Oscura didattica. LORE Antologia dell’Orrore.

Tra il 2017 e il 2018 lo streaming di Amazon Prime (la sezione Prime Original) si arricchisce di un progetto ambizioso ed estremamente inusuale per il panorama televisivo. Partendo da un podcast realizzato da Aaron Mahnke, i produttori Howard Young e Phillip Kobylanski traspongono sul piccolo schermo la serie antologica LORE. Ribattezzato in italiano Antologia dell’Orrore, il progetto vede impegnata una pletora di registi nel dar vita a una sorta di cine-dottrina (da qui il termine LORE, dottrina per l’appunto) che guida lo spettatore nel passato (più o meno remoto) per renderlo partecipe di quelli che sono reali fatti di cronaca nera che col passare del tempo hanno dato vita a usanze, superstizioni e folklore. Ma come guardare a LORE? Come a un prodotto estremamente innovativo e sperimentale, come pochi avremo modo di vederne in seguito sul piccolo schermo (la serie conta solo dodici episodi ripartiti in due Sessioni), che si presenta come una miscela di diversi comparti artistici. I primi sei episodi compongono la Prima Sessione, il frangente più interessante dell’operazione per la sua dimensione volutamente sperimentale in cui alla Fiction si affianca la narrazione con voce Off (quella dello stesso Aaron Mahnke) che ci introduce ogni volta in una storia diversa e inquietante attraverso l’uso di animazioni coinvolgenti le quali lasciano il passo a una visione frammentata che alterna sequenze recitate a foto e riprese reali d’epoca riguardanti l’argomento di turno. Il tutto allestito preservando costantemente una feroce dimensione morbosa palesemente virata al comparto macabro con tanto di dettagli (alcuni fotogrammi sono riprese originali di vere esecuzioni) e richiami storici. Un frullato di arti visive che dà vita a una sorta di cine-enciclopedia. Assistendo alla Prima Sessione di LORE sembra quasi di sfogliare un libro di cronache misteriose e sconvolgenti e si rimane storditi dalla scelta stilistica di riunire le diverse sfumature tecniche che prendono forma nel dettaglio, nell’alternanza tra l’uso del bianco e nero e quello del colore, espedienti che rendono più realistico il salto temporale tra l’evento presente e quello passato, oscuro e mai ben definito. Si parte con Hanno Preparato Un Tonico (They Made A Tonic), per la regia di Darnell Martin, episodio in cui il religioso contadino George Brown (un bravo Campbell Scott), vedovo della moglie colta da tisi, vede morire sotto i colpi dello stesso flagello le due figlie tra cui la più giovane e coraggiosa Lily. Distrutto dai numerosi lutti e rimasto solo col figlio, l’unico maschio Edwin (Connor Hammond) in procinto di prendere moglie, l’uomo precipita nel baratro della follia quando anche il ragazzo comincia ad ammalarsi della tubercolosi. Si lascia, così, convincere dal sedicente occultista William Rose (Steve Coulter) che la malattia sia frutto di un demone che trasmigra da un corpo all’altro delle precedenti vittime. Contro il parere di un amico medico di famiglia, intraprende assieme alla squadra dello strano individuo la riesumazione dei corpi della moglie e delle figlie per poi asportarne gli organi con cui realizzare un tonico da far bere al figlio in procinto di morte con l’obiettivo di porre fine alla maledizione che grava sulla sua famiglia. Dopo una spiazzante esecuzione del mandato (terrificante la sequenza della riesumazione), George fa bere il miscuglio al figlio che improvvisamente si sente meglio, almeno così sembra. Una storia complessa quella della famiglia Brown, che coinvolge lo spettatore grazie alla splendida sceneggiatura realizzata a quattro mani da Jeff Eckerle e Marilyn Osborn (galvanizzata dall’ottima fotografia elaborata da Stephen Campbell) i quali ci portano a conoscenza di come, per vie traverse, sia nato il famoso romanzo Dracula di Bram Stoker. Dalle atmosfere macabre e cimiteriali si passa a quelle scientificamente morbose di Echi (Echoes), secondo tassello del progetto in cui la voce Off di Aaron Mahnke ci illustra la nascita e la caduta della pratica clinica della lobotomizzazione, procedimento concepito dal Dottor Walter Freeman col quale si disinnescava la crisi isterico-depressiva dei pazienti mentalmente instabili attraverso l’atroce