Antropologia criminale. Boardwalk Empire.

Nel 2010 l’emittente inglese HBO trasmette la serie statunitense Boardwalk Empire. Prodotta, tra gli altri, da Mark Wahlberg e Martin Scorsese, il quale ne dirige anche l’episodio pilota, la serie s’ispira al saggio Boardwalk Empire: The Birth, High Times, and Corruption of Atlantic City che lo scrittore Nelson Johnson realizza per narrare le gesta del criminale e imprenditore di origine scozzese Enoch L. Johnson, ed è strutturata in cinque stagioni (12 episodi per le prime quattro, mentre l’ultima ne conta solo 8). Il progetto diventa da subito un caso di livello internazionale vedendosi riconoscere premi prestigiosi nell’ambito dell’intrattenimento televisivo. Per comprendere la portata qualitativa di Boardwalk Empire bisogna, però, procedere tramite un’analisi per piccoli steps tanto è complessa e variegata la materia trattata. Forte di una sceneggiatura collettiva di livello a dir poco mastodontico (durante l’intero progetto si alternano le penne di Nelson Johnson, Terence Winter, Howard Korder, Cristine Chambers, Steve Kornacki, Bathsheba Doran, Itamar Moses, Meg Jackson, Lawrence Konner, David Flebotte, David Matthews, Margaret Nagle, Paul Simms, Timothy Van Patten che arriva anche dirigerne 18 episodi e produrre la serie, Diane Frolov, Chris Haddock, Rolin Jones, Andrew Schneider, David Stenn, Jennifer Ames, Dennis Lehane, Eric Ellis Overmyer, Steve Turner e Riccardo DiLoreto) e di un’eccellente direzione, visivamente multilinguistica (alla regia i si alternano cineasti quali Allen Coulter, Jeremy Podeswa, Ed Bianchi, Brad Anderson, Alik Sakharov, Jake Paltrow, Simon Cellan Jones, Brian Kirk, Alan Taylor, David Petrarca, Susanna White e Kari Skogland) la serie è un imponente affresco storico dall’eccezionale impatto scenografico (meravigliose le ricostruzioni degli ambienti  e la realizzazione di costumi d’epoca) che attraverso la rappresentazione dell’evoluzione della criminalità organizzata scaraventa lo spettatore in un’epoca, quella del Proibizionismo, dai mille volti, dalle mille sfumature sociali e caratterizzata da una progressiva alterazione della percezione di quelle che sono le basi etiche e morali su cui si fonda il senso di una nazione.

 

Che la fine abbia inizio! – Scellerato brindisi.
Il Boardwalk, la lunga passeggiata in legno che costeggia l’Oceano in quel di Atlantic City, che separa la terra dall’acqua, rappresenta non solo un punto d’incontro per la mondanità dell’epoca, ma anche l’epicentro del sisma criminale che arriva a scuotere l’intera nazione negli anni del “non bere”. La grandezza del progetto si ravvisa sin dallo splendido incipit dove, come in una sorta di Capodanno scellerato, si fa il conto alla rovescia per festeggiare l’entrata in vigore della Volstead Act con cui viene sancito il divieto di produzione e consumo degli alcolici a livello nazionale. A brindare, attorno a una lunga tavola imbandita in una enorme casa di lusso, non ritroviamo gente comune, ma massimi esponenti di autorità a loro volta collusi con i massimi esponenti della criminalità organizzata che già nelle diverse scorte nascoste di alcol che possiedono vedono il nascere di un fiorente commercio clandestino. Inutile dire che la regia sicura e visivamente potente di Martin Scorsese aleggia sull’intero primo episodio come una presenza al di sopra della visione che scaraventa lo spettatore nell’inizio di un’epopea oscura ed eticamente amorale, in un film lungo più di 56 ore in cui nessuno è vinto quanto meno vincitore. Tutti concorrono per raggiungere il medesimo tragico traguardo.

 

Il battesimo del fuoco – Enoch e Il Commodoro.
Al brindisi di inizio serie prende parte anche Enoch “Nucky” Thompson, potente tesoriere della cittadina. Scozzese di nascita e cresciuto professionalmente come sceriffo, fiancheggiando già da adolescente, le nefandezze elargite dal potente Louis Kaestner (un bravissimo Dabney Coleman), soprannominato Il Commodoro,  vecchio boss della città, Nucky è padrone assoluto della struttura amministrativo-economica di Atlantic City. Potere questo che si eleva esponenzialmente anche grazie al controllo sui tutori dell’ordine. A dare il volto a Enoch ritroviamo un inarrivabile Steve Buscemi che conferma per l’ennesima volta la sua grande versatilità professionale. Nucky è un uomo cresciuto all’ombra del sopruso, compiuto sia al di fuori che dal di dentro del suo nucleo familiare.  Il padre Ethan (Ian Hart), alcolizzato e cattolico per convenienza, è un individuo scellerato e amorale che lascia morire la sorella di Enoch durante l’infanzia al fine di ubriacarsi per poi picchiare selvaggiamente la moglie, arrivando così a scontrarsi col primogenito in un drammatico confronto che porta il giovane Enoch a lasciare per sempre il nucleo familiare per finire nelle braccia del putativo Commodoro.

