Nemesi collettiva. Il Joker di Phillips

Un capolavoro, pericoloso, propagandistico, socialmente profondo, violento, di pura riflessione. Tutto questo è ciò che è stato detto da decine di critici riguardo Joker. Cosa pensare di questo diluvio di considerazioni? Nulla, semplicemente perché Joker è un capolavoro e lo si può definire tale tramite qualsiasi prospettiva di sopra elencata. Todd Phillips tira fuori dal cilindro (grazie al magnifico script elaborato a quattro mani con Scott Silver) un film che non ci si aspetta, soprattutto se si pensa alla sua cine-escalation con la trilogia de Una Notte Da Leoni (2009 – 2013). Il regista riprende uno dei personaggi DC più cupi e complessi, ma non si limita, come da tradizione, a narrarne le gesta successive all’approdo criminale, ma ne seziona chirurgicamente l’evoluzione psicologica che come una sorta di psico-beginning ci porta a conoscere le sconcertanti radici della follia. Ma attenzione, la follia di Arthur Fleck non è un’esplosione di intenti violenti bensì una detonazione che avviene dopo una lunga gestazione in cui si ravvisa una confusione personale che mal si presta, e si coniuga, con quella collettiva imperante e contemporanea. La progressiva alterazione percettiva del protagonista avviene tramite una narrazione che fa l’altalena tra sottrazione e addizione in una serie di spiazzanti colpi e contraccolpi di vedute (i desideri di affetto come genesi di allucinazioni). Quello che a inizio pellicola sembra un quadro drastico, conseguenza di ingiustizie che si perdono nella notte dei tempi (il rapporto tra una madre malata e un leader politico e benestante), diviene invece affresco consapevole e spiazzante di un male che si radica negli affetti più cari, quando i lupi si travestono da nonna come nelle migliori tradizioni favolistiche. Di lì in poi l’ascesa agli inferi è immediata e violenta fino a portare lo stesso spettatore sul baratro morale del dubbio più pericoloso. Arthur è una vittima o un carnefice? Nessuno dei due. Arthur è solo Arthur. Arthur siamo solo noi. La mostruosa performance di Joaquin Phoenix, meritatamente premiata con l’Oscar, ci restituisce una dicotomia emotiva di impatto terrificante insita nel ridere di dolore. La risata isterica del Joker diventa allegoria di una catastrofe interiore che si snoda tra rivoli di saliva e collassi polmonari, che fungono da cornice a un quadro esistenziale nerissimo. Il sorriso che, come afferma lo stesso protagonista, è la cura per la vita non è la posologia da somministrare a se stessi. La cura è solo per gli altri mentre l’io viene polverizzato dall’indifferenza proprio dei destinatari di questo sforzo eticamente solidale. Questo concetto si forgia sulla nemesi di un personaggio che non è solo quella di Batman, ma è quella di un’intera nazione, della collettività stessa pronta a schiacciarti quando non sei nessuno e ad esaltare i tuoi difetti per il semplice intrattenimento altrui (formidabile il personaggio del cinico presentatore TV Murray Franklin a cui dà volto e anima un bravissimo Robert De Niro). Joker è la parabola di una società votata al disfacimento morale, all’apparire per non scomparire. A una forma di Capitalismo, insomma, in cui regna la forzata emarginazione del male interiore, ritenuto lesivo per la falsità siliconata ed estetizzante che si riversa al di fuori del corpo (egregio il discorso del taglio dei fondi alla struttura di accoglienza psichiatrica). Il film di Phillips centra numerosi obiettivi. Il primo, quello più importante, è il trasporre in visione il male di cui una persona è affetta e tutto il possibile che ella tenta di fare per eliminarlo o almeno attenuarlo. Un male che però viene accentuato da una società che di esso ha fatto il proprio companatico (il pestaggio per strada ad opera di una gang) ma anche il proprio alibi (i delinquenti in doppiopetto freddati in metro dal Joker sono santi o diavoli?). Il nucleo narrativo si pone al collo dello spettatore come un cappio che più si stringe quanto più il dubbio morale avanza in quest’ultimo. Joker ci pone di fronte a cosa siamo diventati e ci chiede semplicemente di guardarci dentro per poter comprendere se siamo veramente nella posizione di poter giudicare e se ne vale poi la pena di farlo. A questo punto il film potrebbe essere erroneamente additato come “sovversivo” o “eticamente ambiguo”, ma anche la società contemporanea, quella dei mass-media, dei colletti bianchi e delle borse, non è da meno e la pellicola lo dimostra a più riprese. Non a caso la faccia dipinta diventa la bandiera di coloro che vedono nell’icona clownesca il riversamento della propria rabbia. Di tutti coloro che vedono nelle istituzioni solo una macchina che avanza col pilota automatico non interessandosi minimamente di chi viene investito durante il suo cammino. Joker è la scheggia impazzita di una frustrazione collettiva, troppe volte sopita, pressata e non disposta più a tacere (eccezionale la danza nei bagni della stazione dopo l’omicidio dei tre giovani yuppies quasi a identificare l’estasi di una liberazione da un peso). Una riflessione lunga 121 minuti in cui si distilla un furore sentimentale ed etico di spessore elevatissimo amplificato dal magnifico score elaborato dalla bravissima Hildur Guðnadóttir a cui si alternano hit in puro stile ’70. Ciliegina sulla torta la fotografia realizzata per l’occasione dal veterano Lawrence Sher che mantiene un tono quasi gotico in giusta contrapposizione con lo sgargiante porpora del Joker che si muove all’interno di una dimensione cromatica che continuamente si scontra con le sue movenze, quasi a identificare una voce fuori dal coro, un dilemma esistenziale e inarrestabile. Un delirio che trova galvanizzazione nel fantastico e spiazzante montaggio di Jeff Gorth che alterna lunghi squarci di sofferenza (da groppo in gola la scena della terapia con inusuale utilizzo del frigorifero di casa) a improvvise impennate di delirio (dall’esibizione di Arthur all’interno del Night Club fino all’omicidio in diretta nella parte finale del film). Un progetto sentito e dovuto quello di Phillips, in grado di far veicolare dentro la dimensione fumettistica, una riflessione sullo stato comatoso sociale contemporaneo. Quasi un parallelo tra il significato teologico della saga Star Wars e quello psicologicamente cupo del mondo DC Comics, che, però, trova in questo cine-ibrido il canto funereo e non consolatorio di un mondo alla deriva morale e materiale. Non siamo vicini al capolavoro, ma lo abbiamo raggiunto. Un dei massimi prodotti cinematografici degli ultimi venti anni. Una pellicola che bussa fastidiosamente alla coscienza di ognuno di noi costringendoci a farci domande e disfarci di quel mantello di indifferenza sotto il quale ci rifugiamo quando non abbiamo armi per affrontare la quotidiana mostruosità del vivere. D’altronde anche Eduardo De Filippo aveva avvertito questo disagio nel famoso monologo finale di Questi Fantasmi (1945) in cui menzionava il suo “peso dell’essere che l’opprimeva”. Joker come la filosofia eduardiana. Il Cinema è qui e non lascia spazio a dubbi o incertezze.
Alessandro Amantini

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