fatto che ognuno di noi può avere una seconda volta, una nuova speranza, inducendo al ragionamento su quelle che sono le vere esigenze che vanno assolutamente distaccate dai futili vezzi e vizi di una vita che mutando ci concede ancora la possibilità di scegliere. Piccolo gioiello di complessa logica.
Attori giovani e bravi e quel solito finale che non ti aspetti e che, quindi si lascia apprezzare. Da vedere solo se si è disposti a scendere a patti con un prodotto particolarissimo. Ottimo.
Alessandro Amantini

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