Cattivo quanto serve, buono quanto basta. Il cinema di Alemà

Uno dei film più interessanti del panorama di cinema indipendente italiano. Nel 2013 Cosimo Alemà, al momento uno dei massimi esponenti nella realizzazione di videoclip musicali (suoi i video per Zero Assoluto, Tiromancino, Afterhours, Club Dogo e Mina), realizza un’opera che fa scalpore e che viene selezionata in Premiere fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma dello stesso anno. La storia è elementare. Quattro balordi, Agostino (Massimiliano Gallo), Gianni (Gianluca Di Gennaro), Diego (Michele Schermi) e Dante (Francesco Siciliano) riescono a rubare la statua della Santa Patrona di uno sperduto paesino sulle montagne dell’entroterra meridionale. A questo punto l’anomalia prende forma nella violentissima reazione della popolazione locale. Alemà dimostra di aver assimilato la lezione dei grandi cineasti horror, tra tutti Tobe Hooper dal quale riprende gli stereotipi e le atmosfere di Non aprite quella porta (1974), spogliandoli però, della carica gore e degli anfratti bui, per prediligere le atmosfere malate di cui alza la potenza alla piena luce del sole. La componente disturbante della pellicola, infatti, è riconducibile alla sola apparente non motivazione della violenza che scaturisce dalle gesta della popolazione che ha subito il torto. I quattro protagonisti cominciano a fuggire per le strade del paese che d’improvviso nasconde situazioni borderline (scene di sesso malato che esplodono tra le mura casalinghe) dietro la propria estetica rurale, mentre la viabilità trasfigura in vero e proprio delirio. I vicoli del paese diventano antri vuoti e senza vita dove i quattro balordi vengono a trovarsi da soli, inseguiti da cittadini inferociti come belve sanguinarie. Non vi è legge se non quella della giustizia sommaria che risponde al maltolto con il sacrificio della vita dei colpevoli, quasi come se fossimo di fronte ai sacrifici umani a cui, in tempi remoti, venivano immolate le vittime prescelte. Metaforicamente La Santa identifica la pericolosa linea di demarcazione tra credenze, fanatismo e delirio patologico che entrano in pericolosa convivenza nella componente dell’ignoranza tipica delle popolazioni non imborghesite. Alemà riveste l’ambiente paesano di un alone quasi mistico attingendo a piene mani dalle trattazioni tipiche della produzione carpenteriana (forte è il rimando a The Fog [1980] e Il Villaggio dei Dannati [1995]) che vede le popolazioni muovere le proprie gesta in una sorta di trance incontrollabile, quasi dettata da un’entità superiore (in questo caso la Santa rubata nella chiesa) a cui neanche i sacri luoghi di culto riescono a tenere testa (splendida la scena del  monologo di Agostino/Gallo rivolto alle educande nella chiesa e il tragico epilogo insieme al prete sul tetto dell’edificio). Film di cause e conseguenze, figlie di uno stesso modo di vivere e del tempo che non sembra trafiggerlo, lasciando l’essere al suo stato primordiale, fonte di credenze e violenza. Anomalia nel panorama cinematografico italiano, La Santa si serve di un cast di giovani attori davvero bravi tra cui ritroviamo anche una straordinaria Lidia Vitale nel ruolo di Silvia, vittima d’amore trasformata in amante dal riscatto di una vita ormai perduta. È lei che, insieme all’amica Bianca (Marianna De Martino), rappresenterà la ribellione al bavaglio culturale imposto dalla cittadina. Tutti i protagonisti si ritrovano a condividere un ambiente restituito in modo potente dalla magnifica fotografia di Edoardo Carlo Bolli e dal montaggio di Giulio Tiberti. Fondamentale e aderentissima alla trattazione visiva la colonna sonora eseguita da Andrea Farri, in grado di entrare tra i nervi dello spettatore amplificandone così lo stato d’ansia. La pellicola è l’ennesima prova dell’esistenza di un cinema italiano background, ancora tutto da scoprire e assimilare, lontano anni luce dalle false e ridicole  incursioni pulp operate da registi come, per esempio,  Fabio Segatori (l’inguardabile Terra Bruciata del 1999). Un modo di fare cinema dedito a sottolineare, tramite l’uso di mezzi modesti, l’importanza delle componenti visive in barba all’effetto gratuito, restituendo così l’essenzialità ai particolari  e alla descrizione del momento mediante un perfetto connubio di tutti i settori cinematografici. Cinema anti-commerciale, ma straordinariamente genuino e asciutto. Cattivo quanto serve, buono quanto basta.
Alessandro Amantini

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