Figli delle stelle. Gattaca – La porta dell’Universo

“Per uno che non doveva far parte di questo mondo, devo confessare che all’improvviso mi costa lasciarlo. Però dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva a una stella… forse non sto partendo, forse sto tornando a casa”. Queste le parole di Vincent Freeman (Ethan Hawke) mentre, con un ultimo sguardo rivolto al cielo, si appresta a partire verso il pianeta Titano a chiusura pellicola. Nel 1997 il regista neozelandese Andrew Niccol dà alla luce Gattaca – La Porta Dell’Universo, film che ha il pregio di servirsi del comparto Sci-Fi per affrontare una tematica drammatica e socialmente profonda. Con Gattaca siamo dalle parti dell’introspezione New-Age che trova fondamenta nella paralisi psicologica che una società futuristica (ma non molto lontana da quella attuale) impone ai suoi figli. Vincent Freeman è un “figliuolo di Dio”, come lo individua in una famosa espressione la sua collaboratrice Irene Cassini (Uma Thurman) la quale è figlia, invece, della manipolazione genetica diretta a creare esseri perfetti per una società depurata dai presunti mali del Mondo. Ma Vincent è un uomo che sin da giovane non accetta la sua sub-umana posizione sociale e, forte del proprio cognome, si ribella ai dogmi del destino divenendo uomo libero. Libero dalle malattie che il suo status vivendi gli impone (problemi respiratori, cardiaci, altezza non sviluppata) e che lo allontanano dal suo sogno di entrare a far parte dell’élite professionale di Gattaca, una base di addestramento per uomini e donne perfetti da utilizzare come futuri astronauti in missioni di ricognizione ai limiti del Sistema Solare. Viaggi che Gattaca lancia ogni 76 anni e che divengono veri e propri spartiacque per ere di evoluzione politico-sociale. Vincent sin da piccolo viene rifiutato dai genitori, soprattutto dal padre Anthony (il sempre eccellente Elias Koteas) il quale pone rimedio al “problema”, rivolgendosi a un laboratorio e generando geneticamente il secondogenito Anthony (Loren Dean), il quale non a caso porta il suo nome come una sorta di orgoglio ereditario. Tra i due fratelli nasce un rapporto in cui si miscelano rancore e rispetto reciproci, miscela che deflagrerà nello scontro tra i due in quel di Gattaca, in cui Vincent si ritroverà ad essere un impostore genetico e Anthony il poliziotto che indaga, con l’aiuto del pignolo Detective Hugo (uno splendido Alan Arkin), su un misterioso omicidio avvenuto nella fantascientifica struttura e che sembra legato alla posizione illegale del fratello. I due finiranno a nuotare insieme nel mare che costeggia l’apparato come facevano, sfidandosi, da adolescenti. Quel mare che come in curioso loop temporale ribadisce la forza interiore della libertà di Vincent su quella fisica del consanguineo. Ma in verità cosa vuole dirci Niccol con questo suo progetto? Gattaca parla al cuore, risponde alle domande che sono sempre state nel nostro profondo umano. Chiedersi il perché dell’essere nati e cresciuti in una determinata maniera invece che essersi evoluti in un’altra. Comprendere come il proprio essere, il proprio corpo divengano una sorta di curriculum lavorativo in una società che i perdenti li polverizza innalzando al cielo solo coloro che non conoscono il gradino più basso del podio o magari non lo concepiscono o per lo più lo rifiutano, come succede a Jerome Eugene Morrow (Jude Law), superuomo che vede sfumare il suo peso nella società a causa di una paralisi alle gambe che lo costringe alla mediocrità esistenziale. Una paralisi che solo inizialmente sembra essere dovuta a un incidente d’auto, ma che nasconde invece un tentativo di suicidio andato a male. Jerome è lo speculare di Vincent. Lui è la perfezione che trova dolore proprio nell’impossibile sperimentazione di quella tanto vituperata mediocrità dei sentimenti, di quel quotidiano e reale io che tutti noi viviamo. Mancanza che può trovare liberazione solo nell’atto di annientamento più semplice il quale, però, se non portato a termine in modo definitivo, ti trascina in un limbo dove