“Pensieri surreali di gente comune”: Due chiacchiere con…Martina Vaggi!

G: Fare due chiacchiere con giovani intraprendenti e interessanti, ultimamente, sta diventando una bellissima abitudine che sto coltivando davvero con molta passione ed energia. E non può essere che così, visto che anche stavolta ho avuto la fortuna di ospitare sul nostro blog Martina Vaggi, scrittrice esordiente, giornalista nonché fondatrice del blog WEB, FB e Instagram Pensieri surreali di gente comune, un concentrato di emozioni e sensazioni personali che Martina ci dona ogni giorno. E che ci vuole raccontare.
G: Benvenuta sul nostro blog, Martina e grazie per aver accettato di fare due chiacchiere con noi. Come sempre facciamo con tutti, parlaci di te, presentati e dicci un po’ di che cosa ti occupi, perché non vediamo l’ora di saperlo.
M: Ciao Giorgia, ti ringrazio innanzitutto per avermi ritagliato questo spazio sul tuo blog. Io scrivo da sempre. Mi presento dicendoti prima di tutto questo, perché credo sia la cosa più importante da sapere su di me. Ho sempre scritto per sfogo, per “liberarmi l’anima” in qualche modo da preoccupazioni, angosce, conflitti. Durante gli anni universitari (sono laureata in Lettere Moderne) ho scritto per diversi giornali cartacei e digitali (Blasting News, BlogLive.it, DotSport.it) ma non sono, almeno fino ad ora, mai riuscita a tramutare questa enorme passione in un lavoro a tempo pieno.

 

G: Il tuo blog Pensieri surreali di gente comune nasce nel 2017 per dare voce ai tuoi pensieri, alle tue emozioni, alle tue riflessioni su quanto accade nella realtà circostante, dando il tuo personalissimo punto di vista. Spiegaci un po’ com’è nata questa idea e perché hai sentito l’esigenza di aprirti agli altri.
M: Ho creato il blog nel 2015 sotto il nome di “Pensieri Spontanei”: nel 2017 poi, come hai giustamente detto tu, il blog ha assunto il nome che ha tutt’ora. Cambiando nome è cambiata anche l’identità del blog: inizialmente, infatti, era stato concepito come una sorta di “diario personale”. Successivamente, una volta che ho preso più esperienza anche con i social Facebook e Instagram e le corrispettive pagine del blog, ho deciso di parlare sul blog di tutto ciò che vedevo intorno a me quotidianamente: pensieri, azioni, emozioni, soprattutto. Mi piace pensare che alle altre persone serva, a volte, immedesimarsi in un punto di vista che non sia il loro. Nessuno di noi vuole sentirsi solo e la scrittura aiuta proprio in questo, secondo me: non ti lascia mai solo. Ti consente di trascrivere la tua vita e, allo stesso tempo, quella di molti altri. Voglio poter dar voce a pensieri ed emozioni non solo mie, ma nelle quali ognuno di noi può rispecchiarsi e dire: “Anche io la vedo così.”

 

G: Il tuo libro Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena nasce nel 2020 proprio durante il periodo di lockdown e riporta 50 testimonianze di persone che la quarantena l’hanno vissuta in prima linea. Ecco, raccontaci quanto è stato difficile per te tirare fuori emozioni e sensazioni da queste persone e, soprattutto, quanto è stato complicato il processo di reperimento delle fonti.
M: Sai, in realtà reperire le fonti (ovvero, le persone) non è stato così difficile come pensavo. Ha giocato molto il “passaparola”: all’inizio mi sono affidata ad amici e conoscenti. Le prime persone che ho ascoltato e intervistato sono state loro. Poi, successivamente, in una sorta di “effetto domino”, ho conosciuto altre persone, che conoscevano a loro volta altre persone e così via. Una cosa che ho notato è stata questa: tutte avevano voglia di raccontarsi. Ho veramente visto e percepito in tutti loro questo desiderio di portare una parte della loro esperienza.
La maggior parte di loro non ha avuto problemi ad aprirsi nel raccontare situazioni anche molto difficili che avevano vissuto. Una cosa che mi aveva colpito era il fatto che tutti (infermieri compresi) a distanza di due mesi dalla fine del primo lockdown mi dicessero: “A me sembra quasi che non sia successo nulla”, come se la mente avesse rimosso quell’evento traumatico.
Però, quando iniziavano a raccontarmi la loro storia, riuscivano a ricordarsi ogni dettaglio! La prima persona che ho ascoltato è stato un paziente di terapia intensiva della Toscana: mi ha parlato al telefono del suo ricovero per due ore e mezza, entrando in ogni particolare e dettaglio. In quel momento mi si è aperto un mondo completamente nuovo: è stato lì che ho capito che ascoltare gli altri (ascoltarli a fondo) ti permette di vivere mille altre vite oltre la tua.
Ti dona una ricchezza immensa.

 

G: “Ho trascorso due mesi a cercare persone che avessero vissuto esperienze. Le ho trovate, le ho ascoltate, le ho custodite dentro di me. Ogni loro esperienza io l’ho vissuta attraverso i loro occhi. Mi sono immersa completamente nella loro vita attraverso le loro parole. Tutto quello che loro mi raccontavano io lo assorbivo, diventava come inchiostro sulla mia pelle. E io ho usato quell’inchiostro per scrivere di loro.” Dalla tua quarta di copertina, invece, raccontaci che cosa hai provato tu nel mettere su carta sensazioni ed emozioni sicuramente difficili da assimilare.
M: Ho sempre avuto difficoltà a gestire la mia empatia e la mia sensibilità, nella vita di tutti i giorni: questo perché sono due caratteristiche che ti portano a sentire il dolore in maniera più intensa. In questa situazione, però, mi sono state molto utili perché proprio grazie a queste due caratteristiche sono stata in grado immedesimarmi nella vita delle persone che ho ascoltato. Ogni volta che una persona mi raccontava la sua storia, io la immaginavo nella mia mente: era come vedere un film, sequenza dopo sequenza.
Mi sembrava quasi di percepire quello che loro avevano provato in quegli istanti. E questo, purtroppo, mi ha fatto stare molto male, soprattutto quando mi ritrovavo ad ascoltare storie che riguardavano gli infermieri nei reparti Covid, o i parenti che avevano perso un loro caro in terapia intensiva: quando scrivevo le loro storie, stavo male anche io. Mi capitava spesso di piangere, durante la stesura.