 

Come una tragedia greca – Enoch ed Elias. 
Enoch è il gangster n.1 di Atlantic City ed esercita questo potere anche sulle Forze dell’Ordine, grazie all’aiuto dello sceriffo Elias “Eli” Thompson, suo fratello minore e braccio destro negli “affari di famiglia”. Il rapporto tra i due fratelli è a dir poco da tragedia greca. Elias è mosso da forte rancore nei confronti del consanguineo a causa del fatto che, oltre ad essere attanagliato da una sorta di complesso di inferiorità, non gli ha mai perdonato di averlo abbandonato, in adolescenza, alle dipendenze del violento padre. La prima stagione di Boardwalk Empire, infatti, ci restituisce un Elias lacerato dalla presenza del padre ormai vecchio e malato di cui, nonostante le umiliazioni subite, si prende ancora cura anche se deve badare al contempo alla moglie e ai suoi otto figli (nonostante la sua natura criminale è un fervente cattolico). Il padre è una figura fondamentale per la formazione etica e amorale dei due protagonisti (emblematico l’incendio appiccato da Enoch alla casa paterna nel momento in cui viene venduta a un suo collaboratore, come è lacerante la dipendenza dall’alcol di Elias). La narrazione ci restituisce inizialmente un rapporto fratricida dove Eli arriva addirittura a collaborare con alcune fazioni mafiose avversarie a Enoch, arrivandone a deciderne persino la morte. Ma col passare del tempo e dei fatti narrati il rapporto tra i due si plasma su una struggente comprensione (eterno il pianto di Enoch al cospetto del feretro del padre in chiesa) che li porterà all’epilogo tragico e disperato come tradizione vuole. Elias Thompson è uno dei perdenti d’onore della serie, e la sua struggente sofferenza ci viene elargita dalla grandissima performance di Franklin Shea Whigham Jr. che prende per mano lo spettatore accompagnandolo al tavolo del dilemma esistenziale. Sarà uno dei pochi lat man standing, ma porterà sulle sue spalle il bagaglio di una devastazione umana e familiare come pochi dove la fatica di una vita si spegne in un attimo di buio accecante attorno a una tavola galeotta e inaspettata.

 

Triangolo perverso – Angela, James e Gillian.
Le nefandezze di cui si macchia il Commodoro scavalcano la retorica del malavitoso e confluiscono in una terribile miscela di delinquenza e perversione. L’ormai adulto sceriffo di Boardwalk Enoch (Marc Pickering) coprirà quella che è la tendenza pedofila del padre putativo, assecondandone le gesta e lasciando che nelle sue braccia venga sacrificata, tra le altre, la giovane Gillian Darmody, piccola orfana dal passato tragico che a soli 13 anni verrà messa incinta dallo scellerato aguzzino. Dallo stupro da parte del Commodoro nasce James “Jimmy” Darmody. Sin dalla prima stagione le figure di Gillian e Jimmy sono un concentrato di tragica evoluzione umana. Il loro passato li unisce, ma al contempo li allontana, li distrugge e li plasma in un corpo unico. A dare il volto al duo ormai cresciuto ritroviamo una bravissima Gretchen Mol, mentre nei panni del figlio c’è Michael Pitt ancora una volta splendido in una performance di alto spessore. James Darmody, infatti, è un uomo lacerato da demoni personali che progressivamente si sono presi con la forza la sua vita di adolescente. La madre, nonostante il bene che gli infonde, lo cresce con il peso del proprio trauma (quello dello stupro subito da bambina) divenendone per breve tempo l’incestuosa amante. Ciò porta Jimmy a cercare redenzione in ideali che non ha mai avuto e che trova nell’arruolamento nella Grande Guerra un punto di riferimento. Prima di partire si sposa con un’infermiera, Angela (Aleksa Palladino) da cui ha un figlio che durante la sua assenza viene accudito morbosamente da Gillian. Ma Angela scopre drammaticamente la propria natura omosessuale e intreccia una relazione con la moglie di un commerciante di ninnoli. Il ritorno di Jimmy dalla Grande Guerra e la dedizione per il primogenito Tommy contribuiscono alla presa di coscienza da parte del ragazzo della situazione familiare, la quale lo allontana da Atlantic City dove da sempre è alle dipendenze di Enoch come suo autista.

