Vedi Napoli e poi muori. Il Commissario Ricciardi.

Oggetto strano e per questo interessantissimo questo Il Commissario Ricciardi, serie in sei puntate da circa 100 minuti l’una, ispirata alle gesta dell’omonimo ispettore protagonista di una serie a fumetti e di alcuni romanzi dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni (qui collaboratore in fase di sceneggiatura al fianco di Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff). Il progetto conferma la felice tendenza RAI nell’aver intrapreso un percorso di rinnovo concettuale e produttivo del comparto Fiction. Il Commissario Ricciardi risulta innovativo sotto molti punti di vista. Riguardo l’impianto narrativo, elementare solo a un primo approccio, ci viene somministrata una miscela di ambienti cinematografici inusuale in quanto magma di contaminazione tra diversi generi.

Da parte sua Alessandro D’Alatri non smentisce la sua professionalità e, fregandosene del trend iper-cinetico contemporaneo, si riappropria dei cine-tempi, diluendoli in una cornice noir che si coniuga in modo eccellente con un’ambientazione tradizionalista, quella partenopea, immersa in uno dei periodi più bui della storia del ‘900 (il Regime Fascista). Ne nasce un ibrido in cui il genere d’indagine sposa i fantasmi di una messinscena che destabilizzano le certezze della vita reale e sanguigna della dimensione mediterranea. Al centro di questo caleidoscopio impazzito c’è lui, Luigi Alfredo Ricciardi, nobile che rinnega le proprie origini e sceglie di mettere la propria arguzia al servizio della legge, muovendosi come sagoma di carta attraverso spazi e tempi (la serie sembra consecutiva, ma il periodo narrativo abbraccia anni e si focalizza tra una provincia e l’altra) con inusuale freddezza.

L’impassibile e metodica postura dell’uomo viene affidata a Lino Guanciale che conferma, ancora una volta, di essere uno dei migliori esponenti dell’attuale panorama cinematografico italiano, in grado di fornire una performance azzeccata (come ribadito dallo stesso De Giovanni). Un ruolo estremamente difficile da interpretare che l’attore riesce a rendere suo nel modo più totale, restituendoci una figura che trasmette contemporaneamente sofferenza e tenerezza, le quali vengono freddamente celate nell’impenetrabilità del suo sguardo e nella legnosità del suo andamento (esemplari le mani sempre, rigorosamente in tasca a risvolto del soprabito che lungo si perde dietro la sua metodica camminata)

che mutano in corazza durissima verso chiunque cerchi di scendere a patti con i suoi sentimenti, ma che al contempo diventano per lui gabbia da cui è sempre più difficile uscire. Una gabbia che trova, però, la propria chiave in un atto di una semplicità annichilente, uno sguardo sito tra due finestre in grado di smuovere gli orizzonti del cuore del protagonista. Dall’altro estremo ritroviamo Enrica Colombo, ragazza dolce e di una timidezza talmente forte da farla sembrare un personaggio al limite del gelo sentimentale.

Quasi una nemesi della figura di Ricciardi che assiduo la guarda dalla finestra sognandone un saluto. La ragazza ha il volto e la postura della bravissima Maria Vera Ratti che riesce a tenere testa in modo impressionante alla potente performance di Guanciale. I due sono un concentrato di blocchi emotivi, ma anche di ingenue speranze (uno sguardo non può risolvere tutto, ma può comunque donare labili certezze).
Speranze che rischiano di rimanere tali per molti fattori che esulano dalla ostica coniugazione dei due animi. Uno di questi è l’inquietante “dono” che il Commissario Ricciardi eredita dalla madre, morta prematuramente lasciandolo alla custodia della perpetua Rosa Vaglio (un’ottima Nunzia Schiano). Una capacità medianica in grado di mettere in contatto il protagonista con le anime (o ciò che resta di loro) delle vittime dei delitti su cui è chiamato a indagare.

