Un sogno che vale l’eternità: la potenza visiva ed emotiva di Titanic

Immagini di repertorio della partenza del transatlantico più famoso del Novecento che scorrono in un rallenty enfatico color seppia su una colonna sonora da brividi, straziante e struggente, (meravigliosamente curata dal compianto James Horner) che vanno poi a perdersi nell’oscurità dell’oceano più profondo mostrando il titolo della pellicola. Ci ricorda qualcosa, tutto ciò? Sì, ci ricorda che nel 1997 il ciclone Titanic travolse tutti, ma proprio tutti, trascinandoci con sé negli abissi della maestria indiscussa e della pazzia galoppante del suo regista (qui anche sceneggiatore e produttore) James Cameron che realizza un’opera titanica per concezione tecnica e visiva. E lo fa padroneggiando alla perfezione i mezzi che preferisce in un ambiente che gli è congeniale, quella profondità oceanica che già aveva scandagliato nel 1989 colpendoci al cuore nel suo capolavoro fantascientifico The AbyssTitanic è un viaggio introspettivo nell’anima, oltre che dei personaggi protagonisti, della nave più sfortunata del secolo scorso, elevata a simbolo della potenza dell’uomo e diventata poi il manifesto della sua stupidità. Sappiamo tutti cosa successe quel 14 Aprile 1912 alle ore 23.40 quando il Titanic, nel suo viaggio inaugurale, si scontrò con un iceberg e dopo quasi due ore di agonia si inabissò nei gelidi mari del Nord Europa insieme a migliaia di vittime innocenti. E lo sappiamo perché i documentari sull’evento ce lo hanno raccontato, così come le testimonianze (poche) dei sopravvissuti e le cronache dell’epoca. Ma non avremmo mai potuto immaginare quale fosse la portata di tale catastrofe se James Cameron non avesse preso in mano l’evento storico più affascinante del Novecento e lo avesse lavorato con una precisione tecnica così maniacale da sfiorare la perfezione. Ciò che lascia stupiti della pellicola è la sua concezione visiva. I due filoni narrativi (la vicenda dell’epoca raccontata dall’anziana sopravvissuta e la ricerca di un gioiello particolare, Il cuore dell’Oceano, ai tempi nostri) sono connessi con una logicità sopraffina e con giochi registici degni della fama del proprio ideatore. Quando entriamo nel Titanic e ne esploriamo il relitto, infatti, le immagini che ci vengono riportate non sono finzione scenica, bensì realtà filmata raggiungendo livelli tecnici e di nitidezza talmente alti da far sparire addirittura la storia di contorno. Storia di contorno che ci riporta a quella fatidica notte attraverso il racconto di Rose De DeWitt Bukater, donna aristocratica interpretata in età anziana dalla leggendaria Gloria Stuart e in giovinezza dalla splendida Kate Winslet (che dopo questo film diventerà una delle attrici più brave e quotate del firmamento hollywoodiano) che, imbarcatasi insieme alla madre Ruth (un’odiosissima Frances Fisher) e al fidanzato Cal Hocley (un Billy Zane qui psicotico, nevrotico e straordinariamente in parte come poche altre volte nella sua carriera artistica) per raggiungere New York e sposarsi, troverà a bordo il vero amore negli occhioni azzurri, nel sorriso sornione e nell’animo libero e candido del ragazzo di terza classe Jack Dawson interpretato da un Leonardo Di Caprio già idolo delle ragazzine dell’epoca dopo il cult Romeo+Juliet di Baz Luhrmann del 1996. La ricostruzione visiva è stratosferica, perché gli interni del Titanic sono stati ricostruiti in un modello in scala reale (sì, avete capito bene, reale!) ancorato in una cisterna sulle spiagge del Messico di circa 37 mila metri quadrati e riempita con 76 milioni di litri d’acqua. Numeri da capogiro che fanno capire l’investimento imponente di capitali che la Twenty Century Fox fece per accontentare il proprio pupillo, un regista che difficilmente accetta di girare a basso budget. Provare per credere, visionando la regia di quattro suoi capolavori: The Abyss, già citato prima, Terminator del 1984, Aliens del 1986 e True Lies del 1994 dove gli effetti speciali e la macchina organizzativa non hanno eguali per perfezione e integrazione con la sceneggiatura. La scenografia, poi, curata da Peter Lamont, fedele collaboratore di Cameron dai