Cantami, o Diva, dell’Orrore… La Settima Musa.

Il Cinema di Jaume Balagueró è indubbiamente una produzione che ha avuto esiti altalenanti, ma possiamo tranquillamente affermare che tra gli alti di questo trend filmico, ricordiamo eccellenti lavori come i primi due REC (2007-2009) e soprattutto Fragile – A Ghost Story (2015), vero gioiello del New Ghost Horror 2.0. Il cineasta spagnolo rivolge costantemente la propria attenzione a una “terra di mezzo” cinematografica popolata dalla perdita sensoriale e privata del restante umano. Un luogo buio e minaccioso (il condominio in cui esplode l’epidemia in REC oppure il fatiscente ospedale Mercy Falls di Fragile), dove il pericolo percorre traiettorie impazzite e la filosofia del jump-scare predomina trattenendo la tensione visiva fino all’epilogo cruento e spiazzante di cui cade costantemente vittima lo stesso spettatore.
Un gioco che puntualmente si riversa anche in questa sua penultima fatica, La Settima Musa, dove però il regista ammanta la storia di un ragguardevole velo colto e antico, percepibile sin dalle sofisticate e splendide elaborazioni grafiche che accolgono i titoli di testa. Un film che sposa l’Horror più teorico, che semina le sue tracce nei testi di Dante Alighieri e John Milton,
tra cui si annidano la Poesia e l’ispirazione, figlie inconsapevoli delle Muse, esseri mitologici dal magnetico fascino intellettuale, ma anche sorta di Dee che in cambio dei loro intellettuali servigi chiedono un costoso tributo. E proprio di questo prezioso scambio Balagueró fa il nucleo narrativo attorno a cui ruota l’intera vicenda.
Vi sono sette Muse ispiratrici, ognuna delle quali ha una sua arma di seduzione e al contempo d’inganno che le permette di raggiungere il proprio terribile intento. La prima è Colei che invita la quale tesse la propria ragnatela in cui intrappola gli intellettuali, la è seconda Colei che invoca. La terza musa, una delle più crudeli, è Colei che mente, spudoratamente
pur di avere in pugno l’umano essere mentre la quarta è Colei che nasconde la realtà, cercando di ricrearne una falsa. Poi abbiamo Colei che predice gli eventi mentre alla sesta è Colei che punisce ferocemente chi non paga il proprio tributo. E la settima? La settima è la più potente, quella che col suo continuo fuggire e nascondersi tiene in vita le sue sorelle.
Lei è il loro anello debole dal momento che ne è la sorgente della vita. Ma è anche la più spietata e ingannatrice.  Ma dove è? In questo groviglio di terrore precipita Samuel Solomon (Elliot Cowan), professore universitario di letteratura in quel di Dublino, il quale rimane sconvolto dal suicidio di Beatriz (Manuela Vellés) una sua studentessa di cui è innamorato e amante.
La terribile esperienza crea una frattura nella vita dell’uomo che precipita in una spirale di alcool e droga, ma anche in un calvario che trova massima intensità nel ricorrente incubo di una donna a cui viene tagliata la gola da altre donne in abito nero. Passato un anno dall’accaduto, Samuel riesce a riprendersi anche grazie all’aiuto dell’amica e collega di lavoro Susan (Franka Potente)
con la quale arriva a scoprire che l’omicidio del sogno è un fatto accaduto realmente e che la vittima è l’italiana Lidia Garetti (Leonor Watling) uccisa nella sua casa. A questo punto il regista spagnolo prende per mano lo spettatore e lo trascina a forza in una storia impossibile e cupa dove la nobiltà dell’Arte, della Poesia e dell’ispirazione intellettuale costituiscono un unico veicolo con cui le sette dame ispiratrici irretiscono, imprigionano e portano alla pazzia gli intellettuali e gli artisti che con il loro estro inconsapevolmente le invocano.
Attorno a loro ruota un folto gruppo di adoratori, adepti di una conoscenza maligna e metafisica dove il simbolismo è pregno di sofferenza e di sangue. I due improvvisati detective, scoprono che questi sacerdoti neri sono tutti morti in circostanze violentissime, puniti dalla furia delle muse che hanno visto violato il loro segreto. Riescono a parlare con l’unico ancora in vita, anche se gravemente malato, Bernard Rauschen
Rauschen (Christopher Lloyd) il quale spiega il modo di operare delle malefiche dee, prima di venir ucciso in modo cruento nel suo letto da Colei che punisce (Yennis Cheung). Tornati sul luogo del delitto della Garetti, i due incappano in Rachel (Ana Ularu), una donna che sembra saperla lunga sul mistero che ruota attorno al delitto dell’amica. La donna uccisa era sua amica, ma era anche una musa ribelle come anche è lei.
