Batman saga: ascesa e caduta di un supereroe

Batman 1989, Batman Returns 1992, Batman Forever 1995, Batman & Robin 1997. Quattro film, due registi, due vittorie e altrettante sconfitte. La saga di Batman che abbraccia gli Anni Novanta si può riassumere proprio nell’ascesa e nella caduta del pipistrello più amato del mondo, ascesa che si consuma nei primi due capitoli della saga, caduta nei due restanti. Ascesa di un Tim Burton esordiente in stato di grazia (prima di Batman, infatti, aveva diretto soltanto nel 1988 Beetlejuice) che entrerà, poi, di diritto nell’olimpo di Hollywood grazie a film come Edward mani di forbice, Il mistero di Sleepy Hollow, La sposa cadavere e molti altri della sua sterminata filmografia. Caduta, invece, di un Joel Schumacher che prima del terzo e quarto capitolo della saga del supereroe alato aveva diretto magistralmente film come Ragazzi perduti (1987), Cugini (1989), Linea mortale (1990), Il Cliente (1994), dando una impronta registica sia sperimentale che classica che gli aveva donato prestigio tra i critici internazionali. La differenza tra i due professionisti, infatti, sta proprio nel fatto che mentre Burton rimane fedele alle proprie scelte estetiche e visionarie, Schumacher soccombe invece a una linea più commerciale, deviando totalmente dal proprio stile autoriale. Il primo capitolo, Batman, è infatti un film fedelissimo ai canoni burtoniani. Il regista, supportato dalla scenografia da Oscar di Anton Furst, ci mostra una Gotham City gelida, spettrale, fredda, finemente sottolineata, così come i personaggi, dalla colonna sonora di Danny Elfman diventata mito e dalle canzoni di PrinceUna città gotica, insomma, come il proprio nome, dove si aggirano anime perdute alla ricerca di sé stesse compresa quella di Bruce Wayne, miliardario dal passato traumatico e tormentato, orfano per mano della malavita locale, cresciuto dal fido maggiordomo Alfred (Michael Gough) e fedele servitore della legge sotto le spoglie notturne e segrete di uomo pipistrello. Il protagonista è interpretato da Michael Keaton che fornisce qui una prova di attore di alto livello nonostante l’ostruzionismo della Warner Bros che inizialmente aveva ipotizzato per il ruolo star di action movie del calibro di Mel Gibson, Harrison Ford, Dennis Quaid, Pierce Brosnan, Tom Selleck. Ma fu proprio Tim Burton a insistere affinché il ruolo venisse affidato a un perfetto sconosciuto, vista la già proficua collaborazione avvenuta per Beetlejuice. Scelta che si rivelerà vincente, facendo ricredere anche i fan più accaniti del fumetto grazie all’eleganza, alla pacatezza e al fascino assassino che l’attore sfoggia durante il film, degnamente coadiuvato da un cast stellare di co-primari. Primo fra tutti un immenso (e sottolineiamo che questo aggettivo, immenso, ricorrerà ancora nell’arco della trattazione) Jack Nicholson, probabilmente nato per il ruolo di Jocker, all’epoca Jack Napier, gangster affascinante agli ordini di Carl Grissom (Jack Palance, altro monumento vivente della mecca del cinema), finito nell’acido proprio a causa del suo capo, che tenta di ucciderlo per gelosia della sua amante. Elemento, l’essere sfigurato, che scaturirà nella follia perversa e malvagia di Jack/Jocker, prima vendicatore nei confronti di chi lo ha trasformato in un pagliaccio vivente, poi criminale antagonista di Batman che cercherà di ostacolare il suo piano criminale – l’assassinio dei cittadini durante la parata per il duecentesimo anniversario della fondazione di Gotham – attraverso il “sorriso” stampato sulle labbra (sintomo di un gas irritante e letale autoprodotto). Nicholson è davvero immenso nell’interpretazione perché, aiutato anche da un trucco inquietante e da una sceneggiatura in stato di grazia, fornisce una prova debordante, frenetica, pagliaccesca, psicotica, delirante e fortemente emotiva, cogliendo in pieno il personaggio del fumetto (come immenso è il doppiaggio italiano del maestro Giancarlo Giannini, davvero eccezionale e impeccabile). Il fatto, poi, che Bruce Wayne riconosca in lui l’assassino dei propri genitori (Dimmi una cosa, amico mio. Hai mai danzato col Diavolo nel pallido plenilunio?), rende il sapore della sfida ancora più intrigante perché, se in fondo l’uomo è diventato Batman, lo