Oltre la sopravvivenza. L’Olocausto di Schrader

Paul SchraderLOCANDINA è uno dei talenti cinematografici più importanti di questi ultimi quarant’anni. Talento estremo quanto inventivo, esordisce con film come Tuta Blu (1978) e Hardcore (1979) per poi divenire aiuto regista e sceneggiatore per Martin Scorsese (sue le sceneggiature di Taxi Driver del 1976, Toro Scatenato del 1980 e L’Ultima Tentazione di Cristo del 1987). Nel 2008 realizza, lavorando su una sceneggiatura di Noah Stollman, Adam Resurrected che ne conferma il talento visionario nell’affrontare temi delicati se non ostici. Non ci sentiamo di dare una catalogazione precisa a questa pellicola in quanto la sua struttura narrativa e lo snodo concettuale non ne permettono una identificazione filmica. Protagonista del film è Adam Stein, ebreo e artista circense di avanspettacolo nei primi anni dell’invasione Nazista, deportato in campi di sterminio e poi sopravvissuto. Schrader punta lo sguardo clinico su Adam, sulla sua lunga degenza nella clinica psichiatrica di Seizling adibita al recupero mentale per i sopravvissuti all’Olocausto e ne scardina le porte anaffettive della sua personalità disturbata. Come un coroner, il regista esegue l’autopsia dell’anima e ne scandisce le fasi deterioranti a colpi di flashback con cui ci viene mostrato il lungo e doloroso percorso di trasformazione. Adam, infatti, durante la prigionia, viene costretto dal Comandante Klein (Willem Dafoe) a comportarsi come un cane e a condividere l’esistenza e il cibo con i propri “pari” divenendo così una sorta di via di mezzo tra un uomo e un animale. Ad interpretare Adam uno straordinario Jeff Goldblum che presta il suo volto spaesato e sornione alla maschera di un clown tragico e profondamente lacerato nell’essere. L’incontro di Adam con un bambino, anch’esso trattato come lui dai gerarchi nazisti, rappresenterà la nascita della ripresa per l’uomo. Adam Resurrected è una lama tagliente che entra nella mente, un pugno nello stomaco per non far dimenticare. Schrader lavora su di una narrazione per sottrazione con salti spazio-temporali spiazzanti, confondendoci e subito dopo smentendo ogni nostra convinzione. Un uomo sempre allegro, vitale si pente del sorriso relegandolo a nemico e causa della propria disfatta umana. La famiglia uccisa (memorabile la scena di Adam costretto a suonare il violino mentre vede la moglie e la figlia condotte nelle camere dei forni crematori) e il pianto per il dolore provato solo tramite un nuovo linguaggio quale il guaito di cane dentro una cuccia, fanno di Stein la sintesi di tutto quel corollario di atti di annientamento della persona in nome di un vuoto etico agghiacciante. Nella clinica psichiatrica Adam si sostituisce ai medici (complici nell’assecondarlo) e amoreggia con l’infermiera Gina Grey (Ayelet Zurer), riuscendo meglio di loro a tenere a bada tutti i reclusi i quali portano con loro un numero, codice di un silenzio (non solo mentale) imposto e mai più eluso. Ogni patologia assume il ruolo di un tassello di un terrificante mosaico umano fatto di sofferenze attraverso le quali Adam arriverà definitivamente a scontrarsi. Schrader ci conduce nei meandri di una psiche non malata, ma scalfita e ci fa comprendere a fondo il perché un sopravvissuto fa della propria salvezza una colpa di cui vergognarsi e di fronte alla quale rifiutarsi di sopravvivere.  Adam Ressurrected dovrebbe essere proiettato nelle scuole in quanto, secondo chi scrive, è un vero e proprio capolavoro, concettualmente superiore a Schindler’s List. Sacrilego il non riconoscimento di un Oscar all’interpretazione di Jeff Goldblum. Un film sentito, personale e dolorosamente necessario. Dall’alto Primo Levi si commuove e applaude. Dal basso Adam risorge e sorride. Forse i due si erano già incontrati. Forse li avevamo incontrati anche noi senza accorgercene.
Alessandro Amantini

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