Il fascino eterno di Banderas. Ti va di ballare?

Potete dire che ormai è in una fase di declino irreversibile se accetta di parlare con le galline in un noto spot TV. Oppure che ultimamente partecipa soltanto a film di nicchia, disdegnando le scelte d’autore dell’esordio (la produzione di Pedro Almodovar su tutte) e quelle commerciali più recenti (vedi la saga di Spy Kids e l’interpretazione dell’eroe mascherato ne La maschera di Zorro e nel sequel La leggenda di Zorro). E che dopo la rottura con Melanie Griffith non ha perso tempo consolandosi tra le braccia di una nuova fiamma. D’accordo su tutto. Ma non ditemi che non ballereste con lui quel tango meraviglioso che Katya Virshilas (ballerina quattro volte campionessa inglese di danza sportiva) nei panni della straordinaria Morgan ha avuto la fortuna di condividere con lui in tre minuti di esibizione. E se poi lo dite, mi spiace, non vi credo. Ovviamente stiamo parlando di lui, Antonio Banderas, attore dalle doti eccezionali apprezzate soprattutto nella prima parte della sua carriera (filmografia di Almodovar a parte, lo ricordiamo anche nello struggente Philadelphia accanto a Tom Hanks e nel bellissimo e tormentato Intervista col Vampiro, insieme ad altri due assi di bellezza come Tom Cruise e Brad Pitt) e supportate da un fascino latino irresistibile che lo ha trasformato in un’icona hollywoodiana. Ti va di ballare? (2006), film diretto da Liz Friedlander e ispirato a una storia vera, ha come primo pregio, appunto, quello di avere nei panni del protagonista Pierre Dulaine (insegnante di ballo realmente esistente che vanta il merito di aver introdotto nelle scuole americane più disagiate il ballo da sala integrandolo con la musica moderna) proprio Banderas, in forma smagliante (anche l’occhio vuole la sua parte e stavolta quello femminile non si può lamentare…) e con una voce che solo sotto mentite spoglie ti scalda l’anima (visto che il suo doppiatore è Francesco Pannofino, si capisce il perché di questa affermazione…). Come secondo pregio, invece, ha un cast di giovanissimi “disadattati” davvero eccezionali, considerati come rifiuti della scuola, ognuno con un disagio sociale alle spalle. C’è Larhette (Yaya DaCosta), la ragazza che vive con la madre prostituta insieme ai suoi tre fratelli. C’è Rock (Rob Brown), il ragazzo con padre alcolizzato, madre malata e fratello ucciso dal fratello di Larhette (di cui, grazie al ballo, inevitabilmente si innamorerà). E c’è Sasha (Jenna Dewan), ragazza esuberante divisa, nella vita come nel ballo, tra due coetanei contendenti. Adolescenti (come gli altri del loro gruppo) che lottano per difendere una scelta che non necessariamente è quella di delinquere; ragazzi onesti che cercano attraverso lo studio e il ballo, appunto, di crearsi un avvenire in un posto dove la parola futuro non esiste. La drammaticità delle loro vite a volte emerge, a volte rimane di sottofondo fino ad esplodere prepotentemente nella gara finale a cui vengono iscritti da PierreE qui arriva il terzo pregio del film che sta nella non banalità della rappresentazione. Scordiamoci i vari Step up, qui non ci sono scene patetiche per adolescenti urlanti e dal rap facile, qui c’è la garanzia che solo un film americano su questo genere può dare allo spettatore: la capacità di trascinarti dentro la storia attraverso una scena finale che non ha niente da invidiare alle produzioni precedenti più prestigiose. Ad esempio, Ballroom, Dirty Dancing, Flashdance vi dicono qualcosa? No? Allora citiamo il paso doble di Paul Mercurio per il primo, il volo d’angelo di Jennifer Gray tra le braccia di Patrick Swayze per il secondo e il provino finale di Jennifer Beals davanti alla commissione per il terzo. E qui? Cosa abbiamo, qui? Un tango a tre da far impallidire, una cumparsita da far girare la testa, una coreografia sensuale ed elegante che rispetta i canoni tecnici ed estetici del tango stesso trasformandolo, allo stesso tempo, in un triangolo amoroso che ne amplifica la passionalità. Ma il quarto pregio del film (non per questo meno importante), sta nella commistione tra il genere classico di Dulaine e quello hip pop degli allievi. Melodie come rumba, tango, valzer, salsa si confondono con basi moderne creando una mistura esplosiva non solo per la riuscita delle coreografie, ma anche per la genialità dell’idea: i ragazzi imparano i passi base del ballo da sala ballando sulle loro melodie, sui loro tempi, sulle loro basi musicali. Idea che ha permesso al vero Pierre Dulaine di attivare corsi di recupero in gran parte dei licei disagiati d’America. Un Banderas ispirato, un cast di giovani ballerini talentuosi, una coreografia finale da togliere il fiato e un mix di generi innovativo, quindi: quattro pregi che insieme fanno di Ti va di ballare? un bel film sulla tematica del ballo, visto come riscatto sociale e mezzo per accrescere la propria autostima e che in un contesto disagiato come quello mostrato nel film diventa elemento fondamentale per le scelte di vita dei ragazzi. Non è un capolavoro, certo, però è una pellicola godibile e trascinante. E dopo averla vista, alla domanda Ti va di ballare? risponderemo sicuramente, sì. Se ce lo chiedesse Banderas, ne avremmo voglia tutte davvero.
Giorgia Amantini
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