deve solo al suo acerrimo nemico. A condire, infine, il duello tra i due protagonisti e a deliziare la platea maschile, la bellissima Kim Basinger nel ruolo della reporter Vicky Vale, che sulla scia del successo di Ho sposato un’aliena (1988), riesce in parte a cancellare l’interpretazione erotica di Nove settimane e mezzo (1986), dando una prova di contorno comunque valida, sostituendo in corsa la sfortunata Sean Young infortunatasi durante le riprese. Il successo di critica e di pubblico del film (che incassò circa 412 milioni di dollari) spinse la Warner a mettere in cantiere un secondo capitolo. Nel 1992, quindi, viene realizzato Batman Returns. Squadra che vince non si cambia, anzi si perfeziona. E a Tim Burton in regia, Michael Keaton nel ruolo di Batman, Danny Elfmann alla colonna sonora e Bo Welsch alla scenografia (in sostituzione di Anton Furst morto suicida nel Novembre 1991) si aggiungono tre colonne portanti di Hollywood: Christopher Walken nei panni del malvagio e cinico uomo d’affari Max Shreck, Danny De Vito in quelli mostruosi del Pinguino e un’immensa (e due!) Michelle Pfeiffer nei panni di CatwomanStavolta Gotham City è casa Burton. Le atmosfere sono oscure, sempre fredde e gelide visto che la storia si ambienta durante le feste natalizie in una città ricoperta da una folta coltre di neve, ma cominciano a intravedersi, nel trucco e nella costruzione scenica, le maschere malinconiche ed estreme del cinema burtoniano. Come quella del Pinguino, vero nome Oswald Cobblepot, criminale abitante delle fogne dove è stato cresciuto dai simpatici animali – che qui di simpatico non hanno nulla, anzi inquietano – essendo stato abbandonato dai genitori in tenera età a causa del proprio aspetto deforme e da dove emerge grazie al famigerato Max Shreck per portare a termine il suo piano di congelamento eterno di  Gotham, unito a quello di rapire e uccidere tutti i primogeniti della città, negando loro il diritto di vivere civilmente come successo a lui in passato. Denny De Vito, star degli Anni Ottanta sia come regista che come interprete de La guerra dei Roses (1989) e della divertente accoppiata cinematografica All’inseguimento della pietra verde (1984) e Il gioiello del Nilo (1985) con l’adorabile ed esplosiva performance di Michael Douglas e Kathleen Turner, abitué di commedie spassose come I gemelli, qui sfodera un’interpretazione degna di nota, fumettistica e sopra le righe, valorizzata in Italia anche dal doppiaggio del grandissimo Giorgio Lopez. Ma, come già sottolineato in precedenza, la prova artistica più bella e complessa la offre Michelle Pfeiffer, immensa, splendida, violenta, psicotica, fragile, sensuale, vendicatrice, innamorata e fino ad oggi unica vera Catwoman di tutti i tempi (Halle Barry e Anne Hathaway ne devono mangiare di polvere per raggiungere il suo livello). L’interpretazione che l’attrice dà alla sua Selina Kyle, segretaria dolce e sciocca del balordo Max Shreck, donna dalla vita piena di solitudine e priva d’amore, ma inguaribile sognatrice, che si trasforma, dopo essere stata uccisa proprio dal suo capo per aver scoperto dettagli scottanti su un affare che dovrà proporre a Bruce Wayne, nella perfida donna gatto è grandiosa.  Già contattata per il primo capitolo per il ruolo di Vicky Vale poi assegnato fortunatamente  alla Basinger, la Pfeiffer ci guadagna nel cambio così come lo spettatore, che viene avvolto dai suoi occhi di ghiaccio, dal suo charme irresistibile ogni volta che appare in scena e dall’aderenza del suo costume, cucitole letteralmente addosso. Anche qui una menzione speciale va al doppiaggio italiano dove Rossella Izzo sfodera una delle sue più belle interpretazioni vocali. Anche stavolta il film fa centro, incassando nel mondo 266 milioni di dollari, non superando però il primato del predecessore. Dato che non scoraggia la Warner che decide di mettere in cantiere il terzo capitolo. Ed ecco che nasce Batman Forever, per la regia come già detto, di Joel Schumacher. Ma il cambio al timone non è l’unica novità del film, cambiano anche gli interpreti. A parte il fido maggiordomo Alfred interpretato sempre da Michael Gough e il commissario Gordon (Pat Hingle), il cast viene totalmente rinnovato, segno che la Warner, oltre al cambio