Nelle maledette stanze. Lucky, Dark and Wicked.

Notte fonda. Un rumore sospetto. Gli occhi si aprono e nel buio la paura ti assale. Questo è l’inizio di LUCKY, uno dei numerosi film che ritroviamo nella sezione LE STANZE DI ROL ideata per il Torino Film Festival da Pier Maria Bocchi in cui il Cinema di genere si pone al servizio di una lucida, sfrenata e anticonformistica spirale filmica. A interpretare la pellicola ritroviamo una brava Brea Grant (qui anche coautrice dello script assieme alla regista e amica Natasha Kermani) nel ruolo di May la quale ha la sfortuna (a dispetto del titolo)
di ritrovarsi intrappolata in una sorta di loop temporale in cui viene costantemente aggredita da uno stalker mascherato (Hunter C. Smith) che puntualmente, dopo una feroce lotta, uccide miracolosamente. Il fatto è che dopo ogni aggressione il corpo del killer sparisce appena la donna distoglie lo sguardo da esso. Quello che spiazza è l’incipit della pellicola con il marito Ted (Dhruv Uday Singh) il quale, svegliato di notte dalla moglie impaurita, si alza con la consapevolezza che succederà ciò che poi avviene sul serio. Lui stesso “conforta” la moglie affermando che non bisogna temere nulla dal momento che il rumore notturno è dovuto a un uomo che è venuto a ucciderla come tutte le notti. Un’affermazione che inizialmente fa vacillare e raggelare anche lo spettatore il quale non trova un nesso logico a ciò che scorre sullo schermo.
La notte passa, i due coniugi sopravvissuti all’aggressione da parte del delinquente chiamano la Polizia per informarla sull’accaduto. Una squadra di tutori dell’Ordine guidata da un ufficiale, Pace (Larry Cedar), che è macchietta e al contempo avvilente idiota in grado solo di trascrivere taccuini e dire alla protagonista di stare tranquilla perché lui stesso la proteggerà con rinforzi di guardia.
I giorni passano e ogni notte, prima, e ogni giorno poi, l’assassino si fa vivo e puntualmente May lo uccide a martellate, a coltellate o gettandolo giù dalle scale di casa. Ma nulla da fare: lui è sempre lì. Al contempo sin dalla prima aggressione, la donna litiga col marito che, mostrandosi esageratamente suscettibile, arriva ad abbandonarla al suo tragico destino. L’unica a rimanerle vicino è la sorella dell’uomo, Edie (Yasmine Al-Bustami) che arriva a ospitarla per la notte.
Anche lei ha un uomo che, però, non si vede mai e ha un figlio che sembra accudire in modo estremo. Anche lei sul corpo ha segni di vita che, notati da May, ne risvegliano una momentanea presa di coscienza dell’avvilente essenza della sua vita, cosa che succede anche a Ted quando viene offeso a inizio pellicola dalla protagonista. Il film prosegue con inaudita ferocia in una progressiva rincorsa alla
sopravvivenza, con sparizione e ricomparsa continue dell’omicida e una passerella di personaggi volutamente sopra le righe (agenti di Polizia, addetti di Servizi Sociali, infermieri) che finisce per ridursi in mero frastuono nella testa di May. La sequenza diviene trasposizione dello sfinimento psico-fisico della protagonista che di fronte a tutto quel promettere e non mantenere, cerca di riprendere in mano la propria vita ritornando al lavoro e cercando di ridurre al massimo le ore di sonno per evitare l’ennesimo brutto incontro.
A questo punto la Kermani cambia registro fino ad allora utilizzato a ripetizione e passa da una dimensione intima e personale a una tragedia collettiva e spiazzante. Galeotto diviene il garage sottostante gli uffici di lavoro della ragazza, dove mentre sta per uccidere con l’auto l’ennesimo serial killer ripresentatosi, si accorge che tutte le sue colleghe, ma non solo, sono alle prese con questo problema.
Alcune di loro muoiono, soccombono all’impeto feroce dello stesso uomo mascherato. La pellicola finalmente esplode imbrattando l’ambient di una metafora allucinata e potente dove le cromature rosse cupe fanno da filtro a una realtà che si sovrappone all’attuale, dove non c’è spazio per la salvezza se non solo contando sulla propria forza, sulla propria ostinazione nel voler vivere all’assalto di una legione di cloni violenti.
May riesce a uccidere in modo definitivo l’uomo e togliendogli la maschera scopre nel suo viso tutti i volti dei protagonisti della pellicola che si susseguono in una continua tecnica morphing. Accusata di non aver dato precisa dimensione alla trattazione, creando un vuoto di comprensione, la pellicola della Kermani è stata molto denigrata da parte di critica, mentre ha trovato galvanizzazione nel saluto felice che molte associazioni contro la violenza sulle donne le hanno rivolto.
Una volta tanto l’Horror diviene trattazione sociale, talmente profonda da divenirne quasi sperimentazione. Lo Slasher Movie incontra la morale del Genere e da questo felice connubio ne scaturisce un’inversione di marcia riguardo la solita cornice misogina e al contempo una allegoria sulla difesa dei diritti della donna.
La sequenza collettiva finale è d’impatto, è ansiogena e materializza alla perfezione lo stato d’animo di chi si sente braccato, non tutelato e può far affidamento solo sulle proprie forze. In questo caso è la donna l’oggetto del desiderio violento, sfacciato quasi ufficializzato da una società impotente nel renderle giustizia nel proprio ruolo sociale, paradossalmente letargica di fronte la violenza che scorre continua e inesorabile.
