L’oscura luce bianca. Kissed.

Nel 1996 piomba, come un fulmine a ciel sereno, nelle sale internazionali KISSED, progetto realizzato dalla regista canadese Lynne Stopkewich la quale si carica di coraggio (assieme alla LUCKY RED che ne cura la distribuzione italiana) e porta a termine un’operazione che su carta risulta avere un altissimo grado di rischio. Ma cosa è KISSED? Procediamo a piccoli passi per addentrarci in un ambito molto delicato e complesso. Partendo dal racconto breve erotico (inserito in una rivista per sole signore) We So Seldom Look On Love scritto dalla novellista canadese Barbara Gowdy, la Stopkewich traspone cinematograficamente (sua la sceneggiatura assieme ad Angus Fraser) la spiazzante storia di  Sandra Larson, ragazza bellissima e dai lineamenti quasi eterei affetta, però, dalla devastante deviazione sessuale della necrofilia. La tendenza a intrattenere rapporti sessuali con i corpi dei defunti le deriva da un’esigenza, presente già in adolescenza (restituitaci tramite piccoli e significativi flashback), di “catturare” quella che secondo lei è una luce, una forza misteriosa e potente che può essere generata solo dalla bellezza del trapasso e che sprigiona un alone di benessere fisico e mentale sollevando l’umano essere verso una forma di piacere ancestrale. Questa sua dimensione psico-sessuale la porta a ricercare assiduamente, come fosse una droga, la vicinanza dei corpi tanto da farsi assumere come imbalsamatrice presso la ditta di Onoranze Funebri di Mr. Wallis (Jay Brazeau), un personaggio ambiguo dall’aspetto goffo e minuto. Fuori dal lugubre e oscuro mondo, Sandra prosegue la sua vita intrecciando una storia amorosa col giovane studente in medicina legale Matt il quale perde completamente la testa per lei, tanto da esserne la prima esperienza sessuale e al contempo compagno fedele alla linea malsana, accettandone la dimensione morbosa e cercando addirittura di capirne e condividerne le cause scatenanti. KISSED è un film molto complesso che parte da un soggetto allucinato già all’origine, restituendone però una dimensione epurata dal contesto “primario” per condurre lo spettatore nella profondità del sentimento perverso, nell’analisi di un amore clinicamente inattendibile eppure coinvolgente e struggente. Possiamo dire che il progetto è meravigliosamente sconvolgente e Molly Parker da parte sua mette tutta la bravura a disposizione di una performance eccezionale. La sua pelle bianca, liscia come un alabastro la rende inarrivabile, quasi un corpo estraneo sulla Terra (“Sembrano le mani della Vergine”, le sussurra Jan il guardiano cattolico delle onoranze funebri interpretato da James Timmons il quale le porge il baciamano al primo incontro) tanto da conferire a quella famosa luce, che solo lei percepisce, una sorta di mistico significato. Il suo corpo intento nell’insano gesto sessuale diviene una sorta di tramite tra cielo e terra e la porta a provare amore per un sistema quasi cosmico con cui solo lei riesce a entrare in contatto. Questa sensazione ci viene restituita visivamente dalla regista in una forma che scavalca la retorica del pregiudizio per approdare in una dimensione quasi mistica, dove l’amore è luce. Quella stessa luce che Matt, interpretato in modo contenuto da Peter Outerbridge, vorrebbe far provare a Sandra attraverso il suo corpo e il suo amore che vengono invece spenti dall’impossibilità di fare breccia nel corpo dell’amata. La ragazza si innamora perdutamente di Matt, ma se la testa dice si il corpo rigetta questo forte sentimento in quanto non catalizzato secondo i suoi canoni sessuali. Finirà in tragedia con Matt che, per riuscire a trovare l’amore con lei, si suiciderà arrivando a oltrepassare quella soglia oltre la quale potrà finalmente abbracciare la luce che lo condurrà nel corpo e nella mente di Sandra. KISSED è una pellicola molto coraggiosa per molti motivi. Il primo, e più importante, è il cercare di rendere romantica e sentimentalmente profonda una storia scomoda, ributtante e noi di Arcadicultura applaudiamo la Stopkewich che ci riesce in pieno. La sua storia si allontana dal raccapriccio visivo, dal disgustoso elogio tipico dell’exploitation più bieca (siamo