rottura dei lobi frontali tramite un inconsueto uso di punteruoli chirurgici. A interpretare l’eminente scienziato ritroviamo un Colm Feore sempre in grado di bucare lo schermo con una performance da urlo. Il suo personaggio è un uomo attanagliato tanto da una prepotente ambizione quanto da una serie di dubbi morali sempre tenuti ben nascosti agli occhi di tutti, soprattutto della sua consorte e collega Dottoressa Marjorie Freeman, interpretata dalla brava Kristen Cloke, che si rivela essere ex paziente della struttura manicomiale gestita dal dottore. Tutta la sua scienza crollerà come un enorme castello di carta con l’avvento dell’uso della Torazina. L’episodio diretto da Thomas Wright ci restituisce un epoca cupa e terribile anche perché non troppo lontana dai nostri giorni. I dubbi del protagonista e quelli dei suoi colleghi di fronte alle sue pratiche sono quelli di un’intera scienza ancora non in grado di autodecifrarsi. Lo spessore della trattazione, oltre ad essere affidato alle ottime performance degli attori coinvolti, trae linfa anche da l’innesto di foto d’archivio dell’epoca (un ottimo lavoro di sceneggiatura realizzato dal bravo Glen Morgan) che ritraggono il vero Dottor Freeman all’opera e da sequenze immerse in uno straniante bianco e nero (utilizzato per quasi l’80% dell’episodio) curato dall’eccellente lavoro sulla fotografia da parte di Ross Sebek. Come ciliegina sulla torta ritroviamo lo score elaborato in modo didascalico da Chad Lawson il quale cura anche le musiche per molti altri episodi della serie. Se con Echi viene messo in risalto il dubbio etico e morale insito nella facoltà medica, su tutt’altro versante ci si ritrova nel terzo episodio Le Calze Nere (Black Stockings) il quale parte da un fatto di cronaca nera del 2009 avvenuto a New York in cui un uomo uccide improvvisamente la moglie durante un allenamento in un parco credendo che la donna sia stata sostituita da un suo clone. L’uomo viene arrestato e gli viene diagnosticata la Sindrome di Capgras. Da qui in poi l’episodio di LORE ci conduce nell’evoluzione di questa malattia durante i secoli arrivando a individuare la sua origine nelle folkloristiche credenze irlandesi del diciannovesimo secolo secondo cui le persone care possono venir rapite da  fate che poi le sostituiscono al fianco dei cari con i così detti changeling, cloni perfetti che possono essere scoperti solo a causa di comportamenti fuorvianti o sintomi di disagio fisico e della personalità. L’episodio si avvale di una coinvolgente ambientazione che ci viene restituita grazie alla sapiente regia di Thomas J. Wright (su script realizzato a quattro mani da David Chiu e Partick Wall) il quale miscela in modo eccellente la struttura del documentario storico con quella più squisitamente artistica restituitaci attraverso l’uso di splendide tavole animate. Il protagonista è Michael Cleary (Cathal Pendred) che arriva ad uccidere la moglie Bridget (Holland Roden), creduta un changeling. La donna si scopre, in seguito, essere affetta solamente di semplice bronchite e l’episodio finisce nell’indeterminatezza mentale dell’uomo il quale, recatosi nel bosco del villaggio dove ha commesso l’omicidio, vi rimane credendo nella restituzione dell’anima della defunta consorte da parte delle fate appagate dal sacrificio. Spiazzante e disarmante, l’episodio è efficace e destabilizza lo spettatore ponendolo a disagio di fronte al labile confine tra superstizione e follia indotta. Una grande prova di messinscena che cede il passo al successivo I Bigliettini (Passing Notes) in cui tocca al regista Nick Copus illustrare la nascita e l’evoluzione della dottrina dello Spiritismo. Come usanza del progetto vuole, si parte dal fatto di cronaca che vede protagonista il Reverendo Eliakim Phelps (uno strepitoso Robert Patrick) e la sua famiglia che si ritrovano alle prese con una casa infestata da una presenza demoniaca in grado di devastare l’esistenza del nucleo di affetti dell’uomo di Chiesa. Di contro, il Reverendo parte verso un percorso che ribalta completamente le sue convinzioni religiose per sposare a pieno la soluzione soprannaturale. Con l’amico Dr. Isaac Bristol (Tom Thon) intraprende, infatti, una serie di sedute spiritiche atte a scacciare lo