 

G: Avendo avuto modo di affrontare in prima persona una tematica così complessa e delicata come il raccogliere testimonianze sul periodo della quarantena, vorremmo sapere quanto ti ha cambiato (se lo avesse fatto davvero) non solo scrivere le sensazioni e le emozioni altrui sul periodo suddetto, ma il periodo stesso della quarantena. Che segni ha lasciato (se li ha lasciati)  dentro di te, nel bene e nel male, questo lockdown che mai dimenticheremo?
M: Ti devo dire la verità: io ho vissuto in maniera più dura e consapevole questo secondo lockdown rispetto al primo. Nel primo c’è stato il dolore, lo sconforto, lo sgomento per tutta quella realtà che guardavo dalla tv, come tutti, penso. Però sono poi riuscita ad organizzare la mia routine quotidiana: a perdermi nella lettura, nella scrittura, nell’arte.  Ogni giorno postavo sulle pagine social del blog il resoconto della mia giornata o dei miei pensieri di quel giorno, numerando il giorno di quarantena che stavamo vivendo. Così ogni post iniziava con un “Quarantena, giorno 1”, ad esempio: questa è stata la struttura che ho poi usato nel libro per i racconti. Ogni racconto, infatti, inizia con una data, un luogo di regione e questa dicitura. In quel momento, durante il primo lockdown, avevo speranza per il futuro: o, comunque, ho cercato di maturarla. Adesso è più dura: c’è più esasperazione. E non sono la sola a viverla in questo modo, credo…
G: Assolutamente. Secondo te, quanto e in cosa è cambiata la società moderna durante questa pandemia? E che ruolo stanno giocando le moderne tecnologie nella conversione dei rapporti interpersonali in rapporti a distanza?
M: La società ha attraversato troppe fasi in poco tempo, secondo me. All’inizio le persone nutrivano speranza, altruismo: poi questa forma si è convertita in una polemica continua verso qualsiasi cosa. Ora… chi può dire in che fase siamo ora? Sicuramente una fase negativa per tutti. Secondo me si potrà tirare un bilancio solo quando tutto questo sarà finito. Solo allora potremo guardare alla situazione con un occhio lucido.

 

G: Le moderne tecnologie hanno fatto da collante per i rapporti interpersonali, secondo me. Ti parlo almeno delle persone che mi hanno racconto le loro esperienze con la D.A.D., (didattica a distanza), ad esempio. Alcune insegnanti mi hanno riferito che questo sistema è stato utile ma allo stesso tempo ha messo in luce le criticità di molte famiglie: chi non aveva un computer, ad esempio, o chi aveva una famiglia che non poteva seguire l’alunno.  Una studentessa mi ha detto la sua idea: secondo lei la D.A.D. funziona ma solo se integrata al sistema di insegnamento in presenza. Per quanto riguarda lo smartworking: inizialmente, alcune persone che ho intervistato me ne hanno parlato bene, dicendo che aveva aiutato, ad esempio, persone che avevano famiglia al sud a tornare dai parenti, siccome potevano lavorare anche da lì. Adesso… credo che molti siano stanchi di questa situazione ed è perfettamente capibile. Ultimo, ma non per importanza: i tablet che sono stati donati agli ospedali per consentire le videochiamate tra parenti e pazienti in fin di vita. Per quanto tutto questo possa essere straziante (e lo è), credo che, vista la situazione, sia stato comunque di aiuto per i parenti poter vedere, anche se a distanza, un’ultima volta un proprio parente che non avrebbero rivisto più. Fuori dal tuo mondo legato alla scrittura e al tuo blog, quali altre passioni coltivi?
 
M: Mi piace molto leggere, disegnare, fare passeggiate. Un tempo facevo anche molto sport. Adesso faccio lunghe passeggiate e lascio vagare la mente.
G: Questo è un gioco che faccio con tutti e, quindi, anche con te. Avendo a disposizione un solo aggettivo, come ti definiresti?
M: Complicata? Non sono molto brava a definirmi con gli aggettivi J
G: Lo sei, invece. Un tuo pregio e un tuo difetto.
M: Altruista e lunatica. Avrei più difetti che pregi da dire J

 

G: Consiglieresti ai giovani di intraprendere la tua stessa esperienza e perché?
M: Più che altro consiglierei loro di intraprendere la strada che sentono dentro di sé. Ognuno di noi, nel suo profondo, sa perché è al mondo. Sa in cosa ha talento o in quale ambito potrebbe svilupparlo. Si tratta solo di scoprirlo e provare, in qualunque modo, ad alimentarlo e a portarlo avanti. Non è semplice, anzi. Ma ognuno di noi deve provarci. Altrimenti a lungo andare se ne pentirebbe, questo penso.

 

G: Grazie, Martina. È stato davvero un piacere conoscerti. Buona fortuna!
Giorgia Amantini

 

Info: Martina Vaggi

 

Libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” su Amazon: https://lnkd.in/dcmdkqe

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