 

Lontano da casa – James e Al alla corte di Torrio.
La voglia di riscatto di Jimmy, la sua disperazione di angelo caduto in un inferno personale e tutto terreno, lo portano a un durissimo scontro con Nucky e alla conseguente collaborazione in quel di Chicago con la famiglia italo-americana del boss Johnny Torrio (un grande e compianto Greg Antonacci) alle cui dipendenze c’è un giovane Alfonso “Al” Capone che introduce Jimmy nelle “usanze di famiglia” che si concentrano nell’ambito del traffico di alcol e prostituzione. A dare il volto ad Al Capone ritroviamo Stephen Graham che rilascia alla visione una performance da brividi. L’attore realizza un gran lavoro sulla personalità del malavitoso con picchi di drammatico realismo. Boardwalk Empire ci restituisce un Al Capone pre-Intoccabili (1987), depurato dalla sua delinquenza a 360 gradi il ché lascia spazio per un’analisi umana della sua personalità. Un uomo affetto da una forma di complesso di inferiorità, che si strugge per la menomazione del proprio figlio (il bambino è sordo) e che trascende dal suo carattere irruento per deflagrare nella paternità più sentita (struggente l’abbraccio conferito al figlio poco prima della fine a cui il gangster va incontro causa l’evasione fiscale). Ma Al Capone sa essere ferocissimo e alcune scene di cui si rende protagonista risultano essere alcuni dei momenti in cui il pedale dell’acceleratore della componete violenta viene spinto più delle altre volte (l’uccisione di un suo sottoposto con una statua dell’Empire Street Building è agghiacciante). Inoltre Al Capone non sopporta il comando, non vuole padroni e presto entra in contrasto con Torrio fino all’epilogo di giustizia sommaria di famiglia. Con James inizialmente si instaura un legame tra perdenti, tra iniziali mezze tacche che poi prendono le proprie strade scalando il potere e divenendo veri e propri capi. Ad unirli è la fame fisica (Al che regala delle bistecche a Jimmy) e quella di potere (ascesa per Al, crocevia di morte per Jimmy). Un duo di ragazzi di strada che cerca di scavalcare gradini troppo alti.

 

La morale del caso – Margaret. 
Boardwalk Empire è un progetto complesso proprio grazie al fatto che la sua dimensione narrativa abbraccia quello che è il contesto storico contemporaneo alla trattazione non lasciandolo, però, relegato a mera cornice artistica, ma catturandone e spingendone a forza anche nel quadro tutte le certezze e i dilemmi che lo caratterizzano. Siamo nell’epoca del Proibizionismo, ma la tentazione, l’azzardo non è solo il bere, non è solo l’alcol visto come nettare del Diavolo. Ci sono il sesso (nella serie ci sono innesti notevoli di sesso esplicito), la morale frustrata e la lotta, inutile e affannosa, contro questi contro-valori che risulta talmente schiacciata dall’ombra della criminalità tanto da divenire quasi conseguenza macchiettistica. Siamo dalle parti dell’arruolamento nelle congreghe femminili, e femministe, di mogli che al grido di “difendiamo la moralità”, si scagliano contro un mondo fatto di padri-padroni e mariti-tiranni, tutti votati a un ipotetico Male. E’ il caso della timida signora Schroder, affiliata a una di questi gruppi per la lotta della moralità, la quale si trova coinvolta suo malgrado nei traffici di Enoch per i quali ne fa le spese il marito violento la cui morte serve da alibi per un incidente di percorso del potente criminale. La vedovanza, porta la donna alla scellerata corte del gangster il quale se ne innamora rivedendo in lei e nel figlio del defunto marito, la possibile rinascita di quella famiglia mai avuta e sempre rincorsa negli affetti. A impersonare la futura signora Thompson, ritroviamo la meravigliosa postura iconica di Kelly Macdonald che, abbandonato l’universo Hogwarts, qui subisce il fascino del Male ma anche di una rivalsa verso la vita che da sempre l’ha emarginata (molto interessante il balzo sociale da impiegata di un negozio di moda di proprietà di Nucky a moglie del proprietario in grado di salvare la padrona del negozio che da impiegata l’aveva vessata inesorabilmente). La figura di Margaret diviene quindi un importante collante per tutte le stagioni della serie e trova galvanizzazione in una essenzialità estrema per Enoch il quale vede nella moglie non solo una compagna, ma anche una complice che, con la perdita della propria innocenza, riesce a salvare numerose volte l’uomo dalla perdita del suo impero non senza, però, mai perdere di vista il proprio lato di umana speranza. Nella terza stagione, infatti, la vediamo divenire unica intestataria dell’intera proprietà terriera del marito (mossa strategica di quest’ultimo per difendersi da un processo avviato nei suoi confronti). Ciò la porta a devolvere parte di questi averi all’apertura di un reparto ospedaliero per assistenza alle donne in sato di gravidanza in cui, però, prenderà coscienza di come il Bene passa attraverso il Male e viceversa in una terrificante scesa a patti. Nonostante ciò Margaret non smette mai di sperare e ciò la porta a una collisione matrimoniale dovuta a divergenze etiche con Enoch, con annessi diversi tradimenti con altri uomini al servizio del marito (moneta con cui ripaga a sua volta l’infedeltà del consorte) con i quali cerca sempre ciò che non ha mai avuto: un amore vero. Un personaggio quello interpretata dalla Macdonald a metà strada tra il Sacro e il Profano, tra il non voler vedere quello che succede sotto la coltre edulcorata e “nobile” della mondanità in cui preferisce vivere e quello che Enoch, invece, rappresenta ferocemente. Sarà uno dei pochi personaggi che il Boardwalk risparmierà dalle sue false luci sfavillanti.
 