spirito inquieto per poi ritrovarsi imbrigliato in una serie di eventi al di sopra dell’umano sapere che gli vengono propinati cronologicamente dal rilascio di alcuni biglietti da parte dell’inquietante presenza. Da qui in poi la trattazione si dipana in una sequela di foto e documenti d’epoca che coinvolgono anche famiglie aristocratiche fino ad arrivare a personaggi della scena mondiale, tutti risucchiati nel vortice delle pratiche spiritiche. Così nasce la dottrina esoterica  per eccellenza che, come noto, non avrebbe conosciuto più battuta d’arresto per tutto il tempo a venire. Un episodio che lascia attonito lo spettatore questo I Bigliettini, orchestrato benissimo e curato nei minimi particolari tanto da divenire un prezioso bignami sulle pratiche occulte. Pratiche che si convertono in vere e proprie consuetudini superstiziose nel successivo La Bestia Che É In Noi (The Beast Within) dove Aaron Mahnke ci prende per mano e ci conduce nell’antro più buio delle moderne favole, quelle che a volte hanno dato la buona notte ai bambini, ma altre volte li hanno terrorizzati come nel caso di Cappuccetto Rosso, sintesi per antonomasia di quella che è la più profonda e ancestrale credenza folkloristica: la Licantropia. L’episodio, seconda regia per Darnell Martin su una splendida sceneggiatura di David Coggeshall, ci guida verso la metafora della Licantropia come innato istinto barbaro e animale presente nell’umana natura. La fiaba viene utilizzata come detonatore per illustrare la “caccia alle streghe” inoltrata da interi villaggi contro ipotetici lupi mannari che alla fine erano solo innocue persone accusate di immaginarie trasformazioni. Da qui la natura umana pronta a innalzare la bandiera della violenza muovendosi attraverso una coltre di ignoranza ma anche da un gusto per il proibito e il morboso. L’episodio arriva così a essere contenitore anche di filmati riguardanti le esecuzioni capitali in pubblico, pratica che poi venne abolita in nome del rispetto della dignità umana di fronte al momento della morte. Protagonisti della storia della caccia al lupo che fa da collante ai diversi universi paralleli narrati è il diabolico oratore religioso Peter Stubbe (un bravo Adam Goldberg) il quale insidia la giovane Greta Hetfelderz (Callie Brook McClincy), figlia del cacciatore Jens Hetfelderz (Clark Moore). Tutto finirà nel più tragico degli epiloghi con risvolti inquietanti in grado di guidare lo spettatore nella profondità di un discorso che mai perde di vista il filo conduttore dell’intero episodio. Sotto il punto di vista narrativo, quello de La Bestia Che É In Noi è l’episodio più articolato e complesso della Prima Sessione di LORE, con una elevata qualità Fiction esaltata da approfondimenti tramite tavole grafiche e immagini d’epoca che ne esasperano il realismo fino a inquietare. Con il sesto e ultimo episodio di questo frangente, passiamo dall’oscurità dei boschi a quella della mente, dello sdoppiamento di personalità che, come uso del progetto, si ritrova ad essere un anello di congiunzione tra quella che è l’antica pratica della Ventriloquia con quella che è la possessione diabolica delle bambole, credenza divenuta culto in molte parti del Mondo. In questo caso il protagonista è Robert, leggendaria bambola esposta nel East Fort Martello Museum di Key West (Stati Uniti), che si dice posseduta da spiriti maligni. L’episodio è Fuori Dalla Scatola (Unboxed) in cui ci viene mostrata l’evoluzione storica di questo feticcio soprannaturale il quale viene donato al piccolo Gene Otto (Jeremy T. Thomas) dalla zia. Da quel momento il bambino ne rimane soggiogato costringendo i genitori a convivere paurosamente con i poteri del giocattolo. A questo punto la narrazione (magistralmente diretta da Michael Satrazemis su script di Tyler Hysel) si sposta cronologicamente in avanti proponendoci un Gene Otto adulto (interpretato con efficacia da un bravissimo Michael Patrick Lane), il quale ancora preserva la schiavitù medianica al bambolotto costringendo la propria compagna (messa in guardia dalla madre di lui invecchiata e crudelmente soggiogata) a sottostarvi con lui. Una storia, quella di Fuori Dalla Scatola che chiude questo primo blocco del progetto LORE (2017), raro esempio di miscela