Ricciardi riesce a vedere oltre, lì dove l’ombra scende sulla razionalità rilevando piccole frasi da terrificanti visioni (ottimi gli effetti speciali realizzati per l’occasione dall’affermato Fabio Traversari) che lo portano al nucleo del problema da risolvere. Visioni che lo rendono sempre più afflitto da una paura di esternare il proprio io, le proprie debolezze per paura di far male a chi gli sta vicino come succede nella relazione con la potente signora Livia Lucani

interpretata da Serena Iansiti, vedova della vittima del primo episodio della serie, ma anche alta personalità nei ranghi di un Regime totalitario che stringe le vite dell’Italia. Una donna imprigionata dalla sua stessa levatura sociale, che tende a liberarsi dalle pesanti responsabilità che il Regime, nella figura del “sicario” burocratico Falco, interpretato dal bravo Marco Palvetti,
le impone e le plasma addosso (è stretta amica di Clara Petacci e di Benito Mussolini). La relazione con Ricciardi è ostica, burrascosa e continuamente minacciata dai dubbi che attanagliano l’amato commissario catturato dall’amore intimo e puro per Enrica, la quale, scoperta l’infatuazione dell’uomo per la potente signora, fugge in cerca di un nuovo amore.
Il nucleo sentimentale che miscela queste tre anime, è una sintesi di dolori, di calvari tutti terreni che stringono i protagonisti in una morsa la quale viene allentata in modo altalenante da una pletora di personaggi di gran rilievo. Tra tutti il vice di Ricciardi, il robusto Raffaele Maione (un eccellente Antonio Milo), uomo generoso e dall’animo nobile, ma anche integerrimo tutore dell’ordine il quale porta sulle spalle il fardello del dolore per la perdita di suo figlio, anche egli poliziotto, morto in circostanze misteriose (visione di Ricciardi in un flashback d’inizio serie).
L’uomo, inizialmente, deve fronteggiare questo trauma anche in famiglia dove si ritrova a dover scendere a patti con la moglie Lucia Caputo (una irriconoscibile Fabrizia Sacchi) anch’essa lacerata dal dolore della perdita. Ma l’istinto di preservazione famigliare prevale e il nucleo di sentimenti ha la meglio rafforzando sempre di più l’amore tra i due.
Vita privata, quella di Maione ma anche narrativa parallela nella struttura visiva con cui D’Alatri ci introduce i così detti nodi che prima o poi vengono al pettine, come quelli sciolti da una delle figure più interessanti della serie, quella del travestito Bambinella (un intenso Adriano Falivene), informatore di Maione e straordinaria miscela di spregiudicatezza e di bontà d’animo fuori dal comune.
E se la vita non riserva mai meritocrazia, una “puttana dal cuore d’oro” vale mille donne perbene, come succede talvolta guardando Napoli dai “bassi”. Bambiniella è una figura di tragica speranza, una luce nel buio e un calcio al pregiudizio. Un classico ateo che prega in Chiesa perché è l’unica dimensione che ne riconosce il valore. Valore rappresentato, in modo contenuto, da Padre Pierino Fava a cui dà anima e corpo un contenuto Giuseppe Servillo in grado di scavalcare la retorica della trattazione del dubbio religioso per guardare oltre lo specchio ecumenico.
Egli è il fedele custode di tutti i dubbi di Ricciardi e il fermo sostenitore della giustizia divina vera, quella che si coniuga più con la realtà dei fatti tralasciando l’ascesi dottrinale. Dall’altra parte della “barricata” narrativa c’è poi la dimensione famigliare di Enrica Colombo, ossessionata da una madre, Maria Tritone, metodica e tradizionalista (una bravissima Susy Del Giudice) che la vorrebbe maritare