LUCKY fa male e affonda il coltello in una piaga che, nonostante i tentativi di farci credere che le cose stiano cambiando, rimane aperta e dolente. La cineasta predilige la semplicità, una dimensione sentimentale quasi asettica a cui il montaggio elaborato da Chris Willett rende senso compiuto con una progressione di tagli secca e ruvida. Le morti del killer sono violente quasi ad esorcizzare il dolore provato dalla donna, quasi a dare alla violenza un posto che si merita ovvero quello del colpevole che la genera.
La pellicola è un loop che tende a chiudersi logicamente su sé stesso, dove il carnefice è fautore della propria fine e del proprio ritorno e così continuando all’infinito fino a quando un finale di riconciliazione familiare immerge la visione in una indeterminatezza che non trova nessun appiglio e nessuna risposta. Secondo chi scrive il film è molto avanti e nonostante ciò, andrebbe proiettato nelle scuole accompagnato da corposi focus riguardo il tema trattato.
LUCKY è complesso, non alla portata di tutti e soprattutto può essere apprezzato solo se ci si spoglia dell’attesa di vedere un film Horror, un film violento e ipercinetico, caratteristiche queste tipiche dell’attuale desolante panorama di un Cinema pesato un tanto al chilo. Il film del Kermani si affaccia in queste maledette stanze di Rol accanto a un’atra felice scoperta. Stiamo parlando del ritorno (e che ritorno!) del bravo Bryan Bertino. Il regista statunitense ripropone il suo talentuoso “metodo”, già espresso a pieno  con lo splendido The Strangers (2008) e con lo script del seguito The Strangers: Prey At The Night pervenuto a dieci anni di distanza dal primo capitolo, per regalarci un nuovo incubo a occhi aperti. Stiamo parlando di The Dark and The Wicked (2020).
La pellicola riprende l’elementarità strutturale tipica della produzione del cineasta e la rigenera nella dimensione esoterica con una coppia di fratelli, Luise e Michael Straker (al secolo Marin Ireland e Michael Abbott Jr.), che abbandona la quotidianità per andare a trovare il padre morente David (Michael Zagst) il quale vive solo con la moglie e una badante in uno sperduto casolare di montagna.
Ancora una coppia, stavolta fratello e sorella, con i propri demoni personali sulle spalle puntualmente lasciati in lontananza in difesa di una sorta di riconciliazione familiare che a differenza della coppia di The Strangers, riguarda la consanguineità, la propria origine. I due protagonisti vengono a trovarsi di fronte a un ambiente ostile sia riguardo le condizioni di vita, sia riguardo un terribile cambiamento riscontrato nella personalità della madre Virginia (Julie Oliver-Touchstone) la quale continua a rimproverarli di essere pervenuti.
Il “non dovevate venire” dell’anziana donna diviene leit motiv di puro terrore, una frase che riecheggia nelle stanze del casolare anche quando la donna muore suicida dopo un terribile e cruento calvario casalingo (tremenda la scena delle dita affettate). A questo punto Bertino sciorina tutto il suo miglior repertorio con una visione che mette veramente i brividi, complice lo splendido lavoro sul montaggio eseguito da William Boodell e Zachary Weintraub che culla in modo appropriato la classica struttura jump-scare  la cui componente tensiva viene
elevata all’ennesima potenza (agghiacciante la sequenza del padre malato posseduto che si avvicina alla doccia del bagno). A dare man forte alla visione ritroviamo anche l’ottimo score realizzato da Tom Schraeder che risulta malvagio quanto basta a far percepire lo stato di alterazione percettiva che progressivamente prende forma nella storia sottoforma di apparizioni (tra tutte va menzionata l’inquietante figura del prete interpretato dal bravissimo Xander Berkeley) .
Ma Bertino sa lavorarsi addosso e riesce, con pura maestria, a farci vivere la casa in tutte le sue forme, in tutti i suoi pertugi anche lì dove risulta deformata dal mistico e dal malvagio. Questo è possibile anche grazie alla simbiosi tra la ripresa del cineasta e il grande lavoro sulla fotografia da parte del talentuoso Tristan Nyby il quale pulisce il buio e lo rende nitido, garantendo allo spettatore il prezzo del biglietto.
Ciò che si acquista, si consuma. Questo sembra dettare la collaborazione tra Bertino e Nyby i quali sezionano chirurgicamente ogni particolare, ogni frame in modo che la visione sia completa, padrona di sé stessa e della mente dello spettatore che viene chiamato a rivestire il ruolo di vittima inconsapevole. La storia di maledizione, di spiriti e dicerie,
di terribili accadimenti e di esplosioni di violenza inaudita (eccezionalmente gore la scena del suicidio della badante per mezzo di un ferro per uncinetto) ribadisce una progressiva rincorsa verso il nulla più buio, più desolante il cui finale per nulla consolatorio (chi conosce la produzione del regista sa che non è uno di quelli) è degno del miglior Aldilà fulciano. Ma se per Fulci, l’afflato infernale risulta essere vera chiusura di un lungo discorso, Bertino taglia di netto e il titolo di coda arriva a sigillare un’opera che lascia spiazzati.
Una voluta fretta di chiudere il poema oscuro scritto con cui si ribadisce la futilità dell’essere umano di fronte a forze oscure e superiori (estremamente malvagio e beffardo il destino di Michael, fratello “traditore e vigliacco”). Bertino colpisce ancora allo stomaco e fa pienamente centro, regalandoci un nuovo piccolo gioiello di puro terrore.
Una nuova, piccola fiaba nera dove le strade si cancellano al passaggio di chi le percorre, mentre nessuno è al sicuro, dove niente è come sembra. Dove, insomma, c’è il cinema di Bryan Bertino. Applausi.
Alessandro Amantini

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