Finché c’è morte c’è speranza! Il dittico AUGURI PER LA TUA MORTE.

Vivi come se fosse l’ultimo giorno e muori come se fosse la prima volta. Praticamente questo è il nucleo logico del soggetto e dello script realizzati a quattro mani dal regista Christopher Landon e dal suo collaboratore Scott Lobdell per il dittico Auguri Per La Tua Morte (2017-2019). Ma chi pensa che il progetto si risolva tutto qui, sbaglia di grosso. Complice l’egida produttiva e, come al solito intuitiva, di Jason Blum, ancora una volta l’Horror si trasforma, trasfigura, riformula e rigenera in una dimensione di puro caos.

La stessa Universal Pictures ha menzionato lo splendido Ricomincio Da Capo (1993) di Ramis come pellicola d’ispirazione affermando di averlo fatto collidere con lo stile dello Scream craveniano, ma possiamo tranquillamente affermare che non è così. Il progetto, infatti, riguardo a Ricomincio da Capo ne prende abbondantemente le distanze riuscendo a dar vita a qualcosa di veramente originale che usa l’Horror solo in modo marginale, quasi a mo’ di cornice senza mai farne vera materia di trattazione e soprattutto di destrutturazione, come anche riguardo la saga di Scream con cui Craven prendeva coscienza della morte cronologica di un genere ormai esangue.
Auguri Per La Tua Morte (2017), primo film del dittico, ha il pregio di prendere a prestito dal Cinema Horror solo quelli che sono gli stereotipi Slasher relegandoli a semplice innesco di effetti causa-conseguenza che danno vita a una fortissima contaminazione tra generi. Coloro che si aspettano un film puramente Gore rimangono fortemente delusi, dal momento che Landon e Lobdell fanno collidere lo humor nerissimo
all’origine della vicenda (e già palese dal titolo stesso) con un tripudio di situazioni al limite dello Slapstick in cui il corpo assurge a catalizzatore di cause e conseguenze con le sue mille interazioni con la morte, sempre presente e sempre più virata verso il paradosso. La vicenda ruota attorno al terribile loop spazio-temporale in cui è intrappolata la consorella di un college statunitense
Theresa “Tree” Gelbman (una strepitosa Jessica Rothe) costretta a risvegliarsi ogni volta nel letto del dormitorio della matricola Carter Davis (Israel Broussard) il quale ha il merito di averla salvata la sera prima da una sbronza che poteva degenerare in qualcosa di più serio. Il primo risveglio sembra quasi un semplice inizio giornata con tanto di sbornia e gran mal di testa da curare con analgesici,
ma col proseguire delle ore la situazione precipita, quando Theresa viene accoltellata in un sottopassaggio da un maniaco mascherato con il simbolo d’infante, mascotte della squadra di pallacanestro del liceo. Il fendente inferto la uccide provocandone un nuovo risveglio nel letto di Carter per ricominciare di nuovo la stessa giornata che coincide con il compleanno della ragazza.
L’unica a preservare memoria dell’accaduto è lei, mentre al suo risveglio la giornata inizia come se tutto non fosse mai successo e anche il suo solito “compagno di risveglio” non ricorda nulla se non del salvataggio effettuato nei confronti della ragazza la sera prima. La prima mezz’ora del film si trascina inanellando più volte le stesse azioni con la ragazza che arriva sull’orlo di una crisi nervosa, la stessa a cui viene condotto lo spettatore passivo destinatario dello spiazzamento percettivo provocato.
Ma è proprio questo che Landon vuole: creare nella visione una frattura, quasi un meta-cinema parallelo, non propriamente calato nel suo senso più compiuto. Ma c’è qualcosa che le azioni reiterate della ragazza creano in modo progressivo, di cui sia lei che lo spettatore si accorgono. A ogni morte vi è un ulteriore presa di coscienza degli sbagli compiuti, di un discorso che, a forza di riassumersi, evidenzia le proprie crepe.
La ragazza si rende conto che il suo modo di essere, di trattare il prossimo, di gestire la sua vita come un’eterna vamp da quattro soldi nascondono solo il tentativo (invano) di fuggire dai dolori che la vita le ha riservato. Tra questi la morte della madre (Missy Yager) che arriva a segnarla profondamente , a tal punto di non volersi confrontare con il padre David (Jason Bayle) per non dover reggere il sentimento di
angoscia che la sua situazione di vedovanza le trasmette. Bisogna sottolineare, in questo frangente, l’alto livello della performance della Rothe che riesce non solo a passare con spaventosa disinvoltura da una forma briosa al dolore più lacerante, ma riesce a trasmettere quest’ultimo anche allo spettatore a tal punto che quasi sembra che la pellicola subisca una frattura nel genere.
Complice di questa riuscita dicotomia sensoriale è anche il perfetto score realizzato dal navigato Julian “Bear” McCreary che entra come un fulmine a ciel sereno nella situazione di turno amplificandone lo spessore emotivo. Tutto sembra, poi, di colpo tornare al movimento, alla forsennata rincorsa al colpevole e soprattutto verso la ricerca di un perché stia succedendo ciò.
Si ride di gusto tra isterismi da paradosso temporale e rivoluzioni di comportamento anti conformista (esilarante lo scontro con la capo-consorella Danielle Bouseman , una Rachel Lynn Matthews al limite del patologico). Il tutto inserito come nucleo attorno a cui ruota la vicenda del pericoloso serial killer mascherato John Tombs (Rob Mello) che in un crescente  essere o non essere  “ospedaliero” porta la protagonista verso uno spiazzante finale in cui la verità è tanto tale da essere smentita.
