Lo Scarface de noantri. La Catturandi – Nel nome del padre

No, non ci siamo. La prima fiction proposta da Rai Uno in questo autunno televisivo lascia l’amaro in bocca per banalità di sceneggiatura e bassezza di qualità tecnica. Stiamo parlando de La Catturandi – Nel nome del padre che, andata in onda di recente per sei puntate in prima serata, non ha brillato per originalità e ritmo narrativo. Perché il limite di gran parte degli sceneggiatori e registi televisivi italiani sta proprio in questo: nel pensare un prodotto in stile americano e realizzarlo, purtroppo, all’italiana. Non bastano montaggi sincopati, scene d’azione all’acqua di rose o sigle oniriche e ambigue per attrarre l’attenzione dello spettatore e colpirlo nel vivo, ma serve ben altro. Serve una storia che non faccia da sfondo all’utilizzo delle nuove tecnologie di ripresa, ma che sia prepotentemente in grado di farsi strada e legare a sé lo spettatore per novanta minuti a serata non lasciandolo deluso. E invece la delusione arriva puntuale, perché La Catturandi, che include nel proprio sottotitolo l’unico spunto originale di tutta la messa in scena (Nel nome del padre, infatti, può essere riferito sia alla vicenda personale della protagonista Palma Toscano che a quella del suo nemico Michele Calà, entrambi legati da rapporti contrastanti con i rispettivi padri defunti), poggia su una sceneggiatura d’argilla e su una qualità tecnica discutibile. Partiamo dalla sceneggiatura, curata dall’esordiente Alessandro Fabbri che ci aveva rapito con la sua creatura 1992 prodotta e interpretata da Stefano Accorsi. Le vicende non sono male e gli ingredienti per l’ennesima fiction sul potere mafioso e sui giochi di potere messi in atto da essa ci sono tutti: i poliziotti corrotti (l’Ivan Leoni interpretato da Raniero Monaco di Lapio che vanta un curriculum di tutto rispetto vista la partecipazione alla settima edizione del Grande Fratello che lo elegge automaticamente ad attore di punta della nuova fiction italiana…), i giochi di potere di palazzo, i tutori dell’ordine belli e dannati (la Palma Toscano di Anita Caprioli e il capo della Catturandi  Valerio Vento di Massimo Ghini che ce la mettono tutta per alzare il livello di qualità con le loro interpretazioni senza però riuscirci) e il boss mafioso più cattivo della Terra (Michele Calà, figlio di cotanto padre, interpretato da un Alessio Boni sempre più shakespeariano e che in questo contesto non c’entra nulla, ma proprio nulla, vista la sua indiscussa capacità recitativa seppur sempre un po’troppo impostata). E allora cosa c’è che non va? La banalità della rappresentazione, la scontatezza di ciò che succederà, l’alone di mistero che viene scoperto già alla terza puntata, i colpi di scena che non arrivano e quando arrivano non sono tali, anzi. A volte sono anche ispirati. E il guaio è che vengono rappresentati come fossero originali. Un esempio? Sofia (la promettente Francesca Beggio) figlia del boss si innamora, ricambiata, dello scagnozzo di papà Giovanni Vitrano (l’ottimo Jacopo Cavallaro) anche se lui le confida di essere diventato un assassino per vendicare la morte dei genitori uccisi dal clan rivale quando era bambino (della serie, avevo una ragione per ammazzare qualcuno e da lì in poi sono diventato mafioso, quindi se vuoi puoi pure non amarmi, ma vedo che ti piaccio quindi è tutto ok…). Papà boss cattivo intuisce la verità e per puro caso li scopre a letto insieme spalancando la porta della camera e uccidendo il ragazzo sul colpo tra le grida disperate della figlia. Cosa vi ricorda tutto questo? Cultori di cinema (come la sottoscritta)! Lontanamente, lontanissimamente anni luce non vi ricorda il rapporto morboso che legava la giovanissima Mary Elisabeth Mastrantonio nei panni di Elvira al fratello boss mafioso Al Pacino/Tony Montana che non esita a uccidere il suo migliore amico Manny quando scopre che i due si erano innamorati a sua insaputa nel capolavoro di Brian De Palma Scarface del 1983? Sì, decisamente. E allora cosa fa Alessandro Fabbri? Ci romanza su, così fratello e sorella diventano padre e figlia, il miglior amico diventa lo scagnozzo e il rapporto morboso tra i due ce lo mette dentro e lo enfatizza a tal punto da sembrare vero. Solo che la Beggia non è la Mastrantonio, Cavallaro non è Steven Bauer e Alessio Boni non è Al Pacino. E il regista? È Fabrizio Costa che, garantiamo, non è Brian de Palma. Sulla parte tecnica, invece, c’è da dire che la qualità è media, alcune scene d’azione sono ben realizzate, ma quello che non va è il montaggio sincopato. Basta, basta, basta con le immagini che si sovrappongono con ritmi asfissianti, tanto servono solo a spezzare la storia e ad accorciare il minutaggio che una transazione semplice allungherebbe non aggiungendo nulla a quanto proposto. E basta, basta, basta con le musiche di sottofondo (che poi non sono più di sottofondo perché vengono sparate a mille in momenti in cui non servono per sottolineare l’evidenza dei sentimenti che turbano i protagonisti come se noi non li capissimo da soli senza l’aiutino musicale!) che sono invadenti e orticanti. Pensiamo, piuttosto, a curare il prodotto finito perché tutti, ma proprio tutti, stavolta hanno toppato (dal regista al montatore, dal produttore allo staff Rai) nel costruire e mandare in onda una prima puntata che in alto a sinistra della visuale ha presentato per circa cinquanta minuti una macchiolina impercettibile che non era dovuta allo schermo poco nitido del nostro televisore, ma alla telecamera di scena non adeguatamente pulita prima di girare! Una mancanza enorme che non può sfuggire a un occhio professionale come quello dei tecnici di produzione e alla quale la Rai ha cercato di porre rimedio, invano, inserendo una minuscola didascalia pubblicitaria del programma in onda in quel momento. Ma ce ne siamo accorti tutti presagendo il disastro che di lì a breve avrebbe avuto inizio. E anche stavolta, purtroppo, non ci siamo sbagliati. Alla prossima!
Giorgia Amantini

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