Semplice nostalgia. Cenerentola ’80

Nel 1984, il misconosciuto Roberto Malenotti si vede affidare dalla RAI la realizzazione del progetto Cenerentola ’80, un film per la TV diviso in due parti. La produzione vede affiancata l’Italia alla Francia e il cast arruolato per l’occasione è variegato e ampio. La storia si ispira molto vagamente al classico della Disney, ma si riversa in quella che è una storia d’amore adolescenziale con tutti gli stereotipi del caso messi a totale disposizione del pubblico meno esigente. Attenzione, però, Cenerentola ’80 risulta ingenuo nella trattazione, nei dialoghi a volte insostenibili (debolissima e di comicità involontaria la sceneggiatura scritta dallo stesso regista assieme a Ottavio Alessi, Ugo Liberatore e Carlo Cristallini) e nelle interpretazioni della maggior parte degli attori che risultano qua e là gigionesche e infantili, ma sotto il punto di vista più squisitamente tecnico ha molti punti di forza.
Tra questi, ad esempio, ritroviamo la splendida fotografia elaborata dal maestro Dante Spinotti, mentre per la colonna sonora originale vengono coinvolti Guido e Maurizio De Angelis, al secolo Oliver Onions. Ma a parte queste piccole e semplici considerazioni iniziali, come dobbiamo porci di fronte a Cenerentola ’80? Siamo di fronte a un prodotto calato nel suo tempo, un piccolo grande gioco d’intrattenimento che sfrutta la moda del pretesto amoroso incastonandolo nel cliché usurato, ma sempre vivo, della guerra tra diverse estrazioni sociali.
L’idea vincente è prendere come protagonisti due divi assoluti del momento quali la cantante Bonnie Bianco, nel ruolo di Cindy Cardone, e Pierre Cosso, reduce dal suo Tempo delle mele “maturato” due anni prima, qui nel ruolo Mizio/Principe Eugenio. Bonnie Bianco esordisce solo un anno prima di questo progetto, ma grazie a questo cine-lancio comincia una carriera musicale che la porta a realizzare ben 24 album in studio più due raccolte delle quali l’ultima pubblicata nel 2019.
La storia d’amore tra i due sembra uscita da un romanzo rosa e risucchia in essa una pletora di coprotagonisti di livello altalenante. A risollevare le sorti del progetto, infatti, ci pensano vecchie glorie del Cinema Italiano quali Adolfo Celi nel ruolo del Principe Gherardeschi, padre di Mizio, il quale ci regala gustosi siparietti che in parte strizzano l’occhio alla difesa del rango sfoggiata tre anni prima in Innamorato Pazzo e in parte raccolgono il cinismo del famigerato Sassaroli di Amici Miei (1975) (“Splendido lo schiaffo che ti ha dato quella ragazza, è quello che ho sempre sognato di darti io… cosa aspetti! Corrile dietro!”… rivolto al figlio Mizio durante il ballo).
Al suo fianco ritroviamo la svampita cartomante Marianne interpretata con splendida follia da Sandra Milo che a sua volta ci regala una delle scene scult per eccellenza che la vede coinvolta in una sfida all’ultimo “fioretto” tra lei e Sylva Koscina (Principessa Gherardeschi) per i corridoi del palazzo reale. Sfida che porterà le due nemiche a un amichevole collaborazione. Spetta poi al navigato Vittorio Caprioli di interpretare il povero padre di Cindy, l’italo-americano Harry Cardone, pizzaiolo di professione in quel di New York, vedovo e risposato con la legnosa moglie Muriel (Kendal Kaldwell) e con a carico due insopportabili figlie Vittoria (Sabina Segatori) e Carol (Edi Angelillo).
