Sirene lontane – L’amore “altrove” di Cotroneo e Marengo

La RAI sembra proprio aver intrapreso la strada della riscoperta, quella della qualità intesa nel suo senso più compiuto e originale. La serie Sirene, infatti, risulta essere uno dei migliori “esperimenti televisivi” di questi ultimi anni (4.870.000 gli spettatori, il 20.6% di share nella prima serata di programmazione). Prodotto in 12 episodi ripartiti in 6 puntate della durata di ben 120 minuti l’una, il progetto di Rai Fiction (in collaborazione con Cross Production, Beta Film e 21 Srl) getta nuova luce sul reparto fantasy-com ben poco sfruttato sul piccolo schermo. Un azzardo del genere si era potuto ammirare solo con le precedenti due stagioni de Il XIII Apostolo (stiamo parlando di altro genere) prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi per Canale 5. Ma a differenza di quest’ultimo, Sirene risulta molto più curato e se gli effetti speciali sono in dosi meno massicce, la storia ne guadagna ampliando il proprio spessore grazie al solo apparente macchiettismo filmico di cui viene rivestita. Alla regia ritroviamo il talento di Davide Marengo (sua la regia della terza stagione del fenomeno Boris del 2010), mentre la sceneggiatura è affidata a Ivan Cotroneo (La kryptonite nella borsa, 2011). Insieme i due registi restituiscono al pubblico una stupenda fotografia di spensieratezza (complice la magica cornice partenopea) e al contempo una profonda analisi di quello che è l’ambito della diversità e della crisi sociale. La storia è quella di quattro sirene che cercano di recuperare il tritone Ares (Michele Morrone), fidanzato di una di loro, scappato sulla Terra (a Napoli) perché non soddisfatto del suo “status ittico” di organismo destinato alla mera riproduzione della specie. Oltre Maria Pia Calzone (inedita in veste comica, dopo la prova nella serie Gomorra) nei panni della leader, ritroviamo la primogenita Yara (Valentina Bellè), Irene (Denise Tantucci) e la piccola Daria (Rosy Franzese). Tutte loro stravolgono la vita dell’albergatore “improvvisato” Salvatore “Sasà” Gargiulo, un bravo Luca Argentero che dona un tocco di leggerezza al suo personaggio continuamente coadiuvato dalla sorniona performance di Massimiliano Gallo nei panni di suo fratello Carmine. L’intero progetto Sirene parla di problemi d’integrazione dove le pinne e le squame assumono metaforicamente il posto della pelle o della credenza religiosa. L’intera fiction lotta per delineare le incomprensioni tra specie e convi(e)nzioni riuscendo a carpire l’insensatezza della componente discriminatoria (forte è lo spessore dato alla figura femminile). Le sirene ammettono lo sbaglio di una loro visione distorta dei terrestri e questi ultimi, invece, vorrebbero fuggire dai loro problemi quotidiani, magari tuffandosi in mare e sparendo per sempre (essenziale il tragico personaggio del nerd Michele De Cicco interpretato da Vincenzo Crea). Il tutto si snoda in un continuo battibeccare o in forsennati faccia a faccia tra i protagonisti tutti presi a rubarsi la scena in gustosi siparietti. Ridicolmente accusato di omofobia da alcuni attacchi social da parte di gruppi gay, a causa del frainteso uso della parola “ricchione” pronunciata dalla sirena madre Marica nei confronti di un tassista omosessuale, Sirene è tutt’altro che discriminante. E giusto di fraintendimento si può parlare dal momento che la parola viene utilizzata al fine di dar colore a una comicità caricaturale. Se si fosse data più attenzione al contesto si sarebbe potuto rilevare un altro importante fattore. Il tassista additato col famigerato epiteto, pronuncia la frase “io sto facendo tardi signora, devo tornare a casa da mio marito!”