 

Il Sacro e il Profano – Nelson, Rose, Lucille e Sigrid. 
Personaggi legatissimi tra loro, collocati in diversi momenti chiave della struttura narrativa di Boardwalk Empire, questi quattro soggetti vanno a comporre un pericoloso nucleo anti etico. Nelson Kaspar Van Alden è un ex contadino proveniente da una famiglia di fattori dal durissimo indottrinamento cattolico. Lui è uno degli agenti del fisco che per primi indagano con feroce determinazione sul traffico dell’alcol e sui numerosi delitti a esso legati a causa delle faide tra le famiglie malavitose atte a contendersi il territorio. Un uomo che conduce una vita metodista, in grado di mantenere rapporti epistolari con la pudica moglie Rose (una sciatta e dimessa Enid Graham) a cui è legato da un matrimonio problematico a causa del non poter aver figli, e di condurre le proprie indagini autoflagellandosi nella propria camera a causa delle tentazioni che il suo lavoro gli propone. Van Halden è un personaggio estremamente complesso, la cui personalità, inizialmente onesta e integerrima, vacilla pericolosamente a causa dello scontro con quella che è la società “bene” dei delinquenti che combatte. A dare il volto all’ambiguo tutore dell’ordine ritroviamo il grande Michael Shannon, perfettamente calato nel personaggio e in grado di supportare una performance da capogiro. Van Alden scopre, parallelamente al suo progressivo annientamento morale, quello che è il cancro della corruzione che lo porta a una spiazzante presa di coscienza che lo spinge a commettere il “peccato” più doloroso: l’omicidio. Da mandare a memoria l’uccisione per annegamento del suo collega durante una funzione battesimale nei pressi di un lago. La sua liturgica litania accompagna il soffocamento del collega scoperto corrotto in una terribile sequenza. Di lì in poi la sua esistenza degenera, prima con la fuga in quanto scoperto dai colleghi e poi tramite l’incontro con la disinibita Lucille “Lucy” Danziger (la bellissima modella Paz de la Huerta in concedo dalle stragi “cliniche” di Nurse interpretato nel 2013, ballerina di night club e amante di Enoch, prima dell’arrivo della signora Schroder da cui verrà “spodestata”. Lucy è una donna ormai abbattuta dall’abbandono del gangster e della bella vita che lui gli permetteva di avere. In un atto di folle delirio alcolemico l’ex agente del fisco e lei passano una notte di folle passione (una delle scene più bollenti della serie) da cui nascerà un bambino (terribile il parto in completa solitudine della donna costretta da Van Alden alla segregazione casalinga per nascondere il tradimento alla moglie). Il nascituro verrà visto dall’ex-agente come un atto di rivalsa verso un Dio che, nonostante venga adorato, non gli ha mai concesso la gioia della paternità. Lucy abbandona l’uomo dopo essersi presa i soldi per il proprio “apporto” biologico, mentre la moglie di Van Alden irrompe nell’appartamento. L’abbandono delle due donne e lo status di ricercato fanno di Van Alden una bolla di rancore che però viene tenuto sempre sotto controllo e sotto pressione. L’uomo cambia nome e con la nuova identità di George Mueller si rifà una vita con la badante del piccolo figlio, Sigrid Mueller (una legnosa Christiane Seidel) la quale prima lo accudisce e incoraggia e poi ne diviene compagna e spietata complice in grado di uccidere un agente del fisco che era venuto a conoscenza della latitanza del compagno. Van Alden, suo malgrado, si trova progressivamente invischiato in una spirale di violenza dove arriverà a essere arruolato come tirapiedi in quel di Chicago, prima dal capo mafia irlandese Dean O’Banion (Arron Shiver) e infine da Al Capone. Proprio alla corte del boss italo-americano la sua vita precipiterà verso la tragedia (memorabile l’esplosione di rabbia di Muller/Van Alden accumulata durante tutta la serie in grado di mettere le mani al collo allo stesso Capone) causata dall’ormai infiltrazione dei federali negli affari fiscali del delinquente.