Rachel ha la colpa di essersi innamorata (sentimento invidiato dalle sue sorelle e non permesso a loro anche a causa del ferreo comando della madre musa Jacqueline, una splendida Joanne Whalley) di un umano da cui ha avuto un figlio che viene visto come una sorta di sacrilegio dal resto delle consorelle. Inoltre sul luogo del delitto Samuel e Rachel trovano l’Imago, sorta di amuleto in grado di sovvertire il potere soprannaturale delle Muse. A caccia di questo amuleto sono anche le stesse entità che minacciano continuamente il professore
tramite un piccolo spirito maligno con sembianze di bambina, mentre riescono a rapire il figlio di Rachel ricattandola e facendola entrare in contrasto con le indagini di Samuel.  La donna ruba l’Imago, ma in contropartita confida al professore che le Muse possono essere distrutte solo tramite il Ricettacolo, oggetto dai poteri soprannaturali potentissimi. Nel frattempo la sua collega Susan viene maledetta
da Colei che punisce che la sottopone a un sortilegio che la costringe ad un terribile atto auto-cannibalico. Inizialmente Samuel e Rachel riescono a salvarla, ma la donna soccombe a causa dell’inganno perpetrato ai due protagonisti da Colei che mente (Stella McCusker) che assume momentaneamente le sembianze di Rachel per arrivare in camera della donna. A questo punto il duo allo stremo, si mette alla ricerca del arrivando così presso una struttura ospedaliera ormai dismessa, dove attraverso
un rito sacro scoprono che il Ricettacolo è lo stesso Samuel. In questo frangente Balagueró opera un colpo di coda eccezionale e sottolineando un particolare che era presente nell’incipit della pellicola, ci restituisce finalmente la settima musa.
Ella non è altro che Beatriz che avendo fatto giurare amore e vicinanza eterna a Samuel prima di suicidarsi (“Mi ami, sarai sempre con me? Voglio sentirtelo dire…”), aveva legato per sempre la sua essenza a lui. Il suicidio non è altro che la trasmigrazione dell’essere nel corpo, nel sangue e nei pensieri del professore il quale tramite l’aiuto di Rachel si taglia le vene in una vasca piena d’acqua facendo così defluire
l’essenza di Beatriz che si materializza di fronte a loro, mentre le sue sorelle arrivano a darle supporto. La neutralizzazione delle Muse sarà possibile solo attraverso l’uccisione di questa ultima sorella ormai intrappolata in un cerchio magico tracciato sul terreno. L’uccisione dolente, struggente della sua ragazza, la tanto amata donna della vita, porta Samuel a sancire la fine della congrega soprannaturale e malefica
e la salvezza del bambino di Rachel che, però, muore in quanto anch’essa facente parte del corpo unico di cui erano generate le Dee. Struttura complessa, narrazione impeccabile (splendido lo script di José Carlos Somoza coadiuvato dal montaggio di Guillermo de la Cal) e immersione visiva completa (azzeccate le scenografie di Pascalle Willame cullate dall’ottimo score elaborato da Stephen Rennicks) garantiscono la riuscita del progetto di Balagueró il quale vince una scommessa difficile,
quella di far collidere e fondere la teoria dell’Arte e della Letteratura classica con la componente orrorifica fortemente radicata alla dimensione esoterica. Un prodotto, la Settima Musa, anomalo nel panorama cinematografico di genere, che perciò non solo risulta interessante, ma anche profondamente rivoluzionario sotto il punto di vista del soggetto.
Siamo di fronte a un’opera che non disdegna la propria appartenenza all’Horror, ma ne nobilita la messinscena immergendola nel liquido denso della Cultura che ne plasma l’essenzialità e non la sopraffazione. Tutto ha un equilibrio nella pellicola del regista spagnolo e tutto trova compensazione nel non deludere i fan del genere. Dante Alighieri che apre l’incipit della lezione tenuta Samuel per voce di Beatriz, si scontra col gore del supplizio allettato di Christopher Lloyd,
mentre le citazioni colte di Milton vengono sottolineate dalla morente Susan destinata a cibarsi del proprio corpo in un tripudio carnale e spiazzante dove la delicatezza della Poesia e del cantare le lodi si macchia del nero di un sangue pesto, di un corpo martoriato dal proprio sapere fino alle estreme conseguenze. Una sorta di parabola, quella di Balagueró, di quanto sia sofferenza e fatica esercitare l’Arte e di quanto questa sia furiosa di venir spesso denigrata dal una società ormai votata all’autodistruzione dall’esasperazione narcisistica di sé stessa.
Un film che ancora una volta fa parlare il genere, non esagera e che propone una perfetta visione d’insieme dove non c’è posto per il consueto bagaglio di stereotipi banali al fine di lasciare spazio, invece, a una visione personalissima del fare Cinema. Un Cinema, quello spagnolo, che ci regala per l’ennesima volta una felice fuoriuscita dai canonici binari compartimentali. Un’operazione che sfugge a una precisa catalogazione per galvanizzare il botteghino e, al contempo, soddisfare anche i palati più fini, tra tutti quello del regista. Un’ operazione egoisticamente straordinaria che sancisce la possibile coesione tra autorialità e legge dei grandi numeri. Ad avercene.
Alessandro Amantini

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