artistica che coinvolge lo spettatore con fotografie inedite d’epoca (alcune davvero inquietanti), filmati gotici, cine-giornali, arti grafiche (splendidi i disegni animati eseguiti per l’occasione da Joseba Elorza, Jordan Bruner e Jana Heidersdorf) e pura Fiction. Il tutto tenuto insieme dalla voce narrante del creatore Aaron Mahnke che ne identifica i passaggi filologici e ne approfondisce la dimensione documentaristica. Un progetto atipico nel panorama della TV, anche di quella a pagamento, il quale forse ha portato qualche problema di censura a causa dell’esasperato realismo insito nella trattazione. La Prima Sessione di LORE si avvale infatti di filmati e foto abbastanza esplicite che ritraggono in certo qual modo i veri protagonisti delle storie narrate e a volte anche le scene cruente che li hanno resi noti. Ma il gioco sta proprio in questa messinscena, trattandosi di un prodotto che si pone come un’antologia, una dottrina, come un lungo excursus storico sul folklore e la cronaca orrorifica dei secoli scorsi. La Seconda Sessione di LORE (2018) cambia bruscamente registro tecnico (forse per motivi di produzione o forse per i suddetti motivi relativi all’azione censoria) rinunciando al tono documentaristico che aveva caratterizzato il prototipo. Aaron Mahnke non presta più la sua voce alla narrazione, pur rimanendone l’ideatore e l’art-director, lasciando che la trattazione sfoci nella pura Fiction, senza più ricorso a fotografie e filmati d’epoca. La continuità artistica con la Prima Sessione si riscontra solamente nel ricorso al comparto dell’animazione, stavolta curata per molti episodi da Ed Bell, Chaim Bianco e Mustashrik Mahbub che alzano il mirino verso una rappresentazione più naif, meno grezza e più livellata su un nuovo ordine cromatico. La vena documentaristica viene relegata solo all’incipit che precede in ogni episodio il titolo del brand (struttura ripresa in modo parziale dal primo lavoro) e alla parte finale con cui si tirano le somme della storia prima che i titoli di coda sopravvengano. Tutto torna a essere fagocitato dalla dimensione recitativa, ricreando piccole storie che ci ripropongono gesta e accadimenti reali in tempi più o meno passati. Possiamo dire che questa Seconda Sessione di LORE è estremamente più fedele alla dimensione televisiva e si allontana fortemente dal così detto manuale didattico che aveva reso grande la dimensione macabra del prototipo. Secondo noi di Arcadicultura, questo brusco cambio strutturale andrebbe ricercato nel fatto che questa nuova sessione tratta personaggi ancora più al limite di quelli del progetto iniziale, portando gli ideatori a epurare la narrazione di quella dimensione reale (foto e filmati veri) che avrebbe provocato non pochi problemi di censura a causa dei dettagli estremamente cruenti riguardanti i temi trattati. Tuttavia questi problemi sembrano spostare il budget previsto per la realizzazione del progetto verso una maggiore cura del settore scenico (le epoche storiche come anche i costumi, traggono maggior vigore creativo) e dell’animazione, rendendo quindi questo secondo frangente degno del valore tecnico del primo lavoro. Si parte dal famigerato duo di assassini William Burke (Emmett J Scanlan) e William Hare (Emmet Byrne), protagonisti di Burke e Hare: In Nome Della Scienza (Burke and Hare: In The Name of Science) con cui il regista Christoph Schrewe galvanizza lo script di Carlos Foglia con una messinscena da manuale, restituendoci un’istantanea oscura e terrificante di un’epoca (la Scozia del 1827) in cui, in nome della scellerata ricerca della “bella vita”, i due protagonisti non disdegnano di uccidere persone senza famiglia e dimora per poterne vendere il corpo all’eminente Dottor Robert Knox, un uomo che in nome della ricerca scientifica non disdegna di affiancare reati come quelli commessi dai due balordi, purché non ne venga reso partecipe. Il luciferino sguardo del Dottor Knox ha gli occhi del grande Doug Bradley che per l’occasione dismette i panni del suppliziante Phinead della saga Hellraiser. Per i due finirà male finendo col divenire oggetto di scienza, quella tanto osannata dalle loro gesta scellerate. Dalla Scozia sudicia e meteorologicamente opprimente, il secondo episodio ci trascina