Tempus fugit. L’OLD di Shyamalan.

Diciamolo pure, senza incappare in nessuno sbaglio: a noi M. Night Shyamalan ci piace. Forse perché come regista ha saputo rappresentare, tra alti e bassi, meglio di molti altri suoi colleghi, una dimensione filmica ibrida, sempre in funambolico equilibro tra un genere e l’altro. La contaminazione nei suoi progetti è il nucleo attorno a cui ruotano tutte le vicende che ci ha narrato finora. Tralasciando le incursioni supereroiche, non mali tra l’altro, dell’ultima trilogia Unbreakable /Split/Glass (2000-2019), il regista indiano riesce sempre a stupire con una composizione visiva viscerale e intensa prediligendo narrazioni che si prendono i loro tempi fregandosene dell’ipercinetica dimensione cinematografica ormai eletta quasi a dogma 2.0.
Le sue pellicole sono viaggi allucinati nel dolore e nella sofferenza dell’uomo (su tutti il suo The Sixth Sense – Il sesto senso del 1999), ma anche dure riflessioni su quanto quest’ultimo sia la causa dei mali del mondo che lo ospita (E  venne il giorno del 2008). E quando l’emergenza sanitaria irrompe nel nostro quotidiano creando una scenografia naturale e cupa,
il 2021 diviene per il cineasta terreno fertile per darvi un senso, anzi un controsenso, una cura. Nasce così, direttamente per lo streaming, il suo OLD, sorta di apologo morale sulla infame ascesa di una scienza che in nome della ricerca cade costantemente nel peccato etico e morale più profondo. Con OLD Shyamalan azzera il buio caratteristico dei precedenti lavori e porta la paura alla luce del giorno, su spiagge da sogno e sogni di libertà e di riparazione di sbagli.
Storie come quelle del gruppo di turisti protagonisti, in vacanza ai tropici, dove sono tutti ospiti di un resort di lusso il cui bizzarro amministratore (Gustaf Hammarsten), accompagnato da un disubbidiente nipotino, li introduce alla ritualità mondana del luogo. Le sequenze si muovono da subito con un ritmo spezzato, sincopato (buono il lavoro sul montaggio da parte di Brett M. Reed) che ben si coniuga con l’esigenza di un parallelismo narrativo che introduce le vicissitudini dei diversi nuclei familiari.
Abbiamo quindi i coniugi Cappa ovvero Guy (Gael García Bernal) e Prisca (Vicky Krieps), con al seguito i due figli Trent di 6 anni e Maddox (Alexa Swinton) di 11 i quali sono in procinto di divorzio. Al resort conoscono progressivamente il medico chirurgo Charles (Rufus Sewell) con la sua anziana madre Agnes (Kathleen Chalfant) e sua moglie Chrystal  (Abbey Lee)  fissata con le diete con cui assilla la loro unica bambina Kara di 6 anni ( Kyle Bailey).
Al gruppo si unisce presto la coppia formata da Jarin (Ken Leung) e Patricia (Nikki Amuka-Bird), quest’ultima psicologa affetta da attacchi di epilessia. La festa impazza, il cibo abbonda e il sogno sembra prendere forma di fronte alla m.d.p. di un cineasta che ci ha sempre abituati a cogliere ciò che impercettibilmente è tra le righe di una narrazione apparentemente sopra di esse.
C’è qualcosa che non torna nell’ospitalità del personale, nell’attenzione estrema rivolta allo status della persona, al cocktail personalizzato per ogni cliente. Un regno che trova il suo ultimo anello di catena operativa nello stesso regista che per l’occorrenza si ritaglia il ruolo di autista del resort, sorta di moderno Caronte che traghetta l’allegro gruppo verso un atollo incontaminato riservato dall’amministratore solo alle persone “speciali” come loro.
Un atollo dove la mano dell’uomo non è arrivata, incontaminato, quasi asettico alla naturale presenza di vita. Una volta arrivati sul luogo, i convenuti cominciano ad apprezzare la bellezza del paradiso naturale (eccezionale la fotografia di Mike Gioulakis) e ne colgono l’immensa distesa marina quasi a perdersi in essa. A questo punto il regista spezza il fiato della visione che fino ad allora è stato inebriato da tanta bellezza e comincia a disseminare
allarmanti indizi che man mano vanno a comporre un mosaico complesso e inspiegabile. Forte del suo bagaglio professionale Shyamalan intontisce letteralmente lo spettatore adottando un metro stilistico preciso che trova nella manipolazione audio la sfera di azione per creare una progressiva alterazione percettiva. Distorsioni sonore, improvvisi vuoti spazio-temporali e personaggi improvvisati e inattendibili (come il Kevin/Sedan interpretato da Aaron Pierre, il quale si trova lì da prima dell’arrivo dei protagonisti) sono la materializzazione di un incubo che assale lo sparuto gruppo di turisti.
Tutto l’entusiasmo e tutte le speranze di eventuali riconciliazioni familiari precipitano in un baratro temporale che risucchia qualsiasi forma di vita nel suo scorrere. Il “vecchio”, inteso come progressiva caducità biologica e quindi fisica si materializza nello scorrere del tempo all’ennesima potenza eliminando il senso della crescita, della maturazione e deflagrando il senso stesso di morte come fine di qualcosa che dovrebbe essere la vita, ma che non lo è più.
Ogni malattia, ogni stadio di crescita biologica viene accelerato in modo forsennato da una forza sprigionata dall’atollo stesso che, come una sorta di cappa sensoriale, intrappola gli ospiti stordendoli. Tutto ciò comporta inizialmente lo smarrimento dei protagonisti che trasfigura, poi, in atti violenti e spiazzanti colpi di scena che travolgono soprattutto i giovanissimi portandoli difronte alla forzata maturità e alla dismissione di tuti i loro sogni.
Finirà in tragedia con una scoperta sconvolgente e un discorso sui massimi sistemi etici che muovono non solo la scienza, ma anche le coscienze degli uomini. Shyamalan prosegue nella sua personalissima ricerca dell’origine della primordiale essenza della vita, della sua preservazione e ne mette in evidenza tutte le contraddizioni creando quasi un loop causa-effetto che trova nella amoralità il proprio fulcro rotativo.
OLD è complesso, splendido nel forgiare lo scettro dell’ipocrisia brandito il più delle volte dalla ricerca scientifica. L’atollo come se fosse una sorta di brevetto naturale, che una volta depositato t’impacchetta e ti vende al miglior offerente. E chi non può permettersi l’acquisto? Lascia il tempo che trova, che sfugge. In fin dei conti siamo tutti di passaggio su questa Terra o no?
Alessandro Amantini

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