per sopravenuta età “da zitella” a cui fa da contraltare la bontà e la comprensione del padre Giulio (un contenuto Massimo De Matteo). La famiglia Colombo è la fotografia perfetta di una Napoli che è uno stato nello Stato, un luogo sociale in cui prevalgono l’onore, il rispetto ma anche la capacità di preservare certe distanze che mai come nell’epoca in cui si svolge la narrazione risultano essenziali, necessarie.
Le indagini di Ricciardi, infatti, sgomitano tra diversi ostacoli imposti dalla pesante aria di oppressione politica che avvolge la visione e la incupisce. Una Napoli afflitta da scorribande di camicie nere, pronte a uccidere chiunque non la pensi alla stessa maniera, in grado di martellare la pubblica opinione, ma al contempo di erigere una scellerata facciata di falso machismo (“sapesse quanti di loro vengono da me di nascosto” confida Bambinella a Maione).

Ed è proprio questa falsità, questo gioco di specchi che rappresenta per Ricciardi terreno fertile per forzare la mano col Regime Fascista, per ottemperare al suo mandato ricattando i potenti con segreti nascosti o vicende scottanti, tanto che gerarchicamente parlando ha la meglio anche sul suo superiore, il viscido zerbino Angelo Garzo (un irritante Mario Pirrello) il quale viene sempre messo all’angolo dalla relazione del commissario con la potente signora Lucani.
Ma una mano lava l’altra e… così via come succede riguardo il salvataggio del grande amico del commissario, il Dottore Bruno Modo (Enrico Ianniello), aperto liberale in grado di farsi imprigionare per colpa delle sue irriverenti esternazioni pubbliche riguardo il potere fascista. Una miriade di volti e di personaggi in grado di destabilizzare la visione e lo spettatore stesso con continui cambi di registro stilistico.

Complice, come detto, un’ambientazione inusuale come la Napoli più tradizionalista che si possa immaginare, quella aggrappata alla fame e al riscatto di una libertà supplicata. Un arazzo cupo che sembra far cadere come pioggia le ombra sui passi di Ricciardi ogni qualvolta si appresta al cammino verso il luogo del delitto di turno. E mentre la pioggia torrenziale fa da sfondo alle giornate dell’uomo di legge (neanche la febbre alta lo trattiene tanto che sviene per la strada durante il suo lavoro),
tutt’intorno riecheggia la struggente Maggio se ne va di Pino Daniele, un brano che amplifica ancora di più (coadiuvato dallo score originale del maestro Pasquale Catalano) la tragica assenza dei sentimenti dispersi per le strade di un tempo che on li vuole o che magare vorrebbe sopprimerli. Già, perché il Commissario Ricciardi è la composizione visiva (magnifica la fotografia elaborata da Davide Sondelli che predilige uno spettro cromatico del blu miscelato col grigio)
del dramma di una nazione che attraversa uno dei momenti più drammatici della sua storia, uno sguardo al Novecento passato (eccezionale la ricostruzione storica che rivive nelle scenografie curate da Carlo De Marino e Antonio Di Pace e nei costumi realizzati da Alessandra Torella) e al dramma di Napoli. Un dramma nel dramma, con tutte le componenti che ne schiacciano la realtà passionale e veritiera.

La serie di D’Alatri si riappropria di quel sapore di realtà romanzata, di quei volti propri del tempo in cui vivono (una menzione speciale al trucco realizzato da Barbara Morosetti) rimettendo in gioco il Noir, decodificandone la parte più cupa con l’intuizione soprannaturale il ché ne fa un ibrido di levatura originalissima. Ricciardi è uno scontro tra l’impassibile sagoma di Dylan Dog e la legnosa mascolinità di Humphrey Bogart da cui esce vincitore un Lino Guanciale eccezionale.
Un progetto appassionato e sentito che non lascia spazio a inutili espedienti d’intrattenimento, trattenendo solo l’essenziale che, poi, è quello che serve per elevare la qualità di un prodotto. Da vedere assolutamente.
Alessandro Amantini

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