Dove non osano più. Le Aquile di Nini Salerno.

Parlare di Aquile, serie televisiva italiana in sette puntate andata in onda sul secondo canale nazionale nel 1990, significa entrare in un mondo parallelo, quasi paranormale, per l’insieme di banalità e di cliché mostrati in più di 630 minuti di montato. Già il titolo rimanda ai fasti edonistici americani di metà Anni Ottanta, dove Top Gun nel 1986 imperava e dominava con il suo essere volutamente esasperato ed esagerato, ruffiano e patinato. Solo che qui non siamo in America, ma in Italia, alla regia non c’è Tony Scott ma Nini Salerno (sì, avete capito bene, l’ex  de I Gatti di Vicolo Miracoli, qui dietro la macchina da presa per la seconda volta dopo Arrivano i miei del 1983, prima di dirigere un’altra serie cult italiana, I ragazzi del muretto, nel 1991) e nel cast di attori non troviamo il trio formato da Tom Cruise, Val Kilmer e Kelly McGillis, ma quello formato da tale Alessandro Piccinini (omonimo del famoso giornalista-telecronista, del quale non ci è dato sapere, a ragione, curriculum vitae artistico…), Lorenzo Flaherty (ancora lontano dai fasti di Voci notturne, Incantesimo, Distretto di polizia e R.I.S.) e Federica Moro (nel suo decennio di grazia, dopo il titolo di Miss Italia vinto nel 1982 e un paio di film sbanca botteghino come Segni particolari: bellissimo e College, del quale interpreterà anche la serie televisiva omonima sempre nel 1990). I rimandi alla pellicola simbolo degli Anni Ottanta ci sono tutti, ma non la stessa fattura. La rivalità personale e professionale tra i piloti Mauro Rossetti (Piccinini) e Stefano Zucchi (Flaherty) non è minimamente paragonabile a quella nevrotica ed esasperata esistente tra Maverick (Cruise) e Ice-Man (Kilmer), così come la storia d’amore piacionesca all’acqua di rose tra il nostro Rossetti e la sua Adriana (la Moro), aspirante fotomodella, mette anni luce di distanza con quella vissuta tra Maverick e il suo istruttore capo Charlie (la McGillis). La serie TV, in sette puntate, non fa che alternare richiami tecnici e tattici in vigore nel corpo dell’Aeronautica Militare Italiana con una serie di situazioni insulse e indigeste, totalmente sconnesse con il filone narrativo (?) principale. Ed ecco che gli sceneggiatori Gino Capone e Carlotta Ercolino si perdono nei meandri di dialoghi deliranti e buttati lì a casaccio, perché in fondo bastano i sorrisi e gli ammiccamenti sbilenchi e ruffiani in camera di Flaherty e di Piccinini o la bellezza e l’ingenuità della Moro e delle sue colleghe fotomodelle a tenere in piedi la baracca, talmente tanto mielosi e diabetici che in confronto gli sceneggiatori messi in scena in Boris – La serie sono da premio Oscar! E come dimenticare, parlando di delirio narrativo, di cliché e banalità, il personaggio di Salvatore Coleman ( Elijah Raynard Childs del quale come il suddetto Piccinini, non c’è dato di sapere molto riguardo il curriculum vitae artistico…), pilota e amico fraterno di Rossetti, che non sfiora nemmeno con un battito di ciglia il personaggio di Goose (Anthony Edwards) in Top Gun, ma che ha in sé tutto il concentrato peggiore di soggetto e di sceneggiatura che poteva essere concepito. Coleman è di origine afro-americana, quindi è di colore, ma è nato a Napoli da una storia che suo padre, grande pilota di aviazione in Vietnam (??) ha avuto con sua madre nel paese de ‘O sole mio, abbandonandolo da piccolo, ma non togliendoli il sorriso, la voglia di cantare, di fare a botte, di mangiare, di scommettere, di giocare a carte e, ovviamente, di essere uno sciupafemmine dal cuore d’oro: vi basta come quadro generale? Altrimenti, possiamo