Ricordi – Il romanticismo di classe

Siamo agli inizi degli anni novanta e come un fulmine a ciel sereno piomba nelle sale di tutto il mondo Pretty Woman. Il film del “comedy performer” Garry Marshall (suoi L’ospedale più pazzo del mondo del 1982, Una coppia alla deriva del 1987 e il bellissimo Spiagge del 1988) rappresenta la necessità di lasciarsi alle spalle tutto quello che di melenso e edonistico era stato propinato dagli anni Ottanta e al contempo un ridimensionamento della storia romantica tramite una cura maniacale per i dettagli della messa in scena. Il regista ha una visione perfetta dell’insieme che viene fatto ruotare a 360° intorno ai due protagonisti Richard Gere (in gran ripresa dopo grandi prove come American Gigolò e Power) e Julia Roberts (reduce da successi come Mistyc Pizza e Fiori d’acciaio), amplificandone così lo spessore tramite un approfondimento non banale delle rispettive personalità e affiancandoli a caratteristi di livello per rendere così ancor più saldo l’impianto narrativo. Marshall parte da un’idea non originale (si parlò anche di una storia ispirata ad un fatto realmente accaduto negli Stati Uniti) quale la favola di Cenerentola, ma ne mette alla berlina i buoni costumi e l’etica fiabesca per ancorarla ai bassifondi, alla strada, al “mestiere più vecchio del mondo”. Se una redenzione per la protagonista c’è può solo passare attraverso la strada, quella non percorsa ma battuta, restituita attraverso trovate filmiche che solo all’apparenza appaiono edulcorate. La storia scorre tra buoni sentimenti che sgomitando si fanno largo tra le lacrime e le delusioni di una vita passata in passaggi. A far da bilancia tra il mondo patinato e mondano del protagonista e quello grigio e disperato della protagonista troviamo un grande Hector Elizondo  che, sempre stato a proprio agio nella commedia, qui ci regala forse la sua migliore caratterizzazione. Il finale è scontato e buonista, ma al regista newyorkese non interessa il fine, ma solo i mezzi ovvero tutto quello che, in un modo o nell’altro, è l’insieme (si pensi alla cura e all’importanza data alla musica: intensa e aderente la main track “It Must Have Been Love” eseguita dai Roxette con la quale hanno consegnato alla storia del cinema e della musica  il proprio nome). Proprio quel totale dato dalla somma di addendi azzeccati. Gli stessi che hanno spinto in tutti questi anni milioni di spettatori a far assurgere a “cult movie” Pretty Woman, tanto che ancora oggi i suoi passaggi nei palinsesti televisivi fanno alzare vertiginosamente gli ascolti dell’emittente che lo pone in programmazione.
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Come giudicare, quindi, Pretty Woman? Non come “instant movie”, ma come uno spartiacque nel filone romantico. Un esempio di come poter fare un cinema senza scadere nel ridicolo affidandosi ad una buona dose di autoironia e puntando direttamente al sodo (in questo caso la materia che si vuol affrontare) senza fronzoli e sberleffi. Puro cinema di intrattenimento, ma di classe.

Alessandro Amantini

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