 

L’anima e il corpo – Richard Harrow.
Nella serie, uno dei personaggi che più di ogni altro si lascia amare è Richard Harrow, ex cecchino dell’esercito nella Grande Guerra, salvatosi per miracolo e rimasto orrendamente deturpato in viso. Timido, impacciato e dal passato drammaticamente solitario, cela le sue fattezze sotto una rudimentale maschera di plastica. Il suo incontro in ospedale con James Darmody dà vita a un’amicizia senza pari che, anche dopo la morte dell’amico, motiva la sua “missione morale” del prendendosi cura del figlio del defunto e della sua scellerata madre. Richard Harrow riversa la propria non esistenza e la mancanza dei sentimenti sul piccolo figlio di James, curandolo e proteggendolo anche quando si ritrova a vivere nel bordello che la nonna comincia a gestire nella vecchia casa di famiglia (tremendo il modus operandi della donna per ottenere la casa ancora intestata al figlio morto, tramite l’uccisione di un ragazzo uguale in aspetto al defunto con affogamento in una vasca da bagno). L’ex soldato ritroverà a poco a poco l’amore anche grazie alla casuale conoscenza di una ragazza conosciuta ad una festa di ex veterani di guerra, a cui affiderà il bambino dopo averlo salvato da una strage nel bordello della nonna. Abbandono che lo porta alla definitiva lontananza dal bambino a causa di un errore “professionale” che lo conduce verso morte certa, esalando un ultimo respiro sulla silenziosa spiaggia di Atlantic City, cullato dalle onde che accolgono la sua onirica corsa verso l’ultima luce dove finalmente lo vediamo per la prima volta col viso intatto, libero dal peso di esistere che finora l’aveva oppresso. Un killer dal cuore enorme, un feroce esecutore con una morale ancora più ferocemente dolce. Richard rappresenta una vera e propria contraddizione vivente. Ma il personaggio non è nulla senza l’uomo che lo muove e gli dà vita, e se Harrow risulta avere un enorme spessore lo si deve all’imponente prova di Jack Huston il quale riesce a non perdere mai di vista la differenza tra il corpo e l’anima. Il primo imbolsito, fiacco e tremendamente provato dalla menomazione (il suo bofunchiare, il rantolo salivare e la deglutizione intaccata dalla ferita) e la seconda che scalcia per riuscire a farsi vedere attraverso quella ignobile corazza. Un gran personaggio che le penne degli sceneggiatori riescono a delineare in modo esemplare restituendoci una delle migliori icone televisivi degli ultimi dieci anni. Non lo si può amare per il lavoro che svolge con inaudita freddezza, ma lo si apprezza per lo stesso male di vivere che muove le sue gesta criminali. Un angelo caduto in un inferno non voluto, ma imposto da una vita irriconoscente.

 

Fedeli alla linea –  Eddie, Mickey e Owen. 
Alla corte del potere di Enoch Thompson, ritroviamo tre personaggi molto diversi tra loro, eppure accomunati da una sorta di fedeltà alla linea di comando, una linearità di posizione rivestita. Ovviamente si tratta di una comunanza più concettuale che di fatto, ma sempre di un fattore che li lega indissolubilmente alla figura di Enoch. Primo tra tutti è Edward Anselm Kessler detto “Eddie” tuttofare in casa Thompson, al quale Enoch rivela le intenzioni, i progetti e gli accadimenti più intimi e segreti della sua vita professionale e di quella familiare. Eddie è legato al gangster da un rapporto di semi-schiavitù che col passare del tempo e il decorso inesorabile di eventi tragici, diviene complicità per trasformarsi in collaborazione reciproca. Per tutta la serie questo servitore di origini tedesche si aggira nelle stanze e nei corridoi del potere delinquenziale in modo anonimo come a non voler disturbare con la sua presenza, ma le vessazioni, i rimproveri a cui viene sottoposto caricano la sua personalità fino a fargli rivendicare la propria dignità nel momento in cui Enoch ne riconosce lo spessore. Dignità che finisce prima di nascere a causa della fine verso cui il maledetto impero di Enoch precipita progressivamente. La figura di Kessler è una di quelle che difficilmente si dimenticano anche grazie alla meravigliosa interpretazione regalataci dall’eccellente Anthony Laciura che conferisce all’uomo una veste dimessa e malinconica che, però, nasconde anche un individuo duro, dalla corazza inossidabile in grado di farsi valere nel momento giusto. La sua fedeltà a Enoch è pura e mossa da una voglia di essere considerato, di uscire da un anonimato avvilente ed è diversa da quella che invece muove le gesta di Mieczyslaw Kuzik il quale si auto rinomina “Mickey Doyle”. Un delinquente di mezza tacca che rinnega il suo nome come rinnega le sue origini. Stanco di essere un servo di “partito sbagliato” tende continuamente a sposare la corrente malavitosa più forte. Il suo legame con Enoch è composto da una miscela di tradimenti, di interessi e di ripensamenti la quale lo rende un discepolo dal credo altalenante. Lui gestisce la maggior parte dei centri di smistamento dell’alcol di produzione Thompson, ma non rinnega la codardia come mezzo per salvarsi la pelle a scapito del malcapitato compagno di turno. Con Enoch ha un rapporto burrascoso e ognuno dei due giudica la vita dell’altro come quotidianamente sacrificabile (esemplare il consenso di Enoch alla richiesta di Rothstein di far uccidere Doyle per intascare il premio assicurativo). Nonostante ciò Doyle è un braccio destro che non si stacca mai dal corpo e che cade sotto i colpi del fuoco nemico proprio a causa del suo tentativo di mettere pace tra l’impero di Atlantic City e quello emergente italo-americano. Affidato alla grande mimica di Paul Sparks, il personaggio di Kuzik è un concentrato di arrivismo e di viscido clientelismo gerarchico, ma anche una sorta di piccolo pertugio umoristico nell’immenso muro nero del racconto. Forte delle sue battute, sempre di cattivo gusto ma accompagnate da una sorta di ghigno semi-isterico tipico delle battute a cui si vuol dare a forza un po’ di spessore, Doyle trova in Sparks la nemesi perfetta tra realtà e finzione. Un personaggio cucito perfettamente addosso al suo interprete e degno della migliore tradizione noir. Se per Kessler vi è la rivalsa e per Doyle vi è l’arrivismo, per l’irlandese ex terrorista dell’I.R.A. Owen Sleater, la fedeltà trova fondamenta nell’amore, ricambiato, per la signora Margaret Schroeder, moglie di Enoch. In lei vede una sorta di redenzione dal Male che lo aveva finora forgiato e per lei metterà in pericolo l’equilibrio, già precario, della famiglia del gangster. Una tragica fine pone fine al pericoloso triangolo di passioni prima che la storia clandestina possa venire a galla. Sleater ha il volto addolcito e pacato del giovane Charlie Thomas Cox che attraversa due stagioni della serie come una fantasma dalla triste sagoma. Una sorta di personaggio che si perde nella coralità delle figure che vanno a comporre un affresco sempre più irrimediabilmente terrificante e tragico.

