Arrendiamoci: nessuno può mettere Dirty Dancing in un angolo!

Recensire Dirty Dancing (in italiano, col sottotitolo Balli proibiti) è come criticare la Gioconda: può piacere o non piacere, ma di fatto è intoccabile. Alzi la mano chi non ha mai visto questo film, chi non ne conosce le scene cult, chi ignori la colonna sonora altrettanto cult, chi faccia finta di darsi un tono intellettuale affermando che questo filmucolo da quattro soldi vale meno di zero. Io non alzo la mano, perché anche se Dirty Dancing non fosse entrato nella storia della cinematografia musicale dalla porta principale (con il suo sbancare al botteghino che lo mise in cima ai film più visti del 1987), anche se non avesse vinto il premio Oscar per la miglior canzone (I’ve Had) The Time of My Life cantata da Bill Medley e Jennifer Warnes, anche se non avesse avuto come protagonista un Patrick Swayze in stato di grazia e al massimo del suo splendore artistico (vogliamo soffermarci sulla sua bellezza e sul suo modo di ballare?) sarebbe stato comunque un buon film. Dirty Dancing nasconde sotto la sua patina romantica, il suo fascino accattivante, la sua ruffianeria astuta un discorso sociale non banale. Certo, del film ricordiamo soprattutto le spettacolari coreografie curate da Kenny Ortega fatte di mosse proibite, giochi di bacino e ancheggi da urlo che fanno sesso dalla prima all’ultima inquadratura e Jennifer Grey, piccola, minuta e per questo perfetta nel suo svolazzare nelle braccia del gigante Patrick Swayze con il quale aveva già collaborato nel durissimo Alba Rossa di John Milius nel 1984. Quello, magari, che ricordiamo un po’meno è l’ambientazione della pellicola, quel 1963 che grazie all’era Kennedy (che verrà ucciso, purtroppo, nel Novembre successivo) presagiva cambiamenti morali e sociali importanti. Le ragazze come Frances “Baby” Houseman (la Grey), in vacanza con la famiglia in un villaggio turistico di Catskill Mountains, hanno ormai voglia di essere donne, non solo mogli e madri, hanno voglia di ballare sensualmente un mambo, di emanciparsi e soprattutto di innamorarsi di un uomo non per dovere sociale, ma per sentimento. E l’incontro col maestro di ballo Johnny Castle (Swayze) sarà un modo per la donna di assaporare la propria voglia di ribellione e per l’uomo un modo per riscattare una vita insignificante, priva di aspettative fino ad allora. A prima vista, quindi, Dirty Dancing potrebbe sembrare soltanto l’ennesimo film di ballo dove la storiella fa da contorno, ma visto in maniera più approfondita è il ballo che fa da sfondo a un periodo storico importante sconvolgendolo, quel ballo sensuale e conturbante che fa paura, che spaventa l’idea di famigliola perfetta americana, che apre le porte alla libertà di pensiero e di espressione che non avveniva soltanto a parole, ma anche attraverso il corpo e alla capacità di decidere o meno del proprio destino, come succede alla sfortunata ballerina Penny (Cynthia Rhodes) costretta ad abortire dopo essersi innamorata del cameriere RobbieSorretta dalla regia del navigato Emile Ardolino (purtroppo morto di A.I.D.S. nel 1993 e seguito nel 2009 dal compianto Patrick Swayze, distrutto da un tumore incurabile che lo ha reso ancor più leggendario, casi che hanno alimentato la maledizione del film come già successo per altri film hollywoodiani), la pellicola non conosce punti di stanca grazie alla perfetta integrazione fra le storie personali dei protagonisti con la sceneggiatura. A questo va aggiunta anche una colonna sonora eccezionale che oltre al sopra citato pezzo (I’ve Had) The Time of My Life che accompagna lo spettatore nella scena finale del ballo tra Johnny e Baby con tanto di volo d’angelo a coronamento del loro amore, vanta una serie di successi d’epoca alternati a pezzi composti appositamente per il film. I titoli di testa, infatti, in un elegantissimo montaggio rallentato in bianco e nero scorrono sulla hit Be My Baby (The Ronettes), i momenti più drammatici del film sono scanditi dalla bellissima She’s Like The Wind cantata da Swayze stesso, l’iniziazione al ballo di Baby avviene sulle note di Do You Love Me (The Contours) e Love Man (Otis Redding), il suo imparare i passi per sostituire Penny nel ballo di sala in coppia con Johnny viene sottolineato dalla bellissima Hungry Eyes (Eric Carmen) e infine la scena d’amore più attesa e più sensuale del film, quella tra i due protagonisti, scivola sulla conturbante Cry To Me (Salomon Burke)Una colonna sonora da urlo, quindi, un cast di emergenti belli e sensuali che fanno sognare il pubblico e coreografie mozzafiato a trascinarci dentro la storia. Dirty Dancing ha tutto per essere considerato un film cult, anche se basato su una sceneggiatura e su un soggetto molto semplici. Del resto, anche Pretty Woman si basa sugli stessi ingredienti incorporando nel proprio leit motiv la favola (quale miliardario nella realtà sposerebbe mai una prostituta dal cuore tenero?), ma è proprio questa semplicità unita a una messa in scena ruffiana, elegante e patinata a risultare vincente. Ma un film, per essere cult, oltre a una scena cult (in questo caso quella del ballo finale entrata ormai nella memoria collettiva) deve avere anche una battuta cult. Che qui fa sorridere, come l’entrata da bello e impossibile di Johnny nel salone della festa di fine vacanze che si dirige al tavolo dove Baby è seduta insieme alla sorella e ai genitori, ma che tutti e dico proprio tutti conosciamo. Nessuno può mettere Baby in un angolo. E con questo si chiude il 1963 retrogrado e conservatore americano, si aprono le porte all’emancipazione e all’anticonformismo e noi donne ci facciamo tirare fuori dall’angolo ben volentieri se a farlo sono gli occhi malinconici, il sorriso assassino e la fisionomia romantica e sensuale di Patrick. Che ci ha lasciato davvero troppo presto.
Giorgia Amantini

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