O si fa l’Italia o si muore – L’Indie Horror italiano

Quest’ultimo decennio Thriller/Horror italiano verrà ricordato soprattutto per una sua dimensione, quella per noi molto interessante, quella puramente indie ravvisabile felicemente in alcune opere realizzate da autori italiani (o da produzioni in collaborazione col nostro paese) di talento con una perfetta visione dell’insieme e una cura per il dettaglio. Stiamo parlando di un cine-universo che il più delle volte sfugge al circuito “sale” per essere dirottato sul versante Straight To Video. Nasce così una piccola e nutrita schiera di fan di queste opere minori (e tra loro ci siamo anche noi di Arcadicultura), grazie alla cui stima tali progetti assumono una veste cult che ne comporta il beneficio della rivalutazione. Ci sentiamo di esaminare insieme tre opere che riteniamo vengano accomunate dalla stessa genuinità, dalla stessa visione completa e asciutta che il più delle volte non viene premiata dalla critica svilendone così lo spessore artistico. Tre progetti che a loro modo valorizzano anche il nostro patrimonio culturale e ambientale. Partendo in sordina (la genesi comincia dal web) Riccardo Paoletti scaraventa il suo cinema nel poco frequentato mondo delle Dark fable e lo fa con una dedizione unica e una devozione profonda per il genere. Stiamo parlando di Neverlake realizzato nel 2013 e passato a tarda serata sul palinsesto di RAI 4. Partendo da una sceneggiatura di Carlo Longo, il regista prende di petto il genere e lo fa suo con una storia che brilla parzialmente di originalità, ma che compensa subito il maltolto con guizzi visivi e colpi di scena elaboratissimi. La storia vede un folle esperimento metafisico portato avanti dal delirio del Dottor Brook, interpretato dal luciferino David Brandon, il quale in collaborazione con l’infermiera Olga (Joy Tanner) tenta di riportare in vita sua figlia Maya affetta da un male progressivo e devastante. Il malsano operato sarà sventato nella sua riuscita dalla secondogenita del dottore Jenny (Daisy Keeping) che l’avrà vinta anche grazie all’aiuto delle anime inquiete che popolano il lago vicino la casa del padre. Il personaggio di Maya è tragico e commovente e viene interpretato in modo contenuto da una bravissima Anna Dalton, attrice cine-televisiva (Un passo dal cielo 3, 2015 e L’allieva, 2016) nota anche per essere l’ossessiva dirimpettaia con calcare nella doccia in un noto spot televisivo. Irriconoscibile nel ruolo funereo attribuitole da Paoletti, la Dalton interpreta il ruolo di “vittima feroce” di un futuro terribile riservatole dal delirio paterno. Neverlake è una buona scoperta. Si respira aria sana e fresca con una dedizione al fantastico restituitoci con buoni effetti speciali, soprattutto riservati alla magica storia del Lago degli Idoli. E proprio quest’ultimo gioca un ruolo “di favore” nei confronti della pellicola. Il lago, infatti, esiste davvero e si trova nei pressi del Monte Falterona nell’Appenino Tosco-Romagnolo come vera è la leggenda etrusca che lo avvolge. Paoletti utilizza l’horror come “cartolina” turistica valorizzando il patrimonio culturale e ambientale nostrano. I boschi e l’immensità dei paesaggi chiudono i protagonisti in una forma visiva inesorabile dove una famiglia diventa un microcosmo ai confini del mondo. Le anime dei ragazzi che governano il lago vengono imprigionate in una sorta di limbo dove la verità alberga profonda senza lasciare tracce visibili a occhio umano. E se l’Appennino Tosco-Emiliano riserva tutto il suo aspro fascino notturno, non è da meno la “cultura rocciosa” dell’amata Sardegna, quella che si perde nella notte dei tempi (l’Età del Bronzo) inondata, però, da un sole fortissimo e lucente pronto costantemente a scaldare il sangue versato da lotte fratricide. Stiamo parlando della notevole operazione culturale Nuraghes S’Arena, cortometraggio diretto nel 2017 da Mauro Aragoni, con protagonista il rapper Salmo, con cui ci viene riproposta in due distinti atti (Nuraghes e S’Arena appunto) l’Etno-Fable che ripercorre in modo dettagliato gli scontri