 

Il colore del crimine – Chalky e Valentin. 
Boardwalk Empire affonda le proprie radici narrative in quello che è il sistema sociale e politico dell’epoca contemporanea alla trattazione. Se da una parte il tessuto democratico amplifica la sua valenza con l’avvento del riconoscimento del voto alle donne gettando una parvenza di evoluzione concettuale di una società fino ad allora becera e maschilista, dall’altra Atlantic City come Chicago o Philadelphia ancora risentono delle drammatiche pratiche dell’antisemitismo e dell’ apartheid nei confronti delle minoranze nere. Siamo nel periodo “d’oro” del Ku Klux Klan in cui il bianco è la cromatura predominante mentre il magma nero è quello che manda avanti il paese vedendosi riservati i lavori più duri e meno retribuiti. Questa rivalsa di vita, questo atto di fierezza costellato, però, da una forte sensazione di inferiorità culturale è il detonatore per l’esplosione della furente rabbia che muove le gesta di Chalky White (Michael Kenneth Williams), braccio armato alla corte di Enoch e capo dell’élite di colore che muove gli ingranaggi della cittadina. Chalky è un ferocissimo gangster ma con un’anima rivolta verso la propria famiglia, vista come nucleo da proteggere da quella che è l’oscura ombra del proprio lavoro (emblematico lo scontro con la figlia a tavola al cospetto del promesso sposo della ragazza). Un uomo che si commuove nella memoria delle proprie origini (splendida la sequenza del suo pianto sul canto della ballerina nera Daughter Maitland [Margot Bingham] divenuta sua amante) e che di questa memoria farà la propria bandiera nella ricerca dei sentimenti perduti nel mare di sangue che la tragedia fa incombere sulla sua vita. Una bandiera che sventolerà fieramente fino alla tragica fine per mano del Dottor Valentin Narcisse, sadico e psicopatico boss predicatore, che usa il suo credo per plagiare le masse e assoggettarle al proprio potere criminale. A dare il volto al violento criminale ritroviamo un gigantesco Jeffrey Wright le cui movenze, la pacatezza del parlare e l’imponente pienezza di sé rendono grande la sua performance. Narcisse è l’altra faccia della medaglia della rivalsa del colore. A differenza di White, lui del suo status delinquenziale ha fatto una sorta di scellerato altare di false velleità democratiche su cui sacrificare la moralità. Non disdegna di uccidere o picchiare a sangue ragazze, violentarne le madri e spacciare eroina in un turbine di violenza senza freni. Anche per lui ci sarà l’inferno bianco sotto i cui colpi crolleranno tutti i suoi castelli di carta. Un epilogo epico e nichilista di rara compattezza narrativa.

