Disegni superiori. Quella casa nel bosco.

Quando si parla di Drew Goddard, si menziona una delle penne più inflazionate del decennio passato. Se pensiamo che sono sue le sceneggiature di blockbusters di successo quali  Cloverfield di Matt Reeves (2008), World War Z di Marc Forster (2013) e Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott (2015) possiamo tranquillamente affermare come la sua capacità di tradurre visivamente l’universo cinematografico di turno risulti essere caratterizzata da una fortissima versatilità. Ingegno che nel 2012 viene messo al servizio (con l’aiuto del collega Joss Whedon) del suo esordio dietro la macchina da presa, Quella Casa Nel Bosco. Alla sua uscita, la pellicola si piazza subito tra i primi posti della classifica dei film più visti racimolando la somma di circa 65 milioni di dollari d’incasso totale. Ma come porsi di fronte a questo progetto? Procediamo per piccoli steps. A dispetto del titolo, ormai quasi uno stereotipo da enciclopedia Horror (quanta influenza ha avuto Craven!), Quella Casa Nel Bosco si differenzia da tutti gli epigoni del Survival In The Wood per l’originale miscela di generi che progressivamente mette in scena. Inizialmente si ha l’impressione di assistere al solito massacro nel bosco sperduto in qualche città non ben identificata, mosso dalla incosciente lettura di libri demoniaci in infernali cantine (Raimi dove sei?), ma presto il malinteso viene smentito tramite una narrazione a ping-pong in cui il passaggio della visione, quasi come una funicolare, passa dal di dentro al di fuori della dimensione filmica utilizzando una realtà paradossalmente inattendibile se paragonata alla stessa finzione. Al centro della storia vi è un gruppo di adolescenti recatosi in vacanza in un casolare sperduto nel bosco, capitanati dalla timida Dana Polk (una convincente e acerba Kristen Connolly) e dal forzuto Curt Vaughan (un Chris Hemsworth rigorosamente pre-Thor). Gli altri ragazzi non spiccano per particolari doti tranne Marty Mikalski (Fran Kranz), sostenitore del complottismo e consumatore abituale di cannabis. Tutti leggono il diario maledetto di una bambina, Patience Buckner, mutilata e uccisa in quella stessa casa. E tra ormoni che vacillano spinti da testosterone a mille e inutili divagazioni sulle angosce suscitate dalla situazione in essere, si fa spazio un Grande Fratello in salsa Horror che da una parte strizza l’occhio al potere subdolo e strisciante decantato da Orwell e dall’altra non disdegna il paradosso teologico che ne scuote le fondamenta. Tutti i ragazzi sono al centro di un enorme apparato artificiale dove la nebbia, i rumori, le luci vengono manipolate da un’élite di moderni tutori dell’ordine mondiale i quali osservano e intrappolano i protagonisti tramite trabocchetti e telecamere ben nascoste, sancendone il sacrificio ai non morti e alle creature demoniache risvegliati dal loro sonno dalla lettura del diario della bambina deceduta. Raccontata così la pellicola sembra un caleidoscopio impazzito in cui i generi e la ragione vengono sacrificati sull’altare di una squinternata messinsecena, ma non è così. Tutto ha una logica e ogni tipo di aspettativa Horror viene mantenuta. La pellicola si spezza in due dimensioni narrative. La prima è quella del bosco artificiale (le scenografie di Martin Whist  sono ottime) dove l’iniziale smarrimento e la conseguente paura dei protagonisti fanno da apripista a un efferato gioco al massacro in cui ritroviamo un furente attacco alla casa e una straziante lotta per la sopravvivenza. Non si risparmiano colpi allo stomaco e la violenza è molta anche se ben dosata. Particolare menzione va data al primo omicidio, quello della sfrontata ragazza di Curt, Jules (Anna Hutchison) la quale viene decapitata con una sega da boscaiolo mentre il suo ragazzo viene afferrato alle spalle dal capo dei redivivi, Matthew Buckner (Dan Payne), tramite una enorme tagliola per animali (impressionanti gli effetti curati da Joel Whist). La presa di coscienza del pericolo fa salire il ritmo della pellicola e uno ad uno i ragazzi vanno incontro a orrende morti che progressivamente portano alla luce il mondo degli oscuri scrutatori finora nascosto (esemplare la morte di Curt con la moto che si va a schiantare nel nulla elettrico generato dal sistema di blocco dell’ambient artificiale). Nel frattempo Goddard sposta l’obiettivo della macchina da presa nelle stanze dove il potere oscuro muove le sue gesta e il quadro che si presenta agli occhi dello spettatore è quello di