d’onore dei guerrieri della Civiltà Nuragica (civiltà radice della Sardegna). Il cortometraggio si inserisce in corsa per il David di Donatello e viene realizzato con soli 7000,00 euro grazie al fatto che molti dei suoi attori partecipano a titolo gratuito. Viene girato nei pressi dell’Ogliastra e della Barbagia (territori Seui) e anche in tale ambito possiamo sicuramente parlare di un nuovo modo di decodificare la valorizzazione delle nostre usanze e delle nostre culture. La dimensione fantasy (con picchi notevoli di violenza) restituisce tutta la ferocia degli scontri tra guerrieri, ma al contempo cede il passo alla cultura riuscendo a esporla alle nuove masse 2.0. Se con Neverlake assistiamo alla valorizzazione ambientale che viene a coincidere con una cornice della cine-storia, nel caso di Nuraghes S’Arena si assiste a un’inversione di marcia. É l’ambiente, infatti, a plasmare l’insieme divenendo traccia indelebile di ere passate e lontane. Ma cinematograficamente “altrove” il contesto territoriale riesce anche ad assurgere a dicotomia contestuale ovvero a panorama capace di entrare in conflitto con la matrice filmica. Stiamo parlando di Spring, l’amore è un mostro diretto nel 2014 dai registi Justin BensonAaron Moorhead, dove un’assolta località pugliese, Polignano a Mare, diventa, infatti, incubazione di materializzazioni mitologiche e inquietudini orrorifiche che trovano galvanizzazione nella storia d’amore tra l’inglese emigrante Evan (Lou Taylor Pucci) e Luise (Nadia Hilker), creatura millenaria appartenente a una razza di gorgone primordiale. La storia d’amore ha come fulcro la sua stessa impossibilità di essere (la mostruosità appunto) che però viene sfidata fino alle estreme conseguenze. Forte di un impianto visivo splendido grazie agli elaborati effetti speciali incastonati nell’ottimo montaggio realizzato da Giulio Tiberti, la pellicola ripercorre in modo capillare, quasi chirurgico, l’evoluzione biologica del sentimento di Luise, ricalcandone la tragica figura incapace di provare sentimenti se non per induzione. L’accettare questo “dogma esistenziale” di coppia per Evan significa esporsi continuamente alla morte a causa dell’incontrollabilità dell’istinto primordiale del mostro presente in Luise (emblematica la scena in chiesa con il tentacolo con aculeo pronto a colpire alla schiena il protagonista) e la futura possibilità che la ragazza potrebbe non riconoscerlo più a causa della  metamorfosi a cui la sua natura biologica la sottopone progressivamente. Spring dà voce al sentimento asciutto, diretto e oltre ogni limite, con un alta definizione delle immagini atte a ritrarlo. Una buona cartolina per l’amena città del Sud anche se a volte si scade nella parodia involontaria riguardo la descrizione della campagna italiana (un po’ troppo sopra le righe la cura dedicata al personaggio del contadino/saggio Angelo interpretato dal sempre bravo Francesco Carnelutti) oppure nella superficialità di alcuni personaggi secondari (la vicina di casa di Luise interpretata da Grazia Daddario). Ma il tutto viene riscattato dalla meravigliosa scena finale dell’amore tra i due che diviene anticamera dell’eruzione vulcanica, quasi a identificare l’impossibilità dell’amore con la fine di ogni speranza terrena. Esaminate nell’insieme le tre opere rappresentano i vagiti di un cinema indipendente che sgomita per imporsi, per far riscoprire il valore del recupero dei beni nostrani. L’Italia ha il suo peso nella messinscena ma anche nella valorizzazione della storia stessa (non tralasciando la collaborazione produttiva). Ci vorrebbero più operazioni di questo tipo, ma anche una maggiore importanza riconosciuta loro (magari più pubblicità) al fine di rivendicare un’identità troppe volte celata e sminuita di fronte alla possanza del blockbuster americano o internazionale di turno. Una sorta di valorizzazione inedita e originale senza risultare cavillosi e lasciando a sterili critiche il giusto tempo che esse possono o meritano di trovare.
Alessandro Amantini

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