L’equilibrio perfetto tra realtà e finzione: Gli Intoccabili

«Sa cos’è un giuramento di sangue signor Ness?. Bene. Ne ha appena fatto uno». Si chiude così uno dei discorsi più taglienti e drammatici della storia del cinema di genere. Siamo nel 1987 e Brian De Palma è all’apice della sua carriera (si pensi a successi come Vestito per uccidere del 1980, Scarface del 1983 e Omicidio a luci rosse del 1984) quando realizza l’epico Gli Intoccabili. Dosando in modo magistrale azione e racconto storico, il regista statunitense realizza un grandioso affresco di un’epoca ormai cronologicamente tanto lontana quanto ideologicamente vicina alla nostra. La morale è tutta racchiusa nel discorso che Jimmy Malone (Sean Connery) fa ad un impacciato e spaesato Eliot Ness (interpretato da Kevin Costner): la giustizia è morta e se si vuol lottare per un ideale bisogna sporcarsi le mani e la coscienza scendendo a compromessi con sé stessi. Allora ci si mette in gioco lasciando da parte le «chiacchiere e i distintivi» per mettere mano alle armi. Si prende quindi una pistola. Se l’avversario prende un coltello allora lui manderà uno dei tuoi all’ospedale, ma tu manderai uno dei suoi all’obitorio. Con questa similitudine Malone impartisce una lezione non solo logica ma anche moralmente discutibile. Una lezione che solo in una chiesa può essere svolta al cospetto di un Dio onnipresente che finge di non sentire chinando la testa dall’altra parte. Già perché quando si vuole giustizia e ci si sporca le mani si perde qualsiasi contatto con l’abisso morale che ci si pone di fronte. Meritatissimo l’oscar a Sean Connery come attore non protagonista. Lo scozzese ci regala una delle sue prove più profonde dando al suo personaggio tutta la tragicità necessaria a comprendere l’abisso morale che nasconde dentro di sé. Un uomo che ha lottato e stanco di farlo vive una semivita fino a quando qualcuno non sarà pronto a scuoterne di nuovo la dignità. Da coprotagonista Kevin Costner delinea il personaggio di Eliot Ness con misura e compostezza, identificandone le fragilità di uomo che ha ancora tutto da perdere al contrario del suo compagno di sventure. Ma la realtà che li circonda è tanto tragica che si è disposti a tutto pur di renderla più ospitale alle generazioni che verranno. Imponente, a questo punto, è l’interpretazione di un altro grande di Hollywood quale Robert De Niro che nel ruolo di Al Capone rappresenta lo speculare, la nemesi di Eliot. Se la coscienza e le mani si devono sporcare è solo perché la giustizia ha spostato il suo asse e la guerra non si fa più alla luce del sole ma nei bassifondi, nelle fogne. De Niro consegna alla storia del cinema un Al Capone drammatico e tremendo anzi potremmo definirlo grottesco in quanto artefice e vittima del suo stesso modo di pensare: «A Chicago si pratica la violenza. Bene, ma non da me e nemmeno dagli uomini che lavorano per me e sapete perché? Perché non è mai un buon affare». Ecco il concetto di amoralità secondo l’Al Capone/De Niro: è un affare come qualsiasi altra cosa che possa far guadagnare. Magari come il Baseball, che altro non è che una missione portata avanti da uomini che diventano «pedine sacrificabili di un gioco solo all’apparenza di squadra». Secondo il gangster infatti gli atleti giocano solo per il proprio piacere e non per quello degli altri, come lui non si reputa un malavitoso, ma solo un benefattore: «Alla gente piace bere! Cosa faccio di male io? Sono un uomo d’affari».
Siamo di fronte ad un vero e proprio antagonista puro. Uno di quelli che con la sola presenza riesce a reggere un’intera sceneggiatura (scritta egregiamente dal genio di David Mamet). I continui scontri di poteri tra Eliot Ness e Al Capone sono da antologia e sorretti da un’impalcatura narrativa dall’impatto potentissimo, il cui livello viene elevato dalle strepitose interpretazioni di una pletora di lodevoli caratteristi. Ritroviamo tra i coprotagonisti un ottimo Andy Garcia, perfetto nel restituire le origini italo-americane al suo George Stone/Giuseppe Petri anche grazie ai propri azzeccati tratti somatici. Lo affianca l’andatura spaesata e, solo all’apparenza, composta del suo compagno di sventure Oscar Wallace interpretato con mestiere dal sempre impagabile Charles Martin Smith (stupenda la ripresa in piano sequenza della tragica scena dell’ascensore). Infine va menzionata la potentissima interpretazione di Billy Drago il quale consegna alla storia del cinema un Foto 04Frank Nitti da antologia, capace di infondere ai propri atti violenti una stilizzazione talmente impeccabile quasi da renderli eleganti nella loro esecuzione, come d’altronde la propria morte.A dare ampio respiro all’epicità della storia c’è poi la stupenda colonna sonora composta ed eseguita da Ennio Morricone che scuote le sequenze immergendole nelle scenografie realizzate magistralmente da Hal Gausman. Stupenda la title track di apertura The Strength Of The Righteous con il suo ritmo sincopato e minaccioso contrappuntato da violini isterici e violoncelli invadenti. Sorniona e pacchiana la track Al Capone che risulta aderente al ruolo ricoperto da Robert De Niro (stupenda la scena dove il gangster scende con calma serafica l’enorme scalone del suo albergo). Infine impressionante il respiro avventuroso che ci restituisce la main theme The Untouchables che accompagna la corsa dei quattro protagonisti nelle strade di Chicago mentre entrano in azione.
Cinema storico che entra in collisione con quello avventuroso dando origine ad un genere che solo se curato egregiamente, come solo Brian De Palma sa fare, riesce a farci dimenticare che la finzione non è realtà e viceversa. Una biunivocità filmica che raramente raggiunge un equilibrio perfetto. Il cinema abita proprio qui.
 Alessandro Amantini

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