La politica del Male. Il Signor Diavolo.

In una recente intervista Pupi Avati ha affermato di voler iniziare una nuova trilogia sul Folk-Horror nostrano di cui lui è in assoluto pioniere per antonomasia. Con Il Signor Diavolo (2019), si apre quindi la stagione del ritorno per il cineasta bolognese alle sue cine-origini iniziate nel 1968 con Balsamus – L’uomo di Satana. Il progetto è la presa di coscienza da parte di Avati che la credenza popolare, il più delle volte da lui limitata alla rappresentazione campanilistica della consuetudine più becera e inquietante, si muove, invece, strisciante nella realtà nazionale e non rimane relegata solo a piccoli stralci demografici. L’ultima fatica del regista, infatti, sposta l’occhio della macchina da presa trasferendolo dalla tormentata provincia ferrarese de La casa Dalle Finestre Che Ridono (1976) alla grottesca freddezza popolana di una Venezia estremamente lontana dalle calli e dal romanticismo decadente. La storia è ambientata nel periodo della Prima Repubblica e più precisamente nel 1952, e narra delle indagini dello spaesato Furio Momenté, giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, chiamato dalla Democrazia Cristiana a indagare sull’omicidio di Emilio Vestri Musy, avvenuto per mano di un suo coetaneo Carlo Mongiorgi. L’omicidio ha forte rilevanza politica dal momento che il defunto è il figlio della ricca signora Clara Vestri Musy, la cui potenza può sovvertire l’esito elettorale locale delle forze politiche in essere. A questo punto la storia esplode e si polverizza in una serie di dimensioni narrative parallele che vanno a dipingere un affresco cinico e inquietante. Emilio, infatti, è stato ucciso da Carlo in quanto ritenuto da quest’ultimo un indemoniato, convinzione questa che trova radici nelle credenze popolari secondo cui la deformazione fisica, di cui è affetto Emilio, è sinonimo di possessione demoniaca. Ma Emilio è deforme a causa dei forti maltrattamenti clinici subiti in manicomio dal momento che egli stesso ha ucciso nella culla la sua sorellina di pochi mesi (incipit di pellicola furente e agghiacciante). Tali credenze Carlo le assimila dagli insegnamenti dell’ambiguo sagrestano Gino il quale reputa il Diavolo, o le persone ad esso vicine, degne di rispetto in quanto pericolose (da qui il rispettoso “signor” accostato alla figura di Satana). Nel corso delle indagini Furio Momenté arriva a scontrarsi con forze frutto di simbiosi tra potere politico e potere occulto fino ad un inaspettato epilogo. Come guardare a Il Signor Diavolo? Con fortissimo rispetto in quanto opera di un autore che, nonostante i numerosi anni di attività, non ha perso neanche un po’ del suo smalto, anzi lo ha rafforzato e amplificato. Se col gotico padano dei primi anni Avati scava nei meandri del folklore locale, qui non si ferma solo alla sua componente squisitamente popolare, ma scavalca l’ostacolo della retorica della trattazione e spinge la narrazione verso un discorso forse più scomodo di quanto si è disposti a pensare. Il potere politico e quello mistico, insito nella vicenda narrata, vanno di pari passo e sembrano quasi entrare in una spaventosa simbiosi. Il potere dirigenziale sembra quasi essere inebetito dal fatto che la sua struttura di accordi e intrallazzi venga destabilizzata da un corpo estraneo quale la credenza popolare. Ma fino a dove si può parlare di folklore e dove comincia veramente la notte? L’omicidio di Emilio rappresenta contemporaneamente l’eliminazione del Male e la destabilizzazione di disegni più alti e forse più pericolosi di quest’ultimo. Sacro e profano, reale e occulto, etica e amoralità si fondono in una comunione d’intenti che trova la sua spina dorsale nell’ipocrisia che ben si coniuga con l’ignoranza che muove le masse. Una comunione che sembra quasi sposare quella liturgica interrotta dal gesto sacrilego (l’ostia calpestata accidentalmente dal giovane Paolino) a cui prontamente il parroco Dario Zanini pone rimedio sigillandone il peccato dentro se stesso. La visione di Avati è progredita e con gli anni si fa più intimista, più provocatoria. Il Male siamo noi o quello che vogliamo vedere ogni giorno, voltando lo sguardo dall’altra parte, un po’ come quando si alza la voce di fronte alle notizie dei telegiornali senza, però, mai scendere in piazza a protestare. La metafora con il mondo politico è tanto evidente quanto ardita e il regista non esita, non teme a puntare il dito dove il Male giace. Il verro, il maiale con cui Emilio sarebbe stato concepito tramite la copula scellerata dell’animale con sua madre, è