 

Di razze e di virtù – Meyer, Lucky e Arnold.
Se il potere di Enoch Thompson viene più volte ad essere affermazione di una rivalsa della provenienza scozzese, il sangue (e non solo quello che scorre sui marciapiedi delle strade) non è poca cosa per le altre fazioni etniche che si contendono il predominio sulla fascia costiera che da Atlantic City porta a Chicago. E mentre Al Capone conduce la sua personale esclation al poter facendo “le scarpe” all’ormai svilito Torrio, c’è una zona grigia in cui il patto è tra sangue misto. Parliamo della figura del ricco imprenditore Arnold Rothstein, ebreo di origine e posseduto dal pericoloso demone del gioco d’azzardo. Rothstein diviene presto padre putativo di due giovanissimi ma promettenti delinquenti come Meyer Lansky e Charles Luciano soprannominato Lucky. I due ragazzi, uno ebreo e l’altro di provenienza sicula, danno vita assieme al ricco finanziatore, a uno dei nuclei criminali più potenti e duraturi (quasi un ventennio) che la storia abbia mai potuto concepire. Tra traffici d’alcol, droga e prostituzione il muro d’oro cresce a dismisura attorno alle loro roccaforti che vengono guidate con inaudita ferocia, specie quando si tratta di far fuori la concorrenza come quella esercitata dai due boss siciliani Salvatore Maranzano e Joe Masseria per i quali la lotta intestina diverrà tombale. Boardwalk Empire, scava attraverso il tessuto sociale e ci porta a conoscere quelle che sono le radici di appartenenza e le sorgenti della diffidenza e dell’odio. Riguardo il “caso ebraico” l’odio è radicato molto prima che la Seconda Guerra Mondiale ne rappresenti l’apice. Gli ebrei non vengono visti come soci affidabili e il più delle volte vengono scacciati dai così detti “tavoli bene” dove i criminali discutono sul da farsi. Atteggiamento che non viene accettato da Mayer Lansky (un bravo Anatol Yusef), ebreo con un forte fiuto per gli affari e dalla mente strategicamente raffinata il quale vede in Rothstein (un elegante e sornione Michael Stuhlbarg) l’uomo e il padre di un possibile scendere a patti tra le diversità, un nucleo attorno al quale possono ruotare visioni e interessi diversi, come quelli di Lucky Luciano. Quest’ultimo viene interpretato con trasporto dal giovane Vincent Piazza che ne delinea l’animo travagliato e amorale in grado di scuotere il perbenismo con picchi di squallore altissimi. Tra questi ritroviamo l’assidua e passionale relazione che intrattiene con Gillian Darmody, condotta, però, come una sorta di “terapia” per curare la disfunzione erettile da cui è affetto. Ma Lucky è anche una persona diffidente e al contempo in grado di porre in evidenza le falle che portano il più delle volte alla guerra tra fazioni criminali. Rifiuta da sempre l’ordine gerarchico del crimine, evidenziando la necessità di un sistema di comando di stampo “democratico” dove tutti si riuniscono e tutti comandano. Non essendoci un capo non c’è nessuno che ucciderà per subentrarvi. Nasce così l’impero di Luciano che durerà per più di venti anni riuscendo ad attenuare le lotte fratricide che fino ad allora avevano insanguinato le strade americane. L’eliminazione di Masseria e Maranzano coinciderà con l’inizio della tregua. Per dare il volto ai due mafiosi italo-americani la produzione americana decide di pescare a piene mani dallo star-system italiano e quindi ritroviamo Ivo Nandi che ci propone uno spietatissimo e approfittatore Joe Masseria il quale si contende il territorio col più pacchiano e arrogante Salvatore Maranzano che per l’occasione ha le fattezze di Giampiero Judica, qui in gran spolvero e con un piglio di livello (ottimo il rubarsi la scena con Buscemi nella sequenza del patteggiamento al tavolo del ristorante prima dell’attentato). Da questo nucleo criminale sgorga quello che è il fiume di eventi che porta alla conclusione della storia criminale del progetto targato HBO.

 

La fine dei giochi – Enoch e Sally. 
La conclusione di questa immensa tragedia criminale iniziata in quel di Atlantic City, trova perfetta cornice in una Panama ai confini del mondo, dove la rivalsa criminale di Enoch viene coadiuvata da Sally Wheet, sedicente barista di notte e donna di affari illegali di giorno, la quale diviene l’ennesimo e ultimo amore di Nucky e al contempo fondamentale filo conduttore dei suoi affari fuori dall’Atlantico. Wheet ha la formosità ormai adulta e vissuta di una grandissima Patricia Arquette che riesce a proporre una performance in grado di bucare lo schermo per lo spessore rilasciato. Un amore, l’ultimo e disperato quello che prova per Enoch. I due amanti, perduti nel centro di un mondo criminale che non li vuole più, ambiscono alla serenità come degli impiegati desiderano la pace del pensionamento. Ma la concorrenza, come di solito, non resta a guardare e la resa dei conti arriva talmente vicina, e fuori da ogni pronostico, che Sally svanisce presto nel mare dalla morte mentre un Enoch troppo distante, tornato ad Atlantic City, resta di ghiaccio al telefono apprendendo la notizia della fine del suo sogno d’amore. Un primo passo verso un appuntamento anche per lui solo rimandato.

