Il fallimento come fonte di rinascita. Noi e la Giulia

Cos’hanno in comune Diego, un agente immobiliare frustrato del proprio lavoro, Fausto, un rivenditore televisivo di rolex fasulli pieno di debiti, Claudio, un ipocondriaco ristoratore che ha fatto andare in malora l’azienda centenaria di famiglia e il proprio matrimonio, Sergio, un ex combattente rivoluzionario di sinistra dalla mano pesante ed Elisa, una sbandata incinta in cerca dell’anima gemella? Niente, a parte il fatto di essere disoccupati e falliti e di rendersene conto soltanto nel momento in cui decidono di acquistare nel Sud Italia un vecchio casale in degrado per trasformarlo in un agriturismo. Ma se ci si mettono anche i camorristi a pestargli i piedi, cosa si fa? Semplicemente, li si accoppa, li si sequestra in cantina e gli si seppellisce nel giardino della tenuta – per far sparire qualunque prova del reato – una splendida Alfa Giulia verde con lo stereo ancora accesso in loop, che manda da sottoterra, a intermittenza, i pezzi classici preferiti dall’improvvisato malfattore. Questo il plot di Noi e la Giulia (2015), gradevolissimo e divertentissimo film di Edoardo Leo, ormai lanciatissimo come regista e sceneggiatore emergente del panorama cinematografico italiano (e con lui Marco Bonini, sempre più interessante nelle vesti di sceneggiatore e di regista di piccoli esperimenti artistici come la rilettura in chiave sociale del brano Lella, prestato per la campagna contro la violenza sulle donne di cui Bonini stesso è stato regista del relativo videoclip nel 2014), tratto dal libro Giulia  1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei. Non a caso, per quest’opera seconda (anche se a noi era già piaciuta la prima, Buongiorno papà del 2013) il giovane talento romano ha ricevuto il David (di Donatello) Giovani come miglior esordiente e il Nastro d’Argento per la miglior commedia nel 2015. E gli ingredienti che gli hanno permesso di realizzare un film solo in apparenza comico, bensì amaro e struggente nel finale, sono molteplici. Il principale, ovviamente, è la sceneggiatura di Leo che insieme all’amico Bonini produce un testo che non fa acqua da nessuna parte per quanto riguarda il ritmo e il messaggio (non banale) che vuole comunicare. E cioè che si riesce a trovare il coraggio di essere sé stessi solo quando ormai non si ha più nulla da perdere, quando i propri fallimenti sono un punto di inizio e non di arrivo per riscoprire le proprie capacità e valorizzarle, quando diamo un calcio alla precarietà in cui viviamo, che ti costringe ad essere inquadrato in certi schemi non lasciandoti scampo, imprigionandoti nelle convenzioni sociali e nell’impossibilità di reagire per paura di perdere quel poco che si possiede. E quando ci si spoglia delle proprie paure, si rinasce. Dal niente e con il niente, ma con  il coraggio di vivere liberamente, scegliendo e pagando se necessario anche le conseguenze delle proprie scelte.   La messa in scena dell’opera, complici anche una location suggestiva e una fotografia luminosa e solare nella positività del messaggio che vuole comunicare, è valorizzata dalla mano grezza e semplice di Leo, che senza stravolgere troppo i canoni tecnici di ripresa, riesce a raccontare la storia con garbo e delicatezza. Poi c’è il cast. A parte l’onnipresente Luca Argentero (che qui, nei panni di Diego sfodera un’interpretazione finalmente degna di nota), meritano una menzione speciale lo stesso Edorado Leo nei panni di Fausto, Claudio Amendola i quelli di Sergio (Nastro d’argento e Ciak d’oro come miglior attore non protagonista nel 2015) irresistibile nelle sue sfuriate violente contro “il sistema mafioso”, Stefano Fresi in quelli del candido Claudio e Anna Foglietta, strepitosa in quelli della sciroccata e romantica Elisa. Ma sul podio mettiamo lui, Carlo Buccirosso che nei panni del camorrista dal cuore d’oro Vito sfodera finalmente un’interpretazione lontana dagli stereotipi comici da cinepanettone indigesti a cui ci aveva abituato di recente. Bravissimo nei tempi comici, grandioso e sorprendente in quelli drammatici, è lui l’anima del racconto, lo strumento attraverso il quale i quattro disperati riescono a trovare il coraggio di aprire comunque l’agriturismo sfidando la potenza della camorra stessa. Ed è sempre lui che li aiuterà a fuggire da un destino certo, prendendo coscienza del fallimento della propria esistenza che, sempre per mancanza di coraggio, lo aveva condannato a delinquere senza avere la possibilità di scegliere. Scelta che, con il suo gesto, sarà lasciata alla volontà dei suoi ormai amici e dello spettatore medesimo nel finale del film (apertissimo a un eventuale sequel). E infine, tra gli ingredienti del successo di questo giovane film indipendente, c’è il fatto che non te la manda a dire. Quando i nostri eroi brindano al proprio fallimento dichiarando ognuno le cause che lo hanno generato, la battuta più amara e controversa è affidata a Sergio che da ex combattente di sinistra si sente un fallito non solo per il decadimento del comunismo, ma perché ha una figlia che crede che il personaggio del secolo sia (testualmente) Maria De Filippi. Grazie Edoardo Leo per  aver detto quello che davvero pensi in questo momento storico aggrappato a falsi miti televisivi che proprio una generazione di falliti ha contribuito a creare. E grazie per aver dato questa battuta a Claudio Amendola che speriamo se la ricordi, ogni tanto, tra una comparsata al Grande Fratello e una a C’è posta per te. Resta, quindi, il fatto che anche noi stiamo con la Giulia. Perché c’è proprio piaciuta.
Giorgia Amantini

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