l’esistenza si ferma a metà, in una stanza vuota, piena di riconoscimenti e medaglie ma comunque vuota (“…dal nostro accordo chi ci ha guadagnato sono io” dirà Jerome a Vincent, prendendo coscienza di come quest’ultimo gli ha reso possibile per un breve tempo il sentirsi di nuovo vivo, utile). Sarà Jerome, con le sue urine, il suo sangue, i suoi capelli e il suo sacrificio finale a dare a Vincent il travestimento genetico con cui ingannare lo staff medico di Gattaca che opera le selezioni degli astronauti. E mentre il tutto si concentra sul maledetto viaggio come obiettivo finale, intorno gira un caleidoscopio di esistenze alla deriva. La stessa Irene, ormai innamorata di Vincent, lo aiuta verso il suo percorso di vita mentre, attanagliata anche lei da una malformazione cardiaca, sogna il Sole guardando gli innumerevoli viaggi che vengono testati nei cieli di Gattaca. Mentre i missili squarciano i cieli notturni e diurni le stelle stanno a guardare e a giudicare da lassù. Giudicano vite spese per esse, come quella del direttore di Gattaca, Josef (un meraviglioso Gore Vidal) che, nonostante la sua composizione genetica prettamente pacifista, non esita a commettere l’omicidio di un suo superiore solo per vedere il viaggio su Titano avverarsi (“Sa… io ho 70 anni e questi viaggi avvengono ogni 76. Quando avrò più modo di assistervi? Non ho nulla più da perdere… ecco perché confesso questo omicidio”). Niccol ci guida attraverso un mondo solo apparentemente lontano dal nostro. Gattaca pur avendo ormai 24 anni di età, è una pellicola estremamente attuale perché parla di noi, di poveri esseri che cercano sempre di salire un gradino più in alto, rincorsi dal livello del mare sociale dell’indifferenza e del pressapochismo che sale sempre di più. Siamo tutti Vincent Freeman, siamo tutti pronti a nascondere le proprie fragilità, fisiche e mentali, per non essere indicati, giudicati e annientati (“…la vita è un dare e avere”, meraviglioso l’ultimo saluto che l’analista della stazione spaziale porge a Vincent, ormai scoperto nella sua truffa, perdonandolo in quanto padre di un ragazzo affetto dagli stessi problemi) da una società che dei grandi numeri e dell’apparire ha fatto il proprio mantra. La perfezione ricercata, ma mai totalmente raggiunta (ci sarà sempre chi muore, chi ruba e chi uccide come chi comanda e si evolve) risulta fondamentale paradosso esistenziale. Quello del regista neozelandese è uno sguardo impietoso verso un mondo a noi vicinissimo il quale ci viene restituito attraverso la voce off del protagonista (in italiano quella del bravissimo e compianto Vittorio De Angelis) che ci guida attraverso un vero e proprio percorso di formazione (la formidabile sceneggiatura è scritta dallo stesso Niccol) che passa da uno stato di mediocrità sociale alla conquista di un innalzamento stellare che le meravigliose scenografie elaborate da Jan RoelfsSarah Knowles e  Nancy Nye (elevate a potenza dallo splendido lavoro sulla fotografia elaborato da Slawomir Idziak) ci fanno vivere progressivamente insieme al protagonista. A porre il sigillo di altissimo livello al progetto di Niccol ritroviamo l’eccellente score realizzato per l’occasione dal maestro Michael Nyman, che risulta aderentissimo alla trattazione, quasi a divenire una seconda pelle della visione. Lo struggente Main Theme accompagna Vincent nel suo percorso di evoluzione sociale e morale (splendida la scena della serata al ballo tra il protagonista e Irene), alla comprensione che volere è potere e a volte ci si deve sporcare le mani anche per riuscire solo a sognare. Un sogno che per il protagonista non è altro che un ultimo, splendido viaggio verso la morte immersa nel profondo universo. E se è vero che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni (in questo caso gli astri), allora ecco che la partenza da casa equivale al ritorno alla stessa in un finale che smuove lacrime persino alle rocce, mentre le stelle rimangono sempre lì… solamente a splendere. Come sempre a guardare.
Alessandro Amantini

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