“Pensieri e parole”: due chiacchiere con Marco Fortino.

Tra i giovani autori emergenti che ho letto e conosciuto in questo periodo, ho avuto la fortuna di incontrare per caso sui social Marco Fortino, un ragazzo che, sia umanamente che letterariamente, riesce a esprimere sé stesso attraverso una concezione filosofica propria, ma che tutti potremmo fare anche nostra, vista la sua profonda attualità.

G: Benvenuto sul nostro blog, Marco e grazie per aver accettato di fare due chiacchiere con noi. Innanzitutto, parlaci un po’di te e raccontaci com’è nato il tuo amore per la scrittura.
M: Buongiorno Giorgia, grazie a te per l’opportunità di questa intervista. Riassumendo la mia storia in poche parole, posso dirti che sono nato e risiedo nella provincia di Parma, che lavoro con i numeri e che esprimo me stesso scrivendo. Questi ultimi due aspetti, apparentemente contrapposti tra loro, credo siano il maggior fattore di equilibrio nella mia vita, un indispensabile bilanciamento tra razionalità e creatività.  La passione per la scrittura è stata una conseguenza al mio amore per la lettura. Non ricordo quando ho letto il mio primo libro, ma il desiderio di scrivere è stato un passaggio naturale avvenuto pochi anni dopo.

G: Io ho avuto il piacere di “scoprirti” attraverso un tuo racconto, “Alena”, disponibile anche su You Tube sottoforma di audio libro. Come sai, l’ho trovato molto bello e profondo, ma ora vorrei che di “Alena” ce ne parlassi tu. Com’è nata l’idea di scriverlo, che cosa ti ha ispirato e, soprattutto, che cosa ti ha lasciato dentro metterlo su carta.
M: Alena è un racconto cronologicamente intermedio nell’insieme di quelli presenti nella raccolta “Soli e Imperfetti”, ma quando ho iniziato a scriverlo credevo sarebbe stato un romanzo a sé, ed in effetti è il racconto più lungo del libro. Come mi è capitato spesso, ho iniziato a scrivere le prime righe senza sapere con precisione quale storia avessi in mente, spinto in questo caso da una colonna sonora perfetta, il brano strumentale “Aphasia” degli Europe. Ero a casa, stavo ascoltando quella canzone e mi è venuta voglia di provare a tramutare in parole le emozioni che provavo. Dopo aver scritto la sequenza iniziale dell’arrivo del protagonista dal deserto, circa 3 pagine di fogli A4 interamente realizzati con in sottofondo il brano che girava in loop, ho capito che la storia avrebbe potuto rappresentare la metafora dell’inseguimento di un’utopia, che nel racconto è la ricerca dell’amore, ma che può essere un concetto allargato a qualsiasi obiettivo eccessivamente idealizzato. Nella prima bozza, la donna perfetta si chiamava appunto Aphasia, ma siccome l’afasia è una malattia, non volevo che ciò potesse trarre in inganno i lettori. Ho quindi pensato a un titolo alternativo, alla fine ho scelto Alena, che era il nome dato dai miei vicini di casa alla loro figlia appena nata. Nonostante la vicinanza, non ho mai visto quella bambina e trovo che quest’aspetto di mistero sia perfetto in una storia che parla di utopie. Un ultimo aneddoto che posso raccontarti è che l’afasia non è completamente scomparsa dal libro, in quanto mi ha poi ispirato un altro racconto, “La Nuova Lingua”. Cosa mi ha lasciato mettere su carta “Alena”? Come tutto quello che ho scritto nella mia vita, un senso di compiutezza e soddisfazione.

G: Alena è incluso nel tuo libro Soli imperfetti, una raccolta di racconti che molto presto leggerò. Parlaci dell’opera. Perché Soli e imperfetti? Qual è, se esiste, il filo conduttore di tutta la narrazione e quali sono, invece, gli elementi di differenziazione tra un testo e l’altro?

M: Il filo conduttore, come espressamente indicato nel titolo, è appunto la solitudine dei personaggi che popolano i racconti. Non si tratta sempre di una solitudine effettiva, ma più spesso di una solitudine interiore che li porta a cercare in qualche modo se stessi oppure a compiere gesti sconsiderati. L’imperfezione del titolo è poi un’altra caratteristica non solo dei protagonisti del libro, ma del genere umano nella sua totalità. Per quanto riguarda la differenziazione, sicuramente è nei generi e nello stile narrativo. Ho cercato di alternare generi diversi da racconto a racconto: c’è dramma, fantasy, horror, fantascienza… Ho variato anche i modi in cui vengono narrate le storie: in prima persona, in terza, al passato ed in tempo reale, in un caso anche sviluppandone una a ritroso. Tutto questo, però, non deve far pensare ad un’opera disomogenea, anzi: ho cercato di non perdere mai il filo conduttore, di dare continuità all’idea iniziale del libro, credo che alla fine il risultato da questo punto di vista sia stato raggiunto.

