Un pugno nello stomaco. I nostri ragazzi

Duro, realistico, trascinante, tragico. Finalmente un film italiano – passato inosservato come sempre succede quando le tematiche toccano nervi scoperti e le affrontano a muso duro  senza possibilità di redenzione – che rende merito alla capacità degli sceneggiatori e dei registi nostrani di saper costruire un ottimo prodotto senza sottostare alle logiche commerciali. Sarà sicuramente stato un flop in sala, ma poco importa perché chi non è riuscito a vederlo potrà, anzi, dovrà recuperarlo in home video. Stiamo parlando de I nostri ragazzi, film del 2014 diretto da Ivano De Matteo (attore nella bellissima serie tv Romanzo criminale di Stefano Sollima) e basato sul romanzo La cena di Herman Kock. Va dato il merito a De Matteo, già regista di piccole opere indipendenti, cortometraggi e documentari oltre che attore, di essere stato in grado di narrare una tematica sociale complessa con uno stile simile a quello amato proprio nella serie televisiva di Sollima: secco, asciutto, disturbante. Anche in sceneggiatura, curata dallo stesso De Matteo insieme a Valentina Ferlan, non ci sono tempi morti e la storia procede diritta verso l’obiettivo che vuole raggiungere, cioè quello di indignare spiazzando completamente lo spettatore che, pur immaginandolo, non si aspetterebbe mai un finale così. L’inizio sembra avere un significato a sé, estraniato dal resto del film, ma non sarà così perché sarà l’elemento morale che legherà le vicende che accadranno. Due uomini litigano in autostrada, l’uno con figlioletto a carico insegue l’altro. Una volta raggiunto, scende dalla macchina con il cric in mano e cerca di sfondare il finestrino ricevendo in cambio un colpo di pistola che lo uccide e ferisce il bambino, scioccato dall’accaduto. L’uomo che ha sparato si rivelerà essere un poliziotto. La scena, quindi, si sposta in ospedale dove incontriamo Paolo (Luigi Lo Cascio), chirurgo pediatra che si prende cura del bambino sottoponendolo a una delicata operazione e poi in carcere dove troviamo Massimo (Alessandro Gassman), avvocato di successo, che prende in carico la difesa del poliziotto. A prima vista sembrano due filoni narrativi diversi che però si ricongiungono nel fatto che Paolo e Massimo sono fratelli, divisi nelle ideologie e nello stile di vita, idealista il primo quanto cinico l’altro. Ciò che li accomuna è la solita cena della settimana con le rispettive mogli, Chiara (Giovanna Mezzogiorno) e Sofia (Barbora Bobulova), rivali anche loro nelle rispettive e collaudate invidie e cattiverie, soprattutto quelle di Chiara nei confronti della cognata. La vita dei due fratelli scorre monotona, sempre uguale, in una sorta di cartolina edulcorata dove tutto è perfetto nella falsità della familiarità. E in questo contesto si muovono come due ombre i figli di Paolo e Massimo, Michele (Jacopo Olmi Antinori) e Benedetta (Rosabell Laurenti Sellers), tipici adolescenti di oggi, affascinati dalla violenza digitale, studenti modello, con vestito all’ultima moda e macchinetta elettrica da dodicimila euro sotto il sedere. Due ragazzi per bene, senza grilli per la testa, apparentemente normali a cui non si può mai dire di no. Perbenismo e normalità che scompaiono quando, in un video notturno ripreso dalle telecamere a circuito chiuso di un vicolo di Roma, i due –  difficilmente riconoscibili da chiunque, ma non dai rispettivi genitori – ubriachi dopo una festa, prendono a calci una barbona e la finiscono involontariamente spostandola sul marciapiede di fronte l’auto. E qui parte l’intelligenza della sceneggiatura del film. Vengono mostrate, contemporaneamente, le reazioni dei ragazzi  – praticamente indifferenti su quanto successo come se fosse routine quotidiana – e quella dei genitori, all’inizio disperati e con pareri discordanti su come gestire la tragedia accaduta. E proprio in questo momento prende forma il significato della scena iniziale, dove l’evento dell’uccisione dell’uomo da parte del poliziotto rappresenta lo svelarsi dell’ipocrisia ideologica di Paolo e Massimo. Paolo, proprio la stessa persona capace di accusare il fratello di difendere l’omicida del padre del bambino che sta curando, dopo quanto fatto da suo figlio Michele subirà un crollo nervoso che però rivelerà la sua vera identità, mentre Massimo, in apparenza cinico e disinteressato per i casi legali che affronta, subirà il processo inverso, arrivando a prendere la decisione di denunciare i ragazzi per quanto successo dopo i confronti agghiaccianti avuti con la figlia Benedetta. Decisione che trascinerà lo spettatore nell’inaspettato finale. I nostri ragazzi, quindi, è un film non banale, che affronta la tematica del rapporto genitori/figli durante la crescita adolescenziale dei due giovani in modo cattivo. Sono cattivi i ragazzi che pensano a come salvarsi, mentendo inizialmente sull’accaduto, senza provare rimorso per aver ucciso una persona a quindici anni e senza provare paura nel confidarlo ai propri genitori, come se fosse la cosa più normale del mondo ottenere da loro comprensione e tutela. Sono cattivi i genitori (soprattutto Paolo e Chiara), che invece di unirsi per poter risolvere insieme il problema scegliendo la via più giusta per i propri figli, colgono l’occasione per gettarsi addosso veleni e insulti reciproci. E come sempre è cattiva la società in cui vivono, fatta di perbenismo e falsa moralità, dove un reato (l’omicidio) diventa una ragazzata e la soluzione (la denuncia legale) il problema. La durezza della storia è resa perfettamente dallo stile registico di De Matteo, piatto, spoglio, crudo e dalla bravura di un cast che è una garanzia. Straordinari tutti gli attori, Lo Cascio e Gassman in primis, nella trasformazione interiore che riescono a far percepire dei propri personaggi. Quindi, con una sceneggiatura perfetta, un cast perfetto e un finale perfetto, I nostri ragazzi riabilita il cinema italiano degli ultimi anni, dandoci il tanto sospirato pugno nello stomaco che desideravamo. Un pugno, finalmente, che fa male come non accadeva da anni.
Giorgia Amantini

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