“Galeotto” per Cindy diviene l’aeroporto di New York, dove lei e Mizio, (in abiti miserabili) fanno rotta per Roma, la prima in accompagno alla matrigna e alle sorellastre per il loro esordio nel mondo della musica classica, mentre il secondo richiamato a corte dal padre per intascare il titolo di erede alla ricchezza di famiglia. Il sentimento che nasce tra i due giovani protagonisti viene fiancheggiato in sceneggiatura dalla presenza di squinternati personaggi- macchietta come i membri della band musicale di cui Mizio è l’improvvisato leader e come gli inattendibili discografici Colonel (Roberto Posse) e la ferrea dal cuore d’oro Marzia (Kara Donati).
Poca credibilità, ma molta ampiezza di spazio e di tempo tra pullman e taxi sempre presenti all’occorrenza e un continuo sguardo da cartolina alle meraviglie della città eterna. Nonostante i presupposti, noi di Arcadicultura Cenerentola ’80 non lo bocciamo. Il perché sta nel fatto che, nonostante l’infantilismo poco latente e l’allarmante gara anti-recitativa, il progetto fotografa a perfezione un’epoca a noi ormai lontana anni luce, dove bastava un cinema, quattro chiacchiere con gli amici e un po’ di “cazzeggio” per poter riempire le ore della giornata. Dove l’ombra della multimedialità e della globalizzazione social sono idioma incomprensibile.
Operazione nostalgia? Sicuramente sì e anche riuscita soprattutto grazie alle performance canore della Bianco che con i suoi maggiori successi (come Stay posta in pole position nella maggior parte delle scene) ci rilascia momenti musicali che fungono da vere e proprie cartoline ricordo. Inoltre i volti di Celi e di Caprioli sembrano quasi ancorare il progetto a quel tipo di Cinema che mira all’intrattenimento ma che non perde mai occasione per stupire (le interpretazioni dei due sono attendibilissime nonostante i picchi di colore).
Il progetto di Malenotti rappresenta una delle prime incursioni RAI nel mondo adolescenziale, nella narrativa in puro stile Castellano & Pipolo, con una strizzata d’occhio al ritmo di College (1984) e una tirata d’orecchi all’avvilente vuoto registico di Antonio Bido per Mak π 100 (1987). Prima sperimentazione di una TV (quella del canone e delle famiglie) che in seguito produce numerosi epigoni come la scandalosa serie Aquile (1990) e  la tele-meteora I Ragazzi Del Muretto (1991-1996) i quali falliscono sistematicamente per colpa del fatto che vengono realizzati con uno stile fuori tempo massimo.
La contemporaneità del progetto Cenerentola ’80 è quella dei “favolosi Anni ‘80”, dell’arrivismo dei colletti bianchi e della “Milano da bere”, anticamera della fine di un’era che sembra ormai quasi preistorica. Forse quello che fa guadagnare punti a progetti come questo è da ricercare nella stessa serie di componenti presenti nei vecchi film poliziotteschi Anni ’70 o nella Commedia Sexy Anni ’80
in cui si rinvengono tracce di una quotidianità nostalgica che trova un’istantanea in quei modelli di auto ormai fuori produzione, in quel vestiario improbabile che sembra quasi oggi fare ritorno, in quei telefoni a gettoni posizionati all’interno di un bar. Tutto un corollario visivo che colpisce al cuore chi quegli anni li ha vissuti in prima persona.
Una sorta di filmino dei ricordi per poter fare il punto su ciò che eravamo e quello che siamo diventati. Una menzione speciale va alla versione televisiva di Cenerentola ’80 che viene identificata come “versione integrale” (quella recensita qui) dal momento che la sua durata è di circa 206 minuti contro i 120 canonici scelti per l’editing in Home Video. Questa versione è ormai divenuta rarissima oltre a non essere mai stata commercializzata e col passare del tempo si è aggiudicata l’aura di oggetto di culto per i collezionisti più arditi. Se si ha fortuna la si può trovare caricata ancora su qualche piattaforma streaming. A suo modo, un valore storico lo ha, altrimenti non staremmo qui a parlarne.
Alessandro Amantini

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