via per approdare in Ungheria e più precisamente al cospetto dell’oscura corte della Contessa Erzsébet Báthory, conosciuta anche come Contessa Dracula o La Sanguinaria. Erzsébet Báthory: Specchio, Specchio (Erzsébet Báthory: Mirror Mirror), diretto e scritto per l’occasione dal duo femminile Alice Troughton e Ashley Halloran, è il tassello più estremo e cruento dell’intero progetto LORE. Partendo da un soggetto allucinato e terribile all’origine, la storia ripercorre le perversioni carnali e omicide della madame più terrificante di tutta la storia (interpretata in modo profondo da una inquietante Maimie McCoy) conseguenze del soffocante dolore dovuto alla morte del suo amato marito, condottiero durante la guerra (che ci viene restituito attraverso una splendida animazione naif e di livello romantico come poche). La perdita dell’amore la conduce alla patologica ricerca dell’eterna giovinezza, obiettivo che reputa raggiungibile solo cibandosi e facendo il bagno nel sangue di giovani fanciulle per lo più vergini. Vergini come la coprotagonista Lady Margit (Ella Hunt), ragazza di nobile famiglia mandata al castello della Contessa per apprendere le “arti di bellezza” di cui la donna è tanto famosa. L’oscura signora è coadiuvata nelle sue scellerate gesta da Ava (Rosalind Eleazar), damigella di colore riluttante al terrificante piano dell’omicida, ma al contempo impaurita dalla possibile feroce punizione in caso di eventuale disobbedienza. Sarà proprio Ava a cercare di mettere in salvo la sventurata donzella a costo della sua stessa vita. Erzsébet Báthory: Specchio, Specchio ha molti punti a suo favore quali la coltre di oscuro mistero che la figura di questo personaggio storico ha saputo accumulare col passare dei secoli generando in milioni di cinefili una morbosa curiosità e attrazione. Sul versante tecnico, abbiamo una gran cura del dettaglio storico dove le scenografie curate da Daniel Vaclavik e i costumi realizzati da Sarah Arthur, trovano giustizia nello splendido lavoro sulla fotografia elaborato da Ramùs Arrildt (splendida quanto terribile la restituzione visiva del famoso bagno del sangue). La vicenda trova, inoltre, degna cassa di risonanza nella splendida atmosfera sonora ricreata per l’occorrenza dal maestro Dino Meneghin che restituisce tutta la potenza di un’epoca oscura quanto persa nel tempo. Dalla Romania alla Germania il passo non è breve ma consecutivo e ciò porta l’Antologia dell’Orrore a introdurre il nono capitolo Hinterkaifeck: Fantasmi In Soffitta (Hinterkaifeck: Ghosts in the Attic). Diretto di nuovo, con mano sicura, da Christoph Schrewe (su script di Jose Molina), il capitolo è concettualmente feroce in quanto legato a un violentissimo fatto di cronaca accaduto il 3 aprile 1922 in Hinterkaifeck, piccola fattoria della Germania. L’episodio restituisce con estrema efficacia la cronaca di eventi mai risolti e scomparsi nel tempo. La storia è quella di una famiglia disfunzionale tedesca a capo della quale vi è il violento e inquietante Andreas Gruber, interpretato col solito piglio ruvido dal grande Jürgen Prochnow, il quale si rivela padre tiranno nei confronti del nucleo familiare e incestuoso nei confronti della sua primogenita, rimasta vedova, da cui ha un figlio. Improvvisamente dall’oscuro bosco innevato (ottima la fotografia di Jean Philippe Gossart) arriva un ferocissimo assassino armato di piccone che non risparmia nessuno della famiglia, neanche l’incestuoso neonato ucciso nella propria culla. Schrewe predilige le atmosfere notturne e il bianco della neve si tinge del rosso delle colpe che in certo qual modo riconducono all’efferato gesto. Movente riscontrato dall’ispettore di polizia Georg Reingruber (Thomas Kretschmann) e l’ufficiale Johann Anneser (Vladimir Burlakov) i quali con amarezza, dopo estenuanti indagini, devono arrendersi all’assenza di un colpevole, come se il bosco avesse di colpo partorito un fantasma. Già, proprio un fantasma, quello forse del marito della primogenita di famiglia presunto deceduto in guerra di cui il corpo, però, non è mai stato ritrovato. La sua fotografia nelle cornici in casa è onnipresente e il suo sguardo aleggia su tutta la vicenda imprimendovi un qualcosa di ultraterreno. Il racconto si chiude menzionando