tema ricorrente nella pellicola quasi a identificare due mondi che collidono e che partoriscono mostri. Il Signor Diavolo è un progetto ambizioso ed estremamente complesso, pregno di simbolismi ma anche di letture stratificate che portano lo spettatore a misurarsi con il dubbio. Da parte sua, Avati lavora di fino e dedica cura maniacale alla caratterizzazione. Emilio ha gli inquietanti tratti somatici dell’attore Lorenzo Salvatori, in grado di elaborare una performance disturbante e profondissima. Di contro, il giovane Filippo Franchini ha il piglio giusto nel ruolo di Carlo Mongiorgi il quale, tutt’altro che candido, restituisce allo spettatore un’oscura linea interpretativa in grado di muoversi in un collettivo di sagome di carta quali i popolani della sua cittadina. Una sorta di presepe scellerato e violento in cui ogni elemento (individuo o cosa che esso sia) ha un suo peso. L’ostentazione di una religione solo professata ma mai vissuta nella giusta dimensione, viene forgiata sulla magistrale prova di un Lino Capolicchio in gran spolvero il quale da volto e anima (nera) al parroco Dario Zanini. Egli stesso rappresenta la metafora dell’omertà di chi, come l’uomo penitente di fronte a Dio, allo stesso modo si prostra dinanzi al Male celandone la genesi politica o mistica quale essa sia. Entra, quindi, a gamba tesa Gabriel Lo Giudice con il suo Furio Momenté, uomo qualunque di una mediocrità latente, che ci restituisce forse l’ultima anima candida di una storia scellerata. Un ragazzo in guerra con il lascito morale di un padre ricoverato in ospedale, pronto a intraprendere una missione di cui i suoi superiori gli forniscono a malapena i dettagli. Quasi un agnello sacrificale che percorre dritto come un treno il binario oscuro di un viaggio nella follia pura durante il quale si incontrano esorcisti dagli oscuri segreti (il Padre Amedeo di Alessandro Haber), giudici inetti (Massimo Bonetti), medici compiacenti (il dott. Rubei di Andrea Roncato) e individui ai limiti del malsano (la comunità della chiesa, l’attraente signora che si spoglia alla vista dei ragazzi in cambio di selvaggina). Il sagrestano Gino, poi, ha il volto vissuto e stanco del sempre bravo Gianni Cavina, il quale con la sua voce calda impartisce lezioni eticamente gelide ai convenuti ragazzi del catechismo. Un uomo dall’anima nera il quale rimane sempre sospeso in un funambolico equilibrio tra cielo e terra, tra Bene e Male. Ma Il Signor Diavolo non funziona solo grazie al nutrito cast di grandi interpreti. A rendere il senso compiuto dell’operazione contribuisce la cupissima fotografia elaborata dal sodale Cesare Bastelli che alterna momenti di luce (quelli dell’apparente stato di grazia della popolazione del paese) a cupissime voragini visuali che aderiscono perfettamente agli ambienti notturni, nascosti alla luce del sole, quasi a rendere possibile la visualizzazione del Male presente anche nelle cose più elementari. Ivan Zuccon lavora molto bene sul montaggio, tagliente e secco come nella migliore tradizione avatiana. Riguardo il sonoro, il regista lo relega a mero ausilio per l’ambient e non ne fa mai il protagonista. La vicenda, infatti, procede per silenzi alternati alla parola, povera e sussurrata, proprio come quella pronunciata da una irriconoscibile Chiara Caselli nella parte della signora Clara Vestri Musy. Infine, bisogna menzionare l’ottimo lavoro sugli effetti speciali che, per la prima volta in un film di Avati, vengono curati dall’altissima qualità professionale di Sergio Stivaletti. L’incipit a inizio pellicola e la scena dell’autopsia di Emilio sono terrificanti e ci restituiscono lo splendore del lattice e del realismo dell’effetto senza ricorso alla famigerata Computer Graphic. Con Il Signor Diavolo, Avati sembra quasi disfarsi del quadro rurale, rompendo gli indugi, uscendo di casa per gridare ancora più forte. Il Male non nasce solo dalle credenze popolari, ma dallo stato governativo, dalla struttura sociale in cui queste prendono forma. E’ come se il regista incolpasse qualcuno al di sopra della comunità. Il feudo è parte integrante di una realtà più alta e più cupa. Il suo Cinema si tinge di denuncia sociale ed è quasi una metafisica metafora del “malpotere”. Se questa è la direzione che il cineasta bolognese ha deciso d’intraprendere, ben venga. La direzione è quella giusta e finalmente possiamo parlare di estensione di vedute, ma anche di evoluzione filmica in piena regola. Un progetto da applausi senza alcun minimo dubbio.
Alessandro Amantini

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