La notte porta consiglio. I passeggeri di Riccardo Grandi.

Diciamolo chiaramente. Ci sono operazioni che dovrebbero avere più risonanza mediatica, maggiore visibilità. Passato in sordina sulla piattaforma digitale RayPlay, Passeggeri Notturni si è dimostrato un progetto degno di nota e culturalmente di livello. Tratta dal romanzo Non Esiste Saggezza scritto nel 2010 dall’ex magistrato Gianrico Carofiglio, la serie si snoda per 10 piccoli episodi (la durata oscilla tra i dieci e i tredici minuti) i quali hanno come unico filo conduttore la conduzione radiofonica della trasmissione “Passeggeri Notturni” condotta dallo speaker Enrico (un bravissimo Claudio Gioè) che continuamente riceve telefonate di ascoltatori che, nella notte, confidano i propri problemi o i propri dubbi etici e morali. Ma ci sono anche persone come Sabrina (l’algida Marta Gastini) che, avendo patologie gravissime, prende alla lettera i consigli del mentore radiofonico, arrivando a varcare soglie drammatiche e tragiche. Tutto parte da questo episodio, il primo, che s’intitola Tranelli, in cui assistiamo al detonatore di un discorso che procede tramite una narrazione per livelli paralleli in cui al filo conduttore degli episodi si affiancano stratificazioni di lettura tutte convergenti verso un unico e drammatico atto di presa di coscienza che esplode nell’episodio finale Non Esiste Saggezza. Nel mezzo del magma dal nucleo solo apparentemente inconciliabile, il regista Riccardo Grandi traccia la linea di demarcazione tra due mondi: quello delle parole e quello dei fatti. Due dimensioni tanto lontane quanto pericolose se poste in condizione di entrare improvvisamente in contatto tra loro. Il parlare incessante di Enrico al microfono diviene una visione della realtà parzialmente distorta, in cui tutto sembra potersi aggiustare con il solo dialogo, ma non è così. E questo concetto gli viene sbattuto in faccia da Valeria, sorella di Sabrina, che si fa ambasciatrice dell’altra metà del mondo, quella dei fatti. A interpretarla una contenuta ed eccellente Nicole Grimaudo, distrutta dal dramma familiare e sconnessa dalla realtà proprio a causa della sua radicale preservazione del fare più che del dire. Enrico e Valeria si amano e si respingono in quanto poli opposti di un mondo che non appartiene a nessuno dei due, troppo distanti, persi il primo nel primordiale ricordo della campagna da cui proviene (l’episodio Il Maestro Di Bastone) e la seconda in un travaglio buio in cui solo l’olfatto è il senso a cui dare il giusto valore, in quanto impalpabile e riconducibile solo al nome da dare alle cose (concetto “cerniera” tra l’episodio Città e quello finale Non Esiste Saggezza). Grandi affronta una materia visivamente ostica, difficile da decifrare secondo il codice cinematografico, letteralmente spiazzante e piena di riferimenti culturali alti (molti sono i brani tratti da grandi scrittori contemporanei e non). Sembra quasi che la visione straniante del Cinema contemporaneo collida con la filosofia visiva pasoliniana, operando un aggiornamento della realtà forte come la verità. E mentre il magnifico montaggio di Marco Rizzo muove attori e luoghi (splendido l’episodio Doppio Senso con Alessandro Tiberi e Paolo Sassanelli impegnati a rubarsi la scena), prediligendo il ritmo sincopato, lo score elaborato da Pasquale Catalano fa il resto riuscendo a scaraventare lo spettatore in un corto circuito narrazione/rappresentazione spiazzante e indeterminato. Passeggeri Notturni dà voce alla dicotomia logica insita tra il concetto di parola e quello di fatto, la cui simbiosi diviene spina dorsale del paradosso, dell’imprevisto, ma anche dell’ostentazione umana di farli prevalere l’uno sull’altro in modo reciproco e disarmante. La certezza delle proprie convinzioni porta a concepire la realtà solo come appare ai nostri occhi, talvolta macchiati di pregiudizio (significativa l’interpretazione di Gianmarco Tognazzi nei panni dell’ispettore Nicola nell’episodio Il Paradosso Del Poliziotto) con cui si commettono errori più o meno gravi in nome di un qualcosa che appartiene solo a noi. In questo caso gli altri ne fanno le spese, non importa se colpevoli o innocenti. A Carofiglio, come anche a Grandi, non interessa il dare risposte, ma semplicemente lasciare al lettore/spettatore il tirare le somme su di una rappresentazione che scavalca la retorica della trattazione per arrivare a mettere in luce l’essenzialità del concetto. Non ci sono prigionieri come non vi sono vinti e vincitori. Tutti i protagonisti partecipano alla stessa guerra quotidiana e ne vengono risucchiati all’interno facendo perdere per sempre le proprie tracce, quelle di una moralità solo paventata, ma mai espressa in modo chiaro e definitivo. Una serie cerebrale e profonda. Un robusto prodotto al di sopra dello standard televisivo, coraggiosamente anti-commerciale. Quando la necessità artistica non sposa le leggi dei grandi numeri dello share. Rimane solo la pura visone del concetto e non è un’intuizione da poco.
Alessandro Amantini

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