Lunga vita alla Regina. Bohemian Rhapsody.

Chi non conosce Bohemian Rhapsody alzi la mano! Il film? No, intendiamo il brano più importante dei Queen, dal momento che un gruppo musicale potrebbe suonare anche per cento vite e non riuscire mai a concepire un album come A Night At The Opera (1975). Parlare di successo per il film diretto nel 2018 a quattro mani da Brian Singer e Dexter Fletcher è come “sparare sulla Croce Rossa”. Incetta di riconoscimenti e ben quattro statuette agli Academy 2019. Era da aspettarselo ed è giusto che sia andata così. Come giudicare Bohemian Rhapsody? Come un semplice cine-revival? Come un acclamatissimo biopic? Oppure come un effetto di devastante nostalgia? Nulla di tutto questo. Secondo chi scrive il film di Singer & Co. è un atto dovuto, necessario non solo nei confronti di una band che nell’arco di quasi 30 anni ha completamente stravolto il modo di fare musica, operando come mai si era visto fino ad allora una radicale contaminazione di generi, ma anche nei confronti della memoria intesa come il ricordo di quella che è la vera arte musicale. Nei tempi 2.0, dove tutto viene affidato ai social, dove il valore musicale di una band è decretato da uno squallore definito televoto, dove il talento deriva dal Talent, il film di Singer sbatte in faccia alle nuove generazioni la verità sul cosa voglia dire fare veramente musica. Cadono Rap e Trap, cadono i synth di correzione vocale e il cielo viene per l’ennesima volta squarciato dalla meravigliosa estensione vocale di un redivivo Freddie Mercury che trova nella mostruosa performance dell’attore Rami Malek (uno degli Oscar attribuiti) la giusta galvanizzazione e un riappropriarsi della cultura che i temi odierni tendono a cancellare. Lasciamo da parte alcune critiche dovute alla non aderenza della storia ai fatti realmente accaduti, mettiamo da parte le accuse di anacronismo e guardiamo al film di Singer come una risposta alla inesorabile ignoranza musicale dilagante dove squallidi personaggi paratelevisivi si ergono a mentori e giudici del sound, arrivando a definire i Queen come una band che sapeva solo cavarsela nel suonare. E mentre tali oscenità vengono divulgate nei palinsesti TV sempre più osceni, musicalmente parlando, la risposta deflagrante al botteghino che Bohemian Rhapsody ha saputo innescare ha dato voce a una speranza, sancendo il fatto che tutto non è andato perso e che c’è ancora una parte di Mondo che la musica la vuole e la concepisce per quello che veramente rappresenta: l’arte. Il film stringe al cuore per tantissimi motivi. Il primo è la rappresentazione di un’epoca (quella della fine degli Anni ’70) che non c’è più, ma che rivedendola (nelle meravigliose scenografie elaborate da Aaron Haye) innesca sempre una grande emozione, con le case discografiche che ancora credevano nella sperimentazione e comprendevano il potenziale artistico degli esordi. Nella prima mezz’ora della pellicola ritroviamo Freddie Mercury alle prese con la propria voglia di scavalcare gli stereotipi e i limiti imposti da una società che fagocita l’individuo. La lotta del protagonista si riversa sia sul fronte professionale (l’incontro con i membri della futura band) sia su quello personale in cui il cantante prende coscienza della sua natura bisessuale comprendendo tutto il dolore che il suo coming out inesorabilmente innesca nella storia d’amore con la sua compagna Mary Austin, interpretata con misura da Lucy Boynton. L’amore impossibile tra Freddie e Mary,  filtrato da bagliori di lumi tra le finestre delle abitazioni è forse una delle scene più toccanti, una sorta di resa a quello che è il corso della vita che a volte è lastricato di amara solitudine. Ma se inizialmente, Singer ci propina una posologia di dolorosi sentimenti, di amare scoperte e di fatali incontri, subito dopo il