registico, volle dare un segno di ringiovanimento del prodotto, ottenendo, però, l’effetto contrario tra i cultori del fumetto. A posto del tenebroso e intenso Michael Keaton, ad esempio, viene arruolato il giovane e bellissimo Val Kilmer il quale, non ce ne vogliano i suoi estimatori, rende il personaggio di Bruce Wayne piacionesco fino alla nausea. L’interpretazione, soprattutto nei momenti drammatici dove Bruce ricorda frammenti rimossi del suo trauma infantile, non rende merito allo spessore del personaggio, diventando granitica e lasciando lo spettatore indifferente. Indifferenza, soprattutto nel pubblico maschile, che scompare quando entra in scena Nicole Kidman nel ruolo dell’affascinante e sensuale psichiatra Chase Meridian, ruolo che non valorizza le capacità recitative dell’attrice (ancora in erba e lontana dall’apice raggiunto in Moulin Rouge!), ma che convince tutti del fatto che se un uomo non avesse problemi psichiatrici, se li farebbe venire per farsi curare da un dottore così. Ma i veri protagonisti, come sempre, sono gli antagonisti. Stavolta è il turno di Due Facce/Harvey Dent interpretato da Tommy Lee  Jones che, dopo una panchina durata due capitoli, riesce finalmente a conquistare il ruolo di co-primario dando al suo alter ego una follia malata che però, a volte, scade nel macchiettismo. Già nei primi due film, infatti, si era parlato di inserire il personaggio di Due Facce, ma in entrambi i casi gli sceneggiatori e Tim Burton avevano optato per scelte più tradizionali e sicure (Jocker, Pinguino e Catwoman erano, infatti, gli antagonisti più conosciuti dai fan del fumetto e quindi i più appetibili al grande pubblico). Ma la palma per la simbiosi umana creatasi tra attore e personaggio va a Jim Carrey che dona un Edward Nigma, alias l’Enigmista, immenso (siamo a tre, abbiamo quasi finito). Faccia di gomma, corpo fumettistico da Tiramolla, una totale trasfigurazione fisica e una geniale follia psicotica rendono l’interpretazione dell’attore unica. Quando entra in scena lui non ce n’è per nessuno, nemmeno per il beneamato pipistrello che nel confronto ci perde alla grande. A condire, poi, il rinnovamento del prodotto, altre due novità: Chris O’Donnel nei panni di Dick Grayson, alias il pettirosso Robin appunto, (orfano della propria famiglia di acrobati circensi uccisi da Due Facce nel corso di una manifestazione di beneficenza, ansioso di vendetta, alter ego di Bruce Wayne e spalla insostituibile di Batman) e gli effetti speciali. Rispetto ai capitoli precedenti, infatti, dove Gotham Cyty veniva rappresentata nelle sue sfumature gelide e oscure, in Batman Forever la città assume tonalità più calde e, soprattutto nella fisionomia, viene ricreata simile a New York, Statua della Libertà compresa, che si intravede proprio in un duello volante tra Due Facce e il nostro supereroe. Joel Schumacher preme l’acceleratore, quindi, sull’estetica digitale (cominciano a intravedersi i primi albori dell’universo tridimensionale grazie al marchingegno che Nigma inventa per sottrarre le onde cerebrali ai cittadini di Gotham) e su un prodotto commerciale (vedi la scelta degli attori, come già detto, ma anche la pochezza della sceneggiatura infarcita di scontri in volo, inseguimenti su strada ed esplosioni a discapito dell’autorialità precedentemente affrontata da Burton, anche se con lui avevamo conosciuto tutto l’universo Batman formato dalla Batcaverna, la Batmobile, il Batsegnale, la Batcintura, ecc.). Un giocattolone enorme, insomma, ruffiano al punto giusto (basti guardare l’estetica dei nuovi costumi di Batman e Robin dove cominciano ad apparire i glutei e gli addominali scolpiti), dove passare 120 minuti spensierati a tifare per le gesta dell’uomo pipistrello, rifarsi gli occhi con la Kidman e rimanere stupiti dalla bravura di Jim Carrey. Per il resto è davvero poca cosa e il fatto che Joel Schumacher si sia arreso alle politiche commerciali della Warner lascia l’amaro in bocca. Ma non alla Warner stessa che in tutto il mondo incassa 516 milioni di dollari sintomo che, confrontarsi con una generazione diversa da quella cultrice del fumetto originale e conquistarla rimanendo al passo coi tempi, paga sempre. A fronte di questo successo, ecco che arriva l’ultimo capitolo della