anche andare oltre, narrandovi del suo ritrovamento in mare dopo un’esercitazione al richiamo de O’surdato innamorato, ma ci fermiamo qui per non infierire. E mentre la sceneggiatura (???) si snoda tra l’addestramento degli allievi (spennati dal fiero e tosto comandante Pinelli, cui presta il volto un giovanissimo Giulio Base, che li definisce pinguini senza nemmeno pensare che i pinguini non si spennano, ma tant’è, va benissimo così nel delirio in cui siamo tutti sommersi, attori e spettatori!) e una scazzottata al bar, tra un volo di esercitazione e una sfilata di moda nella base militare (perché se sei la direttrice aitante e brillante della scuola di moda Garbo, basta che alzi il telefono e chiedi al comandante della base medesima di usufruire di uno degli hangar e quello, sempre il povero Nini Salerno che non solo erra ma persevera diabolicamente concedendosi anche il ruolo di attore non protagonista, ti mette a disposizione anche i piloti e la mensa ufficiali!), tra gelosie e scaramucce d’amore che nemmeno tra bambini delle elementari, lo spot per l’Aeronautica militare prende sempre più forma, rimanendo però in secondo piano rispetto alla levatura dell’intreccio narrativo. Ma c’è qualcosa che possiamo salvare di Aquile? Sicuramente, un plauso va alle riprese aeree di Antonio Bido, in grado almeno di donare una sorta di parvenza filmica al contorno, risollevando almeno in parte le sorti di un prodotto nato per diffondere i principi tecnici e basilari del corpo militare aeronautico e finito rovinosamente per scadere nella banalità più disarmante. Poi, c’è l’effetto nostalgia. Rivivere la moda dell’epoca, la tecnologia dell’epoca, la genuinità e l’ingenuità dell’epoca sicuramente non guasta, anche se tutto ciò viene talmente edulcorato da infastidire, a volte. Un altro aspetto positivo è la colonna sonora, dove troviamo le migliori hit di fine Anni Ottanta (anche se reputiamo agghiacciante il fatto che i momenti di tensione amorosa tra i protagonisti venga sottolineata dal tema strumentale portante di Dirty Dancing…), nonché il giocare a riconoscere attori giovanissimi, poi diventati affermati nel corso degli anni. Oltre a Giulio Base già sopra citato, ritroviamo anche Massimo Venturiello nei panni del maggiore Altieri, Pino Quartullo e Franco Castellano e le giovanissime modelle Cannelle e Adriana Fossa, punte di diamante dell’Istituto di moda Garbo. Infine, un applauso, il più grande, va al doppiaggio. Sì, avete capito bene, tutti gli attori sono doppiati per esigenze che è facile comprendere (anche se questa scelta andava molto di moda proprio in quegli anni) e il nostro pensiero va a tutti quegli stimati professionisti che con fatica e sudore sono riusciti, almeno in parte, a rendere credibili situazioni e dialoghi. Meritano davvero tutto il nostro rispetto perché, davvero, non avrebbero potuto fare di più. Concludendo, quindi, potremmo dire che Aquile ha rappresentato per l’aviazione italiana il contrario di quello che Top Gun ha rappresentato per quella americana: mentre nel 1986 l’aviazione USA, dopo l’uscita del film, ebbe un’impennata di richieste di volontari per iscriversi e diventare piloti d’azione, in Italia siamo sicuri che l’Aeronautica Militare, dopo Aquile, abbia avuto un crollo vertiginoso degli iscritti. Perché a tutto c’è rimedio, fuorché ai pinguini spennati, a O’surdato innamorato fuori contesto e ai flashback montati  e tagliati con l’accetta che nemmeno Jack Nicholson in Shining! Non ce ne vogliate, ma di Aquile potevamo benissimo farne a meno.
Giorgia Amantini

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...