. Basterebbe solo questa frase per far fare retromarcia a tali sterili critiche e assolvere Cotroneo e Marengo dalle accuse rivolte, dal momento che lo sceneggiatore e il regista sanciscono la difesa della diversità inserendo nella storia il matrimonio tra due omosessuali con una naturalezza e una delicatezza uniche e disarmanti. Ma questo non è l’unico pregio della serie. Essa riesce ad affrontare temi pesanti quali l’incomprensione familiare, la disoccupazione, lo status della donna nella famiglia e nella società e, come già detto, la diversità con un piglio volutamente fresco e sincero. Asciutto quanto basta per fingere di essere in un universo di cartapesta, dove sul palco passano gli stessi spettatori chiamati a essere complici della semplicità della rappresentazione. Emblematica è la ricostruzione in puro stile teatrale del Night Club dove i fratelli Gargiulo si esibiscono. La parentesi musicale, le canzoni tradizionali riadattate per l’occasione, il pubblico di ragazze in delirio per la bellezza del ragazzo suonatore, ricostruiscono un microcosmo da farsa che ci restituisce il piacere del palcoscenico (elogiato più volte anche nella Fake Soap Colpi di Cuore interpretata irresistibilmente da Elisabetta Pellini, Luciano Scarpa e Thomas Trabacchi). Ed è proprio con questo tocco di leggerezza che ci vengono restituiti altri piccoli mondi come quello delle Sirene dove ritroviamo l’ossessiva ultracentenaria Zia Ingrid (Ornella Muti), sirena iper-razzista (ma non fino in fondo) nei confronti degli uomini oppure quello dello stesso albergo di Sasà, dove quattro sconosciute “sbarcano” senza motivo e senza direzione essendo armate solo dei loro poteri. Sono mondi, questi, fantasy e come tali non hanno bisogno di una razionalità di rappresentazione. Ed è  proprio in questo irrazionale che Cotroneo e Marengo trovano il mezzo ideale per operare un’analisi sociale mai banale, riuscendo a farci riflettere senza appesantirci con elucubrazioni cervellotiche. Sembra che i due registi, come anche i Manetti Bros nel loro genere, abbiano trovato un nuova decodifica del messaggio, un nuovo modo di poter parlare alle generazioni 2.0. La serie si lascia vedere e questo risultato viene raggiunto anche grazie all’impegno corale di tutto il cast. Una menzione particolare va a Valentina Bellè che riesce nel difficilissimo compito di restituirci sullo schermo il carattere di Yara, una sirena dagli scatti improvvisi d’ira e dalle convinzioni maniacali e manichee che però sfociano nella continua presa di coscienza dei propri sbagli. La Bellè si era già distinta nell’eccellente interpretazione di Lucrezia Tornabuoni nella serie I Medici – Masters Of Florence (2016) e qui conferma la sua capacità professionale dal momento che il personaggio di Yara, non è di facile portata. Altro punto forza della serie è Denise Tantucci i cui tratti somatici e fisici ricalcano in modo impressionante e struggente l’effige mitologica della sirena. Analizzato dal punto di vista tecnico, il progetto Sirene si avvale dell’ottima fotografia realizzata da Michele D’Attanasio che restituisce ambienti marini e terreni in modo simbiotico, in grado di non distogliere mai l’attenzione dello spettatore dal filo conduttore della vicenda. Un sorta di omogeneità dell’immagine, galvanizzata dal montaggio di Giulio Tiberti (l’interessante La Santa, 2013 e lo splendido Spring, l’amore è un mostro 2014) e dagli effetti speciali realizzati con maestria dalla Visualogie. A far da ciliegina sulla torta l’efficace score realizzato da Massimo Nunzi con tanto di incursioni New Age con derive liriche (notevole la performance vocale del soprano Marianna Mennitti), che ben riflette la dimensione mistica dell’ambito sentimentale che ammanta l’intera serie. Noi di Arcadicultura, speriamo che Sirene rimanga un prodotto di qualità e che questa prima stagione sia da monito per future sperimentazioni, ma speriamo anche che il “progetto con le pinne” non venga sfruttato oltremodo ostentando la così detta cine-scatologia che ne sancirebbe lo svilimento. Se vi sono buone idee si continui, altrimenti, come diceva il grande Pasquale amico di Felice Sciosciammocca in Miseria e Nobiltà (1954) “Desisti!”.
Alessandro Amantini

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