il lavoro svolto nel 2007 da alcuni studenti dell’Accademia di Polizia Tedesca che avrebbe portato a identificare il colpevole di questa strage, ma il cui nome non viene mai rivelato per rispetto dei familiari delle vittime ancora in vita. Inusuale affermazione come inusuale il modo di affrontare la realtà in questo caso, ma si sa… “paese che vai, usanza che trovi”. Non è da meno, in tal caso, la Praga del 1400, protagonista dell’episodio L’orologio di Praga: La Maledizione dell’Orloj (Prague Clock: The Curse of the Orloj) diretto ancora da Christoph Schrewe su uno script realizzato stavolta da Ashley Edward Miller. La Peste infuria e tutto a causa, secondo la superstizione dilagante, del blocco che da tempo impedisce all’Orloj, l’orologio principale della città, di segnare le proprie ore. Il Dr. Kristoff Brehovy, è il capo congrega della parte religiosa della città e sin da piccolo ha assistito alla funzionalità e alla causa della distruzione dei meccanismi dell’orologio. A prestare il volto all’inquietante uomo di fede ritroviamo Steven Berkoff che veste di nuovo i panni di villain dismessi dal lontano Beverly Hills Cop – Un Piedipiatti A Beverly Hills (1984) di Martin Brest. Per rimediare al dannoso sacrilegio, il dottore recluta due sedicenti orologiai Dirvick Mirandesh (Numan Acar) e Jan Mirandesh (Elie Haddad), fratelli dal carattere completamente differente essendo il primo completamente appassionato dall’arte dell’orologiaio, mentre il secondo solo propenso a sbarcare il lunario. I due pagheranno a caro prezzo l’avventurarsi nell’interno della torre dell’Orloj (splendidamente restituita nelle sue sfumature cromatiche dal fotografo Christian Stangl) il quale si rivela teatro del precedente suicidio dello stesso architetto che lo aveva costruito, costretto alla cecità dalle torture inflitte dalla guardia di Praga di cui faceva parte il padre del Dottor Brehovy. Una punizione inflitta con l’obiettivo di far rimanere le meraviglie dell’Orloj mera esclusiva di Praga impedendone, così, la replica altrove come, invece, avrebbe voluto operare il suo creatore. Anche in questo capitolo il sangue è la linea sottile e atroce che cuce le pieghe del tempo e ne tramanda le cause e le conseguenze, il più delle volte indotte da atti insensati e scellerati, proprio come quello che è al centro del penultimo episodio della Seconda Sessione di LORE, Mary Webster: La Strega Di Hadley (Mary Webster: The Witch of Hadley) in cui ci si trasferisce nel Massachusetts del 1682 nella cui cittadina di Hadley si consuma la tragedia di Mary Webster (Paula Malcomson), una donna più volte scacciata dalla propria dimora, processata per stregoneria e prosciolta dalle accuse, la quale stringe amicizia con Verity Hollister (Hebe Beardsall), figlia di una donna creduta uccisa dalla presunta strega. Il rapporto che si instaura tra le due donne porterà a concepire l’amicizia come unico antidoto all’ignoranza che muove la massa. La stessa che poi è quella della cittadina che cerca infine di impiccare la donna ritenuta la causa di tutti i mali. Tale credenza viene più volte ribadita e fomentata dalla truce figura del capo religioso Philip Smith (Paul Rhys) il quale si ritiene ammalato in quanto colpito da sortilegio scagliatogli contro dalla Webster. Tutto finirà in tragedia, al cospetto del sacrificio delle amicizie e soprattutto della ragione, vacillante verità che viene continuamente posta in funambolico equilibrio dalla follia indotta dalla superstizione. La regista Alice Troughton, qui al suo secondo episodio, e la sceneggiatrice Alyssa Clark, antepongono alla rappresentazione della violenza, una visione e una narrazione pregne di simbolismi in cui l’equilibrio realtà/superstizione ci viene sbattuto violentemente in faccia con tutte le sue feroci contraddizioni. Il finale immerso nel silenzio profondo squarciato dagli zoccoli di cavalli al trotto che puntano contro la “nuova strega” Verity, spiazza lo spettatore lasciandolo in una coltre di inquietante indeterminatezza. Giunti alla fine, il progetto LORE ci conduce nell’antro buio del connubio Scienza-Magia con l’episodio, Jack Parsons. Il Diavolo E Il Divino (Jack Parsons: The Devil And The Divine), terza regia per Alice Troughton. Partendo da uno