G: Oltre a essere uno scrittore emergente, sei anche un concentrato di riflessioni che ho avuto il piacere di leggere. Prima di approfondirne alcune, come nascono questi momenti? Cosa porta la tua mente e il tuo spirito a intraprendere un viaggio introspettivo con te stesso e i tuoi lettori?
M: Potrei risponderti semplicemente che mi piace scrivere, pertanto cerco di farlo non solo per inventarmi storie, ma anche per esprimere dei concetti in maniera più diretta e sintetica. Tempo fa avevo aperto un blog e l’idea era quella di condividere con altri delle riflessioni su tematiche un po’ più ampie e filosofiche di quelle “terra terra” che normalmente popolano la rete. Siccome i tempi cambiano e con essi anche il web, il blog è stato oggi sostituito da un sito internet più statico e le riflessioni le pubblico in anteprima ogni Venerdì sera sui due social network su cui sono presente, Instagram e Facebook, per poi riportarle anche sul sito come archivio per futuri visitatori.

G: “Se seguire dei modelli è per me fonte di infelicità, sentirmi consapevole di quello che sono riesce a donarmi un senso di benessere insuperabile. Dunque, introspezione al posto di una superficiale ricerca di umano successo. Una filosofia da perdenti? Sì. E me ne compiaccio”.
Questa riflessione è molto importante, soprattutto nella società contemporanea dove gli stereotipi, molto spesso, vengono presi ad esempio, mentre l’essere sé stessi significa, appunto, essere perdenti perché non omologati. Come si può far capire che non è questo concetto, ma il suo esatto contrario a dover essere preso in considerazione affinché tutti possano almeno sviluppare una propria identità intellettuale, umana, sociale?
M: Mi metti in difficoltà con questa domanda. Non mi sono mai posto il problema di come sia possibile far cambiare le singole persone, meno che mai le masse di persone, per il semplice motivo che non mi piace e non credo di averne il diritto. Io metto a disposizione di altri i miei pensieri ed ognuno può farne l’uso che ritiene più opportuno, sicuramente se un mio lettore arrivasse a porsi delle domande esistenziali grazie ad un mio scritto, sarebbe per me un successo. Ma credo che per cambiare la mentalità di miliardi di esseri umani non bastino belle parole e buona volontà, bisognerebbe stravolgere un intero sistema. È un discorso che non si può sintetizzare in poche parole e che mi sentirei anche un po’ presuntuoso ad affrontare da solo, di tuttologi in rete ce ne sono già troppi.

G: Ma tu non sei un tuttologo, per fortuna e quindi la tua risposta ci va bene così com’è, sincera e molto onesta. In un’altra tua riflessione, parli, invece, di improvvisazione. Non bisogna vincolarsi soltanto a schemi mentali troppo rigidi. Parlaci di come potremmo riuscire a conciliare la nostra impostazione razionale con quella istintiva.
M: Confermo, non bisogna essere eccessivamente vincolati agli schemi, ma è vero anche il contrario, non si può neppure lasciare che la creatività sia troppo “sciolta”, altrimenti il risultato sarà un caos indecifrabile. I migliori risultati si raggiungono in un delicato equilibrio tra tecnica e istinto, per conciliare questi due aspetti serve solo una cosa: allenamento. Tutto si può imparare, anche a bilanciarsi in questo senso.

G: “Gli opinionisti che infestano i media suggeriscono continuamente le loro interpretazioni su ogni argomento, finendo per ammazzare il senso critico e impedire ogni tipo di pensiero autonomo. Il rimedio? Informatevi, ma tra una notizia e l’altra trovate il tempo di scollegarvi dall’attualità e fatevi ispirare da chi, come ad esempio Orwell, non si è limitato a suggerire le risposte, ma ha provato ad insegnare a formare un pensiero libero”.
Questa è un’altra riflessione che mi ha colpito molto, la tua “Indiginformazione”, che nel periodo storico che stiamo vivendo è più attuale che mai. In un momento come questo, infatti, dove l’emergenza sanitaria in atto ha moltiplicato le presenze digitali sui social e sui mass media (le fonti di informazione, virtuali o meno), secondo te, come è possibile venir fuori da un accumulo seriale di notizie, selezionando soltanto quelle davvero utili, non lasciandoci veicolare dalla confusione generale che sta destabilizzando il nostro modo di percepire ed elaborare le informazioni stesse onorando al meglio quanto Orwell medesimo ci ha insegnato?
M: Non è semplice. Anche in questo caso è prima di tutto una questione di equilibrio, si tratta di non fare indigestione di informazione, senza però restarne completamente digiuni. Soprattutto, è necessario sviluppare un senso critico, saper filtrare le informazioni “buone” da quelle inutili o addirittura nocive. Ho citato Orwell perché ritengo che la lettura dei suoi due capolavori, 1984 e La Fattoria degli Animali, sia già un buon esercizio per il cervello. Ma ovviamente non ci si può fermare qui, la regola dovrebbe essere quella di perdere meno tempo con l’attualità, con la cronaca in particolar modo, e dedicarsi a letture o ascolti mentalmente più formativi. L’ignoranza è terreno fertile per una certa informazione, e siccome nutro forti dubbi in merito all’etica di gran parte del mondo giornalistico, credo che la conoscenza e il senso critico si possano acquisire solo con impegno personale, non certo passivamente bevendoci tutto quello che ci passano i media. Lasciami però concludere con un pensiero: se tutto quello che ho appena detto portasse le persone a sposare il famigerato complottismo, allora sarei davvero un fallimento come scrittore e “pensatore”. Stimolare la gente a sviluppare senso critico non significa spingerli verso qualunque idiozia alternativa si legga in rete.