 

Boardwalke Empire non è una serie, ma un lungo ed eccezionale racconto che parte dal molto, molto piccolo per poi mostrarci come le lievi brezze preannuncino terrificanti bufere che al loro passaggio non lasciano in piedi nulla. La parabola esistenziale di Enoch Thompson, rappresenta il filo conduttore attraverso cui viene sezionata in modo estremamente chirurgico non solo la malavita imperante in America, ma la stessa società che con tutte le sue convinzioni maniacali e manichee si vota all’autocensura mettendo alla berlina tutte le sue convenzioni e facendo venire a galla tutte le contraddizioni possibili che vanno a cucire quello che è il suo improbabile tessuto collettivo. Siamo in un’epoca (quella dell’inizio del Proibizionismo) che è lontana anni luce dalla rappresentazione Hollywoodiana de Gli Intoccabili (1987) di De Palma, L’impero del crimine (1991) di Karbelnikoff e che accarezza dolcemente il testamento che invece Leone ha lasciato ai cine-posteri col suo C’era Una volta in America (1984). Del film di Leone Bordwalk Empire eredita una narrazione testamentaria, un concentrato di storie che si aprono una sull’altra creando un effetto a scatole cinesi paragonabile a un’inarrestabile e lungo piano sequenza antropologico della criminalità. Un’introspezione che scavalca le pecche della retorica, si fa beffa dell’Hard Boiled prediligendo la visione come linguaggio (splendida la fotografia elaborata per l’occasione dal maestro Jonathan Freeman) e anteponendo al sovraccarico di adrenalina pirica dell’Action l’analisi chirurgica delle vicissitudini criminali per arrivare, infine, al cuore barbaro che muove le gesta di uomini solo all’apparenza leader, ma completamente attanagliati, invece, da un forte senso di rivalsa verso le varie ingiustizie riservate loro dalla vita. Ognuno dei protagonisti attraversa un proprio calvario tutto terreno impregnato di nichilismo amorale e convinzioni paradossalmente riconducibili alla propria origine (splendido il piccolo, ma essenziale, ruolo dell’efferato sicario ebreo Manny Horvitz, riservato al grande William Forsythe). Un corredo di drammi intrisi nel sangue (molte le scene violente d’azione) e nel sesso (alcune scene vengono epurate durante alcuni passaggi TV), ambiti consumati fino al midollo per stordirsi al cospetto di una realtà più dura dei danni che ognuno dei cine-convenuti si porta dentro. Enoch è un   leader di carta, un uomo potente, meschino e duro, ma che sotto la scorza virilmente spessa cela un baratro profondo di dolore causato da un’infanzia a dir poco degna della miglior cine-tradizione di Tobe Hooper con padri disonesti che lasciano morire i figli per un bicchiere di vino, di madri sessualmente abusate e di padri putativi (il Commodoro) delinquenti e pervertiti pedofili. Geniale, a tal fine, il lungo epilogo che funge da stagione finale della serie e che, come in un ping-pong, ci restituisce con una narrazione altalenante, la crescita professionale e adolescenziale di Enoch con tutti i dubbi e i ripensamenti dei ragazzi che vogliono emergere e che si trovano a fronteggiare la fame. Fame che lo accomuna a quella di potere del fratello Elias, anch’egli vessato e distrutto dai disfunzionali rapporti famigliari. il legame tra i due è funestato continuamente da liti e riappacificazioni, ma mai dal perdono, una sorta di materia inerte e rara che non trova appiglio nel DNA dei due fratelli. Elias ha famiglia, otto figli e ha credo cattolico, ma è schiavo di un demone potentissimo quale la sua dedizione all’alcol che lo porta il più delle volte a sbagliare rotta, come succede a Van Alden, integerrimo agente del fisco e personaggio estremamente complesso, il quale rappresenta il fallimento delle convinzioni religiose (ereditate da un padre pazzo e fanatico), ma anche di quelle legali che crollano di fronte all’emancipazione amorale dell’uomo che si macchia progressivamente di omicidio, adulterio e tradimento della legge. E mentre tutta intorno la società esplode tra falsa emancipazione femminile (le donne al voto è solo un espediente del “maschio” per aumentare il volume elettorale verso obiettivi prestabiliti), lotte per la moralità e rivalse di colore (il Ku Klux Klan è un organizzazione da tenersi amica ma, all’occorrenza, anche merce di scambio per tener ben saldi i rapporti con la minoranza criminale di colore), la guerra italo-americana esplode portandosi dietro tutto questo mondo fatto di false dive e di cultura da quattro soldi e lasciando il passo alla legalizzazione degli alcolici e alla piaga dell’eroina. E se c’è chi scappa, c’è anche chi muore. Chi muore psicologicamente (il manicomio come ultima dimora per Gillian Darmody), chi muore per amore (Sally Wheet) e chi muore perché il destino gli riserva delle sorprese. Ed ecco quindi che il potere si ritrova di nuovo lì, su quel marciapiede di legno, a cadere sotto i colpi di un passato che ritorna e non perdona, mentre le mille luci di Atlantic City illuminano per l’ultima volta il mare, dove ci si tuffava in cerca di monete per riemergere ormai adulti e ancora più poveri.
Alessandro Amantini

 

 

 

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