un ambient da colletti bianchi, dove le morti dei ragazzi in video fanno da contorno a brindisi per la riuscita dell’impresa e per la vittoria del gioco nazionale su quello operato da altre nazioni (tra tutte il Giappone che in un piccolo frangente viene restituito con una scena shock in un asilo). Si parla di budget, di straordinari pagati e di stagisti vessati. Il tutto è coordinato con terribile cinismo dal duo Gary Sitterson (fenomenale performance di Richard Jenkins) e Steve Hadley (un viscido Bradley Whitford) i quali vessano, gridano e comandano a bacchetta tutti i sottoposti. A metà pellicola gli unici due sopravissuti sono Dana e un Marty provatissimi dallo scontro col capo zombi sul pontile del lago. Tutte le vie di uscita del bosco sono bloccate e ai due non resta che far rientro al casolare il quale si scopre essere un tramite (vi è un ascensore nascosto) con un mondo sotterraneo. E proprio questa seconda parte di Quella Casa Nel Bosco prende le distanze dalla prima, cambiando registro visivo e scaraventando lo spettatore in una sorta di universo privo di dimensioni in cui gli ascensori non sono altro che celle in un vuoto assoluto nelle quali vengono tenute prigioniere le creature più strane, antiche e violente della Terra. Si passa da un ambient Survival ad uno prossimo alla Sci Fi di The Cube (1997) di Vincenzo Natali, ma qui i numeri e la matematica non c’entrano nulla e lasciano presto il passo  una sorta di Hellraiser asettico dove la predominante cromatica è il bianco al posto del nero profondo di Barker. Il bianco è quello dei sistemi altamente tecnologizzati dove i mostri sono tenuti a bada da teste di cuoio degne dei più feroci sterminatori castellariani. I due sopravvissuti si trovano, quindi, intrappolati tra la dimensione orrorifica e pericolosa delle demoniache presenze e quella altrettanto letale dei mirini dei fucili delle guardie che li vogliono morti. Ma perché? Per il semplice fatto che tutto ciò non è altro che la moderna trasposizione di un rituale pagano con cui, tramite il sacrificio in un determinato ordine dei convenuti, si placa la sete di rivalsa degli “antichi”, enormi guardiani del sottosuolo che se liberati possono distruggere la Terra in pochi giorni. I due ragazzi trovano il modo di sfuggire alle due fazioni facendole scontrare tra loro. A questo punto assistiamo a un tripudio di furente splatter, un grandguignol di alto profilo dove non si risparmia nessun tipo di tortura. Un turbine violentissimo e forsennato alla fine del quale la pellicola torna a un’ambientazione più terrena, mostrandoci Dana e Marty nel tempio sacrificale sottostante l’orgia orrorifica in corso, dove vengono tenuti in scacco dalla Direttrice del complesso interpretata per l’occasione da una luciferina Sigourney Weaver. La Direttrice morirà per mano di una delle creature, non senza però, aver prima messo l’uno contro l’altro i sue sopravvissuti che alla fine si arrendono al destino che sarà. Tutto il mondo artificiale crolla sotto i colpi degli antichi e una enorme mano si fa spazio dal sottosuolo posandosi pesantemente sulla terra prima che il buio accolga i titoli di coda. Quella Casa Nel Bosco risulta un progetto in grado di ridefinire quello che è il concetto di ruolo, mettendo alla berlina l’ordine cine-gerarchico tra lo spettatore, il regista e gli stessi attori. Il “chi vede chi” e il “quando e dove succede cosa” sono i punti nevralgici di una narrazione che nella sua progressiva linearità porta al capovolgimento dei detti ruoli, allo stato d’indeterminatezza della visione e al paradosso spazio-temporale che ne consegue. Nessuno è innocente dal momento che ognuno mente perché in fondo recita la sua parte, non importa se vittima o carnefice. Siamo dalle parti di un meta-cinema che concettualmente e visivamente si autodivora creando un allarmante loop strutturale. Come in una parabola senza fine (gli Antichi sono l’inizio della fine o la fine dell’inizio?) Goddard ci strazia, ci diverte e ci spiazza con una sua visione delle cose, complessa ma pur sempre lucida e completa. Ci accarezza con la dimensione di B-Movie (ottimo il ritorno all’artigianato Gore), ma ci impartisce una lezione in 2.0 style in grado di inquietare. Un discorso non banale sul Cinema e sui massimi stereotipi che lo muovono dove, come dice la Direttrice, ognuno ha il suo ruolo… la puttana, l’eroe e lo scemo. In fin dei conti, come darle torto?
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto.

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