tempi del sopracitato Aliens, in completa sinergia con la sartoria finemente supervisionata dalla costumista Debora Scott, contribuiscono a rendere la ricostruzione storica degli ambienti e degli abiti di prima classe elegante e satinata, più popolare e povera quella relativa ai medesimi di terza classe. A tutto questo aggiungiamo una sceneggiatura solida sia nei riferimenti reali – come l’ignorare i dispacci che preavvisavano l’incontro con gli iceberg sulla rotta designata, l’aumento della velocità concordato tra l’armatore Joseph Bruce Ismay (Jonathan Hyde) e il comandate Smith (Bernard Hill), l’incompetenza del personale di bordo nel momento di calare le scialuppe insufficienti in mare, la disparità di trattamento tra i passeggeri di prima e di seconda classe con quelli di terza al momento del salvataggio – e un cast di primo livello che, oltre ai protagonisti sopra citati, annovera tra le sue fila “caratteristi” di lusso quali Kathy Bates nei panni dell’inaffondabile Molly Brown e David Warner in quelli dello scagnozzo di Cal, Lovejoy e Bill Paxton in quelli de geologo Brock Lovett  e il capolavoro è servito. Il pathos emotivo che l’ultima ora e trenta della pellicola regala agli spettatori in sala è pura maestria e geometria del suo creatore e soprattutto colpisce al cuore perché rappresenta un punto di rottura con lo scorrere lento del racconto delle vicende personali dei protagonisti (svoltosi nelle due ore precedenti). Un’inversione di rotta bella e buona, per rimanere in tema, dove se nella prima parte la storia del Titanic fa da sfondo affacciandosi qua e là nella narrazione, nella seconda ne prende il sopravvento portandoci dentro il naufragio, correndo da prua a poppa, volando dalle scialuppe, affogando quando il transatlantico si spezza a metà inabissandosi nelle acque gelide dei mari del Nord. Riprese sincopate e mozzafiato perfettamente legate ai momenti drammatici e leggendari che hanno contribuito ad alimentare il mito del Titanic, come l’orchestra di gentiluomini che decidono di morire suonando fino in fondo per i propri passeggeri, il capitano Smith che si chiude nella propria cabina di comando attendendo il proprio destino, la mamma che fa addormentare i suoi bambini nel loro letto di terza classe narrandogli una fiaba e rendendo dolce la loro morte imminente, la coppia di borghesi abbracciati sul letto in attesa del trapasso, il suicidio dell’ufficiale di comando sopraffatto dal proprio disonore. Sono tutti momenti, questi, di alta scuola cinematografica dove, in mano a un regista qualunque, possono diventare melensi e sopra le righe, mentre nelle mani di James Cameron diventano colpi allo stomaco che contribuiscono a renderci ancora più fragili fino al drammatico finale, dove il gelo separa per sempre i destini di Jack e Rose. Destini che si incontreranno di nuovo nella stupenda, meravigliosa, commovente e soprattutto geniale scena finale della pellicola, dove l’anziana Rose, ormai giunta al termine della sua lunghissima vita, si addormenta dolcemente nel suo letto cullata da un trapasso struggente. La visione del relitto, oscuro e tetro, si illumina improvvisamente in una sovrapposizione di immagini che la riportano di nuovo lì, sul Titanic, attraversando il ponte principale e portandola nel grande salone di prima classe dove ora non ci sono soltanto i nobili e gli aristocratici passeggeri deceduti nella tragedia ad attenderla, ma anche tutti gli altri, in un Paradiso che abbatte discriminazioni e sofferenze e ci illumina col sorriso di tutti, di Rose e soprattutto di Jack che l’attende in cima alle scale ricongiungendosi finalmente col suo amore infinito. Grande cinema, grande scena, grande musica, grande potenza comunicativa. Titanic è un viaggio che se non lo si è fatto, lo si deve affrontare come tappa obbligatoria del proprio percorso cinematografico e culturale. E non lo diciamo per gli undici Oscar vinti o per i miliardi di dollari incassati nel mondo, ma solo perché abbiamo avuto il pregio di vederlo al cinema. Due volte. E con questo, credo di aver reso bene l’idea di cosa stiamo parlando.
Giorgia Amantini

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