Sì proprio così, da essere smentita. Cosa a cui concorre l’entrata a gamba tesa del secondo capitolo Ancora Auguri Per La Tua Morte (2019). Landon sposta la macchina da presa al di fuori della stanza del risveglio di Theresa e punta l’obiettivo dall’altra parte della porta. Una porta che verso la fine del primo capitolo viene aperta in modo ossessivo dal biondo orientale Ryan Phan (Phi Vu) il quale viene puntualmente mandato a dormire in auto dal suo compagno di stanza Carter al fine di amoreggiare con Theresa divenuta ormai la sua ragazza. Il ragazzo inizialmente subisce lo stesso processo di nevrosi a cui era stata sottoposta la ragazza nel primo capitolo a causa dello stesso loop spazio temporale che stavolta colpisce lui.
Ma alla sua entrata nella stanza dei due novelli fidanzati, lui racconta tutto e Theresa, che dal primo film preserva la memoria dell’accaduto, comprende che il ragazzo sta attraversando il suo stesso calvario. Siamo proiettati il giorno dopo il compleanno di Theresa e finalmente la ragazza comprende che il loop viene creato dal malfunzionamento di una macchina realizzata dallo stesso Ryan con gli amici
Samar Ghosh (Suraj Sharma) e Dre Morgan (Sarah Yarkin), in grado di assorbire energia dall’ambiente circostante (trovano, quindi, spiegazione anche i continui blackout che si presentano nelle stanze del college nel primo capitolo) distorcendolo e creando delle dimensioni parallele. I ragazzi increduli, decidono comunque di aiutare Theresa e Ryan, ma l’intervento dello strampalato preside della facoltà Dean Bronson (Steve Zissis) manda a monte il tentativo di chiudere il loop provocando una sorta di implosione che scaraventa tutti i ragazzi in una serie di diverse dimensioni parallele che però sono relative allo stesso lasso di tempo.
A questo punto il regista con continui colpi di coda (il maniaco che inizialmente ritorna a uccidere Ryan non è altro che lui stesso venuto da una dimensione parallela per chiudere il loop mentre in ospedale il vero maniaco non è più liberato dalla ex amica di Theresa, Lori Spengler interpretata da Ruby Modine) gestisce la materia con grande padronanza e riprende in mano la vita
di Theresa usandola come cerniera risolutiva delle diverse realtà parallele che delineano difficoltà e drammi enormi. Se da una parte in una di queste dimensioni Carter è fidanzato con la squinternata capo consorella Danielle, dall’altra Theresa riesce a rivedere la defunta madre che non è più tale. A questo punto la protagonista si ritrova di fronte a una lacerante scelta: ritornare nella dimensione dove la sua vita è con Carter o restare in quella dove lo perde per sempre al fine di poter far vivere la madre.
Il regista imbastisce una storia molto dolorosa che trova l’apice nello struggente incontro tra Theresa e la madre. Sarà proprio quest’ultima a farle comprendere come le scelte vanno prese col cuore, ma soprattutto sarà proprio la ragazza a vedere la dimensione come una sorta di vita che non ha mai vissuto, perché la madre non è mai sopravvissuta nella sua vera esistenza. Tutto è un futile gioco d’illusioni dettato dal coincidere o collidere delle dimensioni che fanno vivere vite non proprie anche se riguardanti i propri sentimenti.
Un discorso che trova attimi di respiro nelle divertenti trovate di script. Tra tutte, da mandare a memoria quella dei vari suicidi a cui Theresa si sottopone per ricominciare sempre da capo la giornata e far guadagnare tempo ai tre giovani scienziati nel formulare la chiusura del loop creato dalla loro invenzione. La fine del film è un caleidoscopio di situazioni che ormai non hanno più nulla a che fare con l’Horror, né con il dramma.
Si assiste a una miscela Sci-Fi con tanto di soluzione da dramma New Age. Un colpo di coda che detta la regola del caos con allieve finto-cieche che ingannano presidi che fanno l’uncinetto nel loro ufficio, collegiali con ormoni sempre pronti a saltare fuori e un tocco di azione tutto ospedaliero. Alla fine ogni cosa torna al suo posto, ma è solo la fine di una giostra impazzita che mai ci si aspetta di vedere durante i titoli di testa del primo capitolo del dittico filmico.
C’è da dire che il progetto trasuda passione e rappresenta una boccata di aria fresca nel panorama teen-movie di questi ultimi anni. Un’operazione per famiglie che ama prendersi sul serio ma mai fino in fondo, che fa male quanto basta e diverte quanto serve senza esagerare mai, tenendo in perfetto equilibrio tutti gli elementi dei diversi generi in essa miscelati.
Il regista e lo sceneggiatore hanno le idee chiare e lo dimostrano, partorendo una loro particolare rilettura di Ritorno Al Futuro (1986), in salsa Camp. Da molto tempo si vocifera di un terzo capitolo. Secondo chi scrive questi due primi segmenti hanno dato il massimo e non lasciano spazio a eventuali divagazioni sul tema.
Salvo uno script da manuale, lasciar riposare in pace gli auguri per far sì che la morte resti dove è… cioè da nessuna parte. Applausi comunque all’operato.
Alessandro Amantini.

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