film si carica di ritmo e redenzione con il protagonista che, altalenando momenti di stanca a vere esplosioni vitali, si riappropria della vita che sembrava scivolargli via dalle mani. La sua ex compagna, nonostante il proprio rifarsi una vita, gli rimane accanto dando il via a una serie di cine-esternazioni sulla vera amicizia che trova senso compiuto nella visione della band come fratellanza, come un famiglia in cui ritroviamo, tra gli altri, un Gwilim Lee totalmente trasfigurato nel personaggio del chitarrista Brian May, affiancato da Ben Hardy che ci restituisce un Roger Taylor lacerato dai continui litigi con il vocalist, ma sempre comunque stretto a lui da una stima e un’amicizia inossidabili. Ma gli Anni ’80 sono alle porte e dopo i successi legati agli esordi, l’edonismo proprio del periodo piomba sui Queen con tutta la sua drammatica efficacia la quale prende corpo nel flagello dell’HIV che colpisce anche Mercury a causa di una incosciente sregolatezza di vita. Anche se cronologicamente la scoperta della malattia da parte del vocalist sopraggiunge tra il 1986 e il 1987 (i cui devastanti segni sono riscontrabili sul suo volto in These Are The Days Of Our Lives tratto da Innuendo, quattordicesimo album della band, realizzato nel 1991) il regista la pone poco prima dell’evento mondiale del Live Aid (1985). Operazione questa per amplificare lo spessore emozionale dell’evento di beneficenza musicale dalle proporzioni bibliche organizzato da Bob Geldof rimasto nella storia per la sua unicità. Singer, grazie al meraviglioso montaggio elaborato da John Ottman (che cura anche il bellissimo score originale) incorniciato nella folgorante fotografia di Newton Thomas Sigel, ci fa rivivere il tempo nel tempo. Freddie è ancora lì, sul palco in quel meraviglioso fiume umano che è il pubblico del Wembley Stadium.  E mentre tutto il pubblico rivive quei momenti, il cielo si colora di forte nostalgia per un’avventura musicale che non si ripeterà più. Singer insegna cosa significa la necessità, l’urgenza del ricordo per far sì che il futuro si alimenti di esso magari cercando di non commettere errori e di seguire esempi degni, ma al contempo genera una pellicola che più che biopic assurge a capitolo di una sorta di libro virtuale, da consultare e da leggere tutto di un fiato. Parallelamente a Bohemian Rhapsody, vi sono state numerosissime altre cine-operazione del genere, ma il suo successo straordinario (più di 900 milioni di dollari in tutto il Mondo) va ricondotto non solo all’operazione nostalgia che esso smuove con grande dispiego di mezzi, non solo allo spessore artistico dei Queen, ma anche al fatto che vi è stata una minuziosa cura nel delineare i personaggi, nel ricostruire dettagliatamente un’epoca e soprattutto di aver raccolto l’essenziale scrollandosi di dosso tutta la melensa retorica, vero rischio di questo tipo di progetti. Nel film di Singer, come succede nei videoclip, tutto diventa essenziale, tirato al minimo sindacale come in una pubblicità che vuol far centro sull’attenzione del compratore. Singer ha semplicemente saputo comprare il cuore del pubblico, regalandogli quello che vuole, senza perdersi in lungaggini o complicate stratificazioni concettuali. Il pubblico vuole i Queen e Singer glieli dà, rigenerandoli in un biopic/reboot di spessore, quasi intessuto a immortalarli. Non è un caso, infatti, che il film non si avvalga, lungo tutto il suo lunghissimo corredo di hit della band, del brano The Show Must Go On (sempre tratto da Innuendo), non solo perché tale periodo non viene abbracciato dallo script, ma soprattutto perché per chi ama i Queen, Freddie non se ne è mai andato e lo show sta continuando da sempre, ancora una volta, forse l’ultima…come se fosse la prima.
Alessandro Amantini

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