saga, Batman & Robin, dove Robin l’abbiamo già conosciuto e ci sta bene, mentre al posto dell’inespressivo Val Kilmer viene chiamato il bellissimo George Clooney, fresco del successo televisivo di E.R.  e diabolicamente affascinante nei panni del miliardario Bruce Wayne. Se nel capitolo precedente la sceneggiatura faceva acqua da tutte le parti ed era solo un pretesto per supportare una miriade di effetti speciali, qui invece troviamo due spunti interessanti. Il primo riguarda il rapporto affettivo e familiare tra Bruce e Alfred, quest’ultimo condannato a morte certa da una malattia incurabile. Il secondo, invece, riguarda il nuovo antagonista della serie, Victor Fries alias Mr Freeze, premio Nobel per la crio-genetica, diventato uomo di ghiaccio dopo aver fallito un esperimento per salvare l’adorata moglie Nora. L’amore e l’affetto è ciò che lega, quindi, tutti i personaggi e Arnold Schwarzenegger, gigantesco e monumentale nei panni di Freeze (e con lui chiudiamo il quadro dell’immensità), risulta essere per la prima volta nella sua carriera credibile anche nella recitazione drammatica. Onore all’attore non solo per il lavoro sicuramente duro svolto sull’interpretazione – per chi come lui abituato solo ed esclusivamente a film d’azione – ma anche per aver girato tutte le sequenze ricoperto da un trucco pesante di polvere argentata (che lo fa sembrare un po’ uno dei  Rockets, in verità) e da un costume di scena ingombrante e pesante che solo una stazza come la sua poteva sopportare. Non è un caso che tra tutti i “cattivi” della saga è l’unico – a parte una Catwoman ambigua e controversa – che si redime nel finale, donando al suo nemico il siero per la guarigione di Alfred. Sentimenti di odio e amore, quindi, che invece non appartengono alla squilibrata Poison Ivy, una sensuale e conturbante Uma Thurman, madre natura dalle fragranze profumate e dal bacio avvelenato donatole dal suo habitat di origine, ex dottoressa Pamela Isley uccisa per aver violato il segreto di laboratorio riguardante il mastodontico Flagello, psicopatico mutato geneticamente. L’attrice sfoggia un fascino che non lascia indifferente il pubblico maschile, ma che non è paragonabile alla precedente interpretazione della Pfeiffer, insuperabile per chiunque. E infine, poteva mancare lei? Barbara Wilson (Alicia Silverstone, come al solito, anonima nell’interpretazione), nipote di Alfred, orfana ed ex collegiale esperta di informatica, che non tarderà a scoprire il segreto “di famiglia” e a trasformarsi in Batgirl, completando così il trio dei supereroi mascherati. L’incasso del film è di molto inferiore alla media: con soli 238 milioni di dollari in tutto il mondo, Batman & Robin decreta la fine definitiva della saga, segno di un decadimento di idee e di rappresentazione stilistica dei personaggi che aveva indebolito fortemente il format. La genialità nella caratterizzazione degli antagonisti da parte degli interpreti non può bastare a compensare i vuoti di scrittura degli ultimi due capitoli. Così come non può bastare mostrare soltanto inseguimenti, esplosioni, e bat – gadget per coinvolgere lo spettatore nella pellicola. Una saga godibile, comunque, da riscoprire e da rivalutare, che ha fatto da apripista ad altre operazioni simili (vedi la trilogia di Sam Raimi dedicata a Spiderman e quella degli X Men iniziata da Bryan Singer e terminata da Brett Ratner negli Anni 2000) e che ha dato l’acceleratore su un nuovo modo di concepire i supereroi dei fumetti, sempre più eroi e meno super, pieni delle contraddizioni tipiche della propria razza di appartenenza. Possiamo dire, quindi, che Burton batte Schumacher nell’autorialità e nell’artigianalità della rappresentazione scenografica per due a zero, mentre Schumacher batte Burton sempre per due a zero nell’utilizzo degli effetti speciali e per il ritmo registico impresso negli ultimi due capitoli. Tutto sommato un pareggio tra i due cineasti ci sta bene, ma per i cultori del fumetto, nonostante le critiche ai vari interpreti di Batman, quel che resta, non ce ne voglia Joel Schumacher, sono sempre le atmosfere gotiche e dark delle opere burtoniane. Affascinanti, estreme, visionarie. Come l’autore stesso.
Giorgia Amantini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...