lontani anni luce dalla truculenza irreverente e amatoriale di progetti come Necromantik) per donarci un amore malsano lasciato fuori campo, in cui si da voce al dolore della ricerca di se stessi. Sandra prova emozioni per un lato oscuro della vita, la morte, e ne acquisisce una sorta di tenera energia (esemplare l’attrazione da adolescente per tutti gli animali che lasciano la vita in una delle scene chiave della pellicola) che si formalizza con una sorta di ballo dal forte sapore di rituale pagano. La sua danza attorno al corpo prima dell’unione fisica, ci viene restituita con l’uso di un forte bagliore onirico (esemplare il lavoro sulla fotografia elaborato da Gregory Middleton) dove l’amore malsano si trasforma in un salto in un vuoto asettico, bianco (il piede che esce fuori schermo salendo sul lettino dell’obitorio, il nudo che si piega quasi in una formula di maternità) che tra odore di formaldeide e sangue sotto le unghie trova la redenzione in un allontanamento dalla fisicità per entrare in una sorta di limbo eterno e fantastico. Il suo atto d’amore non è decifrabile nel semplice atto sessuale, ma trova galvanizzazione in un significato quasi ascetico lontano dal disgustoso e inatteso stesso “mal d’amore” che la accomuna a Mr. Wallis (l’uomo è a sua volta necrofilo e predilige gli uomini). Un personaggio, quello di Wallis, che invece ci restituisce tutto quello che non vorremmo accadesse, una dimensione sporca e subdola (esemplare la non curanza con cui rimuove un rigor mortis), una sorta di “negativo” dei sentimenti di Sandra. Siamo chiari, KISSED non giustifica l’atto sessuale (di per sé aberrante) che è il tema portante della pellicola, ma ne esamina la provenienza e riconosce giustizia a Sandra la quale, pur compiendolo, è mossa da una sorta di trance, da una patologica materializzazione di un altrove difficile da comprendere. Come risulta difficile anche per Matt il quale arriva a togliersi la vita pur di farsi amare, dopo i più svariati tentativi come cercare di condividere le stesse tendenze della ragazza oppure fingersi morto durante i rapporti con lei. Matt è un personaggio tragico, che prova un amore struggente e che troverà alla fine giustizia in un ricongiungimento con la ragazza che ha il sapore dell’unione tra due mondi, due dimensioni (“Io lavoro ancora alle pompe funebri…sento ancora il desiderio irresistibile di oltrepassare il limite, ma adesso quando guardo nel centro della luce… vedo Matt”). Infine, va menzionato lo splendido score realizzato, per l’occasione, da Don MacDonald il quale predilige la sinth New Age per ridefinire la dimensione reale fondendola con quella parallela e malsana della protagonista che assume le fattezze di un essere soprannaturale, un angelo caduto nel buio di un peccato profondo e necessario. Possiamo tranquillamente affermare che il film della Stopkewich ha fatto scuola e ha il pregio di dimostrare come una storia ai limiti come quella narrata, può essere restituita attraverso la caduta iniziale del pregiudizio indotto dal raccapriccio del soggetto e tramite una rilettura sentimentale che trova la propria solidità nel semplice comprendere a fondo le motivazioni della protagonista. Non si giustifica l’atto, ma lo si comprende nelle sue origini ed è lì che la regista trova il sentimento come mezzo di decodifica per decifrare una parabola incomprensibile. Un atto coraggioso, patinato e per nulla ripugnante. Una messinscena che strizza l’occhio alla rarefazione tipica della produzione Campion, da cui eredita una sottile vena rappresentativa, ma non la totale profondità registica. Comunque un film che sa osare e non è poco anche in vista dell’epoca in cui viene realizzato e che può essere compreso solo se si scende a patti col fattore umano che dentro esso si cela (molte testate giornalistiche e molti critici cinematografici lo hanno elogiato, definendolo come una storia di cupo e poetico romanticismo) e rilevandone l’obiettivo che la regista si prefissa e cioè di analizzare qualcosa che sfugge a tutte le risposte logiche che siamo pronti a darci e che puntualmente vengono smentite. Da riscoprire.
Alessandro Amantini

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