script di Sean Crouch, la narrazione procede per continui flashback, il più delle volte coadiuvati dall’ottima animazione realizzata dal disegnatore Joseba Elorza, con cui ci viene restituita la sregolata vita di Jack Parsons (Josh Bowman), scienziato per progetti missilistici morto a causa di un esperimento scientifico improvvisato nel seminterrato di una sua residenza. L’esplosione ci viene restituita alla fine del racconto come specchio di un Parsons adolescente che sin da età giovanile, abbracciando le arti magiche, aveva visto la sua fine. L’eminente ingegnere, infatti, è un personaggio chiacchierato, con una forte fiducia riposta nella scienza, ma con un’altrettanta propensione all’Occultismo che ama miscelare con la prima credendo che essi siano figli della stessa madre. Parte da questa premessa, la messinscena che ci guida dentro una personalità instabile di cui vengono rievocati i primi passi all’interno dell’Ordo Templi Orientis, congrega esoterica rilevata dal padre indiscusso del Satanismo Aleister Crowley di cui lo scienziato è amico e che nell’episodio gli appare medianicamente materializzandosi da un ritratto appeso nella sua casa. A dare volto al controverso guru ci pensa un luciferino Ian Gelder il quale veicola il protagonista verso la definitiva dipartita. Una vita strana, sregolata e piena di successi ed eccessi quella di Jack durante la quale ha modo di confrontarsi con i suoi stessi dubbi morali, ma al contempo di incontrare una seducente pittrice e occultista Marjorie Cameron (Alicia Witt), seguace della Thelema, società esoterica fondata dallo stesso Crowley, con la quale intraprende una travagliata storia d’amore fino al sopraggiungere della morte. Jack Parsons. Il Diavolo E Il Divino è degna chiusura di un progetto estremamente complesso come lo è LORE. Tirando le somme, l’Antologia dell’Orrore è un’operazione per palati fini, non ricevibile dal pubblico televisivo disimpegnato e abituato alla dimensione blockbuster. Questo non vuol dire che sia un prodotto di élite, ma indubbiamente ha una struttura, almeno nella Prima Sessione, sperimentale e poco frequentata dai palinsesti TV, la quale miscela abilmente comparti artistici diversi con un una narrazione che arriva secca e diretta senza menar troppo il can per l’aia. Noi di Arcadicultura possiamo tranquillamente affermare che progetti del genere sono estremamente rari e a volte molto arditi (la commistione tra la cupezza della trattazione e il fatto che sia relativa a fatti reali spiazza in modo definitivo). Non è un caso, infatti, che LORE derivi da un podcast settore in cui le parole contano perché vi è mancanza di visione lasciando quel che resta di concreto all’immaginazione di chi ascolta e divenendo, quindi, dimensione ancora più profondamente radicata nelle paure ancestrali proprie dell’essere umano (si pensi all’episodio manicomiale Echi oppure allo sdoppiamento psichico de Le Calze Nere). Ma se tutto ciò può risultare psicologicamente terrificante, d’altro canto la violenza nel progetto è presente solo in alcuni sporadici episodi, il più delle volte consegnati al comparto dell’animazione che ne attenua fortemente lo scomodo dettaglio. Al momento LORE rimane, secondo chi scrive, una tra le più felici sperimentazioni TV Serial, forte di un’originalità ricercatissima e, come tale, relegata al solo “fascino colto”, punto che ha portato Amazon Original della Amazon Prime TV a cancellarne definitivamente la messa in onda non rinnovandone una terza stagione. Peccato, perché avremmo potuto avere tra le mani una enciclopedia nel termine più compiuto, come quelle che una volta si usava pubblicare in CD-Rom dell’editoria didattica distribuiti nelle edicole. In questo caso l’Horror è la trattazione principale che per la prima volta viene utilizzato come materia di insegnamento, di documentazione e di ricerca. Un obbiettivo raggiunto e contemporaneamente, con la sua cancellazione, una grande occasione mancata. Sperando (invano) che vi sia un ripensamento tra le alte sfere produttive delle emittenti TV coinvolte, non ci resta che darvi questo grande consiglio: prendetene visione, ne vale la pena.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto

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