G: Su questo, non c’è ombra di dubbio e concordo pienamente con te. Fuori dal tuo mondo legato alla scrittura e alle tue riflessioni, quali altre passioni coltivi?
M: Tre cose in particolar modo: lo sport, l’informatica e la musica.  In merito al primo, sono un appassionato di corsa, prima che la pandemia bloccasse tutte le gare stavo preparando una maratona. Correre mi da un senso di liberazione fisica e mentale, ma più in generale il benessere fisico che mi restituisce lo sport lo ritengo indispensabile anche per la salute psichica. Per quanto riguarda l’informatica, è una mia seconda passione da sempre e mi ha aiutato anche nelle attività di promozione al libro, ad esempio il sito internet me lo sono fatto da solo. Infine, la musica: non suono, ma ne ascolto in quantità industriali, di tutti i generi, anche se il mio preferito è da sempre il metal. Ah, dimenticavo, sono anche un appassionato di videogiochi d’epoca, retrogaming. Una passione da nerd!

G: Hai detto che hai a che fare con i numeri, nella tua vita. In che modo riesci a conciliare la tua attitudine professionale con quella letteraria?
M: In una domanda che mi hai fatto in precedenza, mi chiedevi come bilanciare istinto e razionalità e ti ho risposto che serve allenamento. Ecco, nel mio caso l’allenamento migliore è stato il mio lavoro: mi occupo di gestione finanziaria/amministrativa e di analisi, quanto di più razionale e concreto esista. Quando ho iniziato questa professione, avevo già da anni la passione per la scrittura, possedevo una creatività senza regole che non mi portava a concludere nulla. Imparare a far bene il mio lavoro è stato il miglior modo per iniziare ad essere più concreto anche come scrittore. Sono molto soddisfatto di come due aspetti così differenti si siano sposati perfettamente nella mia vita.

G: Dopo Soli e imperfetti hai qualche altro progetto letterario nel cassetto?
M: In teoria avrei un romanzo già pronto, scritto precedentemente a Soli e Imperfetti, ma non so se lo pubblicherò, avrebbe bisogno di un pesante restyling per varie ragioni. Durante il lockdown del 2020 ho anche iniziato un nuovo romanzo, che ho messo ora in stand by per dedicarmi alla promozione del libro che ho appena pubblicato, ma che riprenderò al più presto. Diciamo che potrei averne già scritto un 10% / 15%, si tratta di una storia surreale in linea con i racconti della mia ultima opera, per ora non svelo di più.

G: Questo è un gioco che faccio con tutti e, quindi, anche con te. Avendo a disposizione un solo aggettivo, come ti definiresti?
M: Misantropico

G: Un tuo pregio e un tuo difetto.
M: Pregio: non perdo mai la calma. Difetto: sono un po’ incostante (ma sto migliorando).

G: Consiglieresti ai giovani di intraprendere la tua stessa esperienza e perché?
M: Consiglierei ai giovani solamente di seguire le loro passioni, qualunque esse siano, soprattutto consiglierei a tutti di sfruttare le possibilità che l’epoca moderna ci mette a disposizione. Restando ad esempio in ambito letterario, oggi si può pubblicare un libro, promuoverlo, farsi un sito, da soli e con una spesa minima. Quando ho iniziato a scrivere tanti anni fa, tutto questo non sarebbe stato possibile senza un pesante investimento iniziale. Tutto il resto è poi una questione di meritocrazia.

G: Grazie, Marco. È stato davvero molto istruttivo e filosofico conoscerti. In bocca al lupo!
Giorgia Amantini

Info:

Marco Fortino

Web: www.marcofortino.com

FB: Marco Fortino Writer

IG: Marco Fortino-Scrittore

Link letterari:

Soli e imperfetti

https://www.amazon.it/Soli-Imperfetti-Marco

Alena – Versione Audio libro

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