A che punto è la notte. La New Economy di J.C. Chandor

“Guardiano, a che punto è la notte?”, parafrasando un passo dell’omonimo romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Già, perché Margin Call, film diretto nel 2011 da J. C. Chandorsi pone proprio questa domanda. Quale è il punto della notte dove anche l’antro più chiaro diventa invisibile? Una notte talmente nera che neanche le mille luci di New York riescono visivamente a sostenere, perché il baratro più profondo non è quello cromatico ma quello dentro l’animo umano, annientato in quelle famose 24 ore in cui il regista statunitense ripercorre, senza lesinare in riferimenti spericolati, i tristi fatti che portarono allo scandalo della Lehman Brothers. La macchina da presa, come in una terribile montagna russa (il montaggio è affidato al veterano Pete Beaudreau), percorre corridoi e uffici sbaragliando scrivanie e deflagrando vetri opacizzati, facendone venire alla luce l’essenza più sporca. Viene smantellata quella coltre siliconata ed edulcorata tramite cui i padroni della  New Economy si eleggono a “razza ariana” di inizio millennio. Le voci, i numeri, il pianto e la morte dell’etica vengono frullati in un cocktail esplosivo il quale ubriaca poveri acquirenti che finendo sul lastrico, sanciscono la fine di un’era e l’inizio della caduta del capitalismo. Il film colpisce duro e inanella una serie di ritratti da manuale, di omuncoli che spogliati del proprio potere non sono altro che leaders del nulla (“Oggi no. Ancora non é il momento” dice Emerson guardando in alto dopo essersi sporto dal balcone del grattacielo) pronti a salvarsi sulla pelle del “proletariato economico”. E non importa se alla fine qualche testa salta. L’altare sacrificale si trasla in un tavolo da riunione e la liturgia del potere é ormai finita. Chandor si avvale di un cast al calor bianco composto da coprimari di altissimo livello tra cui ritroviamo Paul Bettany (Will Emerson), Jeremy Irons (il Capo John Tuld), Demi Moore (Sarah Robertson), Zachary Quinto (Peter Sullivan), Stanley Tucci (Eric Dale), Simon Baker (Jared Cohen) e un grandissimo Kevin Spacey nel ruolo del vicecapo e liquidatore Sam Rogers. La pellicola trasforma (grazie ad una sceneggiatura coi fiocchi elaborata dallo stesso regista) una materia di per sé statica in una sorta di thriller della coscienza, dove le convinzioni di ogni colletto bianco vengono messe in vendita come le azioni e i clienti del suo portafoglio. Jeremy Irons dà vita ad un cattivo da antologia il quale ci fa comprendere che per fare del male non serve un’arma se si è muniti semplicemente di una penna. Già, la penna ferisce più della spada, regalando falsi sogni come sale gettato nelle ferite inferte al fine di sanarle. “Resto solo perché ho bisogno di soldi. Sembrerà strano, ma dopo tutto questo tempo ho ancora bisogno di soldi”, confessa Spacey/Rogers a Irons/Tuld nella famosa scena del colloquio nel ristorante all’ultimo piano del grattacielo della Multinazionale. Il personaggio di Rogers rende giustizia alla morte dell’etica in favore della necessità (la sola in quanto quella personale) che alla fine è il Deus Ex Machina che muove le masse. Più si è in alto, più si arriva e maggiore è il dolore della caduta o delle decisioni da prendere per evitarla. Margin Calls è un film dolorosissimo che ci fa comprendere la quintessenza del concetto di Homo Homini Lupus e di quanto l’adesione a tale ideologia possa risultare coatta in alcuni ambiti, bandendo il libero arbitrio morale (distruggendo anche i propri affetti) in scelta di quei biblici trenta denari di cui, prima o poi, ognuno di noi nella vita si serve per vendere il prossimo. Quello che Rogers seppellisce nel giardino della sua ex moglie nella sequenza di chiusura della pellicola, non è solo l’amato cane, ma la propria coscienza ed insieme a lei il dolore di un’intera